L’indipendenza logica della filosofia linguistica

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Che vi sia un’influenza kantiana nelle principali concezioni del neopositivimo e della tradizione analitica in generale è, penso, un fatto difficilmente contestabile.

Come il sorgere e lo sviluppo di queste correnti filosofiche contemporanee si può pienamente comprendere soltanto se si tiene conto della grave crisi nella quale si trovava la filosofia agli albori del XX secolo, così il sistema kantiano si può valutare al meglio solo rammentando la crisi della filosofia - e in particolare della metafisica - dopo l’opera demolitrice condotta da Hume e dall’empirismo classico.

È noto che, affermando che la scienza doveva assumere quali punti di riferimento le caratteristiche percettive e concettuali della nostra esperienza, Kant aveva in animo di salvaguardare la conoscenza dallo scetticismo humeano, senza peraltro ricalcare gli eccessi razionalisti.

Era comunque naturale che, identificando il discorso scientifico con la comprensione dell’apparenza, il pensiero kantiano finisse col determinare un interesse non certo episodico nei confronti di un dominio il quale, prendendo sul serio le sue tesi, alla mera apparenza non può certo essere ridotto.

 

Non esiste invero altro modo che possa spiegare il successo dei grandi sistemi idealisti post-kantiani. Né si può ovviamente scordare che, rigettando il ponte kantiano del “sintetico a priori”, il neopositivismo si proponeva di sbarrare ogni spiraglio che potesse dar adito a un ritorno in campo della metafisica; proprio in questo spirito deve essere valutata la riduzione neopositivista di ogni tipo di conoscenza a fattori puramente empirici o puramente linguistici, senza alcun residuo.

Ecco quindi spiegata la differenza tra scienza da un lato e filosofia dall’altro: poiché la filosofia di null’altro deve preoccuparsi se non della ricerca del significato, tutte le questioni riguardanti la verità competono - in modo esclusivo - alla scienza.

Al filosofo in quanto tale spetta unicamente un compito di chiarificazione e di ricostruzione di un materiale già dato, dovendo egli occuparsi di esplicitare il senso degli enunciati della scienza e di ricostruire il suo linguaggio in maniera precisa.

D’altro canto lo scienziato, preoccupandosi di stabilire la verità delle proposizioni che si riferiscono al mondo, elabora teorie che risultano sottoponibili al procedimento di verificazione. Tuttavia, dedurre da ciò che i filosofi neopositivisti siano semplicemente i “portatori d’acqua” degli scienziati costituisce un serio fraintendimento.

Se ci viene attribuito il compito di fissare tanto la natura quanto l’estensione del discorso dotato di senso, è ovvio che chiunque - incluso lo scienziato - dovrà prima o poi passare sotto le nostre forche caudine.

Il discorso significante comprende anche il discorso scientifico dotato di senso, e ne consegue che i nostri poteri si estendono fino al punto di stabilire i parametri che la stessa ricerca scientifica è costretta a rispettare se vuole essere ammessa nel novero del discorso significante di cui sopra. L’indagine scientifica, dunque, è tutt’altro che indipendente dalla filosofia concepita come analisi del linguaggio, dal momento che è proprio quest’ultima a determinare i limiti che essa non deve oltrepassare (pena, appunto, la caduta nel non-senso).

Noi si vee davvero - pur se ciò è stato detto da molti e autorevoli studiosi - come tutto questo conduca a uno svilimento della filosofia e al suo completo asservimento alla scienza. Si può anzi sostenere che, adottando la concezione neopositivista, i filosofi diventano addirittura dei “super-scienziati” i quali, lungi dall’essere inutili, sono autorizzati a consigliare con magnanimità gli scienziati operativi.

Che cosa diventa, allora, l’analisi logico-linguistica qualora venga concepita in questi termini? E si può seriamente sostenere che essa si limita al mero esame dei termini e delle proposizioni?

Dovrebbe essere chiaro, in base a quanto ho appena detto, che alla seconda domanda dev’essere data risposta negativa. Invece di eliminare la metafisica, l’analisi linguistica si trasforma in un’altra “filosofia prima” la quale, fissando i limiti del senso, detta altresì le leggi che determinano la possibilità della conoscenza umana. Ciò trova puntuale conferma in un celebre passo del Tractatus, dove Wittgenstein afferma che: «La filosofia limita il campo disputabile della scienza naturale.

Essa deve porre limiti a ciò che si può pensare; e, nel far questo, deve porre limiti a ciò che non si può pensare».

Dopo aver notato tutto questo, diventa a mio avviso arduo negare che esista un’influenza kantiana sui neopositivisti e i filosofi analitici. Si tratta, ovviamente, di un’influenza più mediata che diretta, ma essa è comunque ben percepibile.

Come Kant si contrappone agli eccessi razionalisti, così i rappresentanti della svolta linguistica reagiscono agli eccessi idealisti (in questo senso - occorre ribadirlo - bisogna interpretare la lettura completamente negativa e parodistica che Carnap fornisce del pensiero hegeliano).

D’altra parte, strette analogie si trovano pure tra l’intento di Kant di limitare i danni dello scetticismo humeano e quello neopositivista/analitico di mettere al riparo la conoscenza dai problemi creati da quella crisi dei fondamenti che tra ‘800 e ‘900 insidiava le principali discipline scientifiche.

Ma le analogie non si fermano a questo punto. Per Kant, la nostra conoscenza della realtà risulta sempre “mediata”, nel senso che essa non può mai prescindere da quelle categorie che, sole, possono dare forma all’esperienza umana. Di qui l’impossibilità di qualsiasi conoscenza assoluta della realtà: ogni conoscenza ha senso solo in quanto è relativa all’apparato concettuale.

Neopositivismo e filosofia analitica altro non fanno che trasferire tale apparato concettuale - il “filtro” dell’esperienza - dall’intelletto al linguaggio. Nell’un caso e nell’altro ci troviamo di fronte a pre-condizioni che svolgono un ruolo tanto necessario quanto fondamentale nell’acquisizione della conoscenza.

Come Kant si interroga circa le condizioni che presiedono alla possibilità della conoscenza, analogamente neopositivisti e analitici si chiedono quali siano le condizioni che presiedono alla possibilità del discorso significante.

Poiché il linguaggio finisce per assumere il ruolo che nella concezione kantiana viene svolto dall’intelletto, ai pensatori di orientamento linguistico pare importantissimo fissare l’indipendenza logica della loro nuova filosofia tanto dalle concezioni tradizionali, quanto dalla stessa scienza.

Ancora una volta possiamo ritrovare una formulazione esplicita di tale esigenza nel Tractatus, laddove Wittgenstein nota che la filosofia precedente «s’irretì per lo più in inessenziali ricerche psicologiche».

Vi è una chiara ascendenza kantiana nella tesi secondo la quale la conoscenza della realtà è sempre “relativa al linguaggio ed agli schemi concettuali che esso incorpora”, derivazione del resto accertabile nel celebre passo in cui Otto Neurath afferma che gli uomini sono imbarcati sin dall’inizio su una nave concettuale dalla quale non possono sbarcare, e che può essere riparata soltanto durante la navigazione in mare aperto. Se così stanno le cose, è ovvio concludere che possiamo conoscere il mondo extra-linguistico - ammesso che esista - solo grazie all’apparato concettuale.

È stato Quine, in un periodo a noi più vicino, a rinverdire la fama della metafora neurathiana affermando: «L’interrogativo filosofico apparentemente essenziale: Quanto della nostra scienza è mero contributo linguistico e quanto è autentica immagine riflessa della realtà? è forse una questione spuria che a sua volta nasce soltanto da un certo tipo particolare di linguaggio.

Certo è che se a quell’interrogativo cerchiamo di rispondere ci troveremo in un vicolo cieco; per rispondere ad esso, infatti, dobbiamo parlare sia del mondo che del linguaggio, e per parlare del mondo dobbiamo già imporre ad esso un certo schema concettuale, che è peculiare alla nostra lingua particolare.

Non dobbiamo tuttavia precipitarci a concludere fatalisticamente che siamo inchiodati allo schema concettuale in cui siamo cresciuti. Possiamo mutarlo a poco a poco, pezzo per pezzo, anche se, allo stesso tempo, non c’è nulla che ci faccia avanzare se non lo stesso schema concettuale in sviluppo. Il compito del filosofo è stato a ragione paragonato da Neurath a quello di un marinaio che debba ricostruire la sua nave in mare aperto.

Possiamo perfezionare il nostro schema concettuale, la nostra filosofia, poco a poco continuando pure a dipendere da esso come nostro sostegno; ma non possiamo distaccarci da esso e metterlo a confronto oggettivamente con una realtà non concettualizzata».

 

 

 

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