Più forte della camorra

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“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

“Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità?

Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”.

Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16 anni vissuti in una terra difficile.

Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

 

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

 

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

 

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