Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Tommaso Gar e la Biblioteca Universitaria di Napoli

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Tommaso Gar nacque a Trento il 22 febbraio 1808 da una famiglia di umili origini.

Dopo la laurea a Padova nel 1831 si trasferì a Vienna dove conobbe la baronessa Madeleine Creutzer che divenne sua moglie.

Nel 1838 fu assunto come segretario presso il conte Moritz Von Dietrichstein prefetto della Biblioteca di corte.

Nel 1842 entrò nella redazione dell'Archivio Storico Italiano per poi vincere il concorso alla Biblioteca Universitaria di Padova.

Partecipò ai moti del '48 e divenne ambasciatore della Repubblica di San Marco.

Dopo la caduta di Venezia, dal 1853 al 1862 diresse la biblioteca civica di Trento.

Nel giugno 1863 fu nominato direttore della Biblioteca Universitaria di Napoli al posto di Paolo Emilio Imbriani che era stato destituito dal ministro della Pubblica Istruzione Cesare Correnti.

L'ambiente politico dell'epoca non era dei più felici a causa dell'invasione piemontese avvenuta due anni prima e con la guerra civile ancora in corso nelle campagne.

 

Alcuni amici lo avevano avvisato dei possibili disagi, uno tra questi Aleardo Aleardi: «Starei per ora dove sono, compirei quel bene che ho cominciato nel collegio, starei attendendo un posto di bibliotecario quassù, in paese di cristiani, dove non si bestemmia il re, dove non si odiano i piemontesi» (28 giugno 1863).

Dopo una breve riflessione alla fine Tommaso Gar accettò l'offerta di lavoro a Napoli anche e sopratutto in ragione del ruolo di Niccolò Tommaseo che lo aveva raccomandato presso i reali partenopei.

Sebbene l'Università di Napoli fosse stata fondata nel 1224, l'idea di una stabile struttura bibliotecaria si deve a don Pedro conte di Lemos (1615) con lo scopo di custodire in un unico luogo le raccolte librarie private (Benedettini, Cappuccini e Carmelitani).

Nel corso dei secoli la biblioteca si arricchì di numerose collezioni, tra cui il Fondo Farnese, fino a raggiungere la ragguardevole cifra di 36000 volumi.

Da qui si può intuire l'immensa mole di lavoro che competeva al nuovo direttore. Oltre all'attività organizzativa, Tommaso Gar iniziò una serie di lezioni di bibliologia che lui stesso definì "il primo esperimento in Italia". Oltre ad essere illustre bibliologo fu anche un eccellente germanista e, tra una lezione e l'altra, tradusse la Storia del Reame di Napoli dal 1414 al 1443di August von Platen (1864).

Durante il suo soggiorno conobbe alcune eminenti personalità dell'ambiente culturale e politico tra cui Luigi Settembrini, Paolo Emilio Imbriani, Alfonso Casanova e Antonio Ranieri.

L'accoglienza in città fu entusiasmante e, scrivendo a Niccolò Tommaseo, aggiunse:

 

«Carissmo amico! Sento di aver tardato un po' troppo a ringraziarvi delle utili commendatizie che m'avete favorito presso due uomini rispettabili di questa città: il marchese Alfonso Della Valle di Casanova e il Sig De Martino (Antonio De Martino, professore di patologia all'Università di Napoli).

Vi chiedo scusa della involontaria mancanza e vi supplico ad attribuirne una parte alle cure del primo stabilirsi in una sì vasta e singolare città e agli affari molteplici e gravi del nuovo ufficio.

Il Casanova e il De Martino mi fecero la piu onesta e cordiale accoglienza, e non si tennero alle semplici proferte di servigi per l'avve nire e nelle occorrenze; ma vollero quasi subito provarmi col fatto a quanto pregio mettessero alla vostra raccomandazione.

ll Casanova mi condusse colla sua carrozza a Portici per procurarmi la conoscenza dell'egregio Abate Fornari, prefetto della Biblioteca nazionale, e di Antonio Ranieri che villeggiava lì presso.

Trovai il Fornari degnissimo della reputazione che gode in Italia, come uomo e come serittore; e il Ranieri affogato nella pinguedine e troppo esclusivamente napoletano.

Ciò non toglie punto ch'egli non sia un brav'uomo. I De Martino poi è un fiore di vero sacerdote italiano; sinceramente pio, modesto, liberale, addottrinato.

Egli mi usò le cortesie più squisite. Benevolo accoglimento ebbi pure dal Rettore e da parecchi tra i professori più valenti della Università; e ciò mi incoraggia non poco nell'esercizio dei miei doveri.

La Biblioteca non molto ricca nè bene ordinata richiama tutta la mia attenzione e le mie cure. Ho gia dato mano a varie riforme, e spero di ridurla col tempo e coll'appoggio del governo nazionale a quell'ordine e portarla a quell'incremento che è richiesto dal fine pel quale fu istituita.

La mia salute è abbastanza buona; sicché la fatica, anche straordinaria, non mi dà per ora nessuna apprensione.

Vorrei aver trovato impiegati più esperti; ma la loro buona volontà, la mia insistenza e l'efficacia dell'esempio produrranno l'effetto desiderato. Dello stato morale e politico di questo paese dirò, se vi aggrada, più tardi, quando lo avrò potuto studiare più intimamente». (Napoli, 10 novembre 1863).

 

Nelle sue lezioni, che furono pubblicate a Torino nel 1868, così descrissee le istituzioni culturali partenopee:

 

«Varie e molto importanti biblioteche vanta la città di Napoli. La “Nazionale”, già detta del “Museo Borbonico e degli Studi", istituita nel 1780 da Ferdinando di Borbone coi tesori scientifici e letterari di casa Farnese e colla libreria dei Gesuiti, dalla reggia di Capodimonte, ov'ebbe sua prima sede, fu trasportata nel 1782 nel palazzo degli Studi, e si accrebbe considerevolmente in questi ultimi anni.

Essa conta ora più di 160,000 volumi e stampa, fra i quali 8000 incunaboli e 5600 manoscritti. (...) La biblioteca “Brancacciana”, fondata dal cardinale Francesco Brancaccio nel 1690 e accresciuta in seguito a lasciti privati e da raccolte di corporazioni religiose abolite, è ora provveduta di circa 92,000 volumi a stampa e di più di un migliaio di manoscritti concernenti in particolar modo la storia politica e letteraria delle provincie napolitane.

La biblioteca della “Università di Napoli”, formata originariamente da una raccolta privata e da varii libri di soppresse comunità religiose, fu donata dal Municipio al re Gioacchino Murat e da questi regalata all'Università degli Studi.

Aperta al pubblico nel 1823, deve il suo rapido incremento alle mutate sorti d'Italia e alle cure che ne prende il Governo.

I doni di una parte della libreria Palatina e di quelle di varii conventi testè aboliti, ed in nuovi acquisti, l'hanno portata in due anni dai 30,000 ai 60,000 volumi.

Nel mese di luglio 1863 fu fondata e nel novembre del 1865 inaugurata in Napoli una nuova biblioteca pubblica detta di “San Giacomo” il cui nucleo principale è formato dalle opere apparteneneti ai diversi ministeri sotto il regime passato e da una porzione della Palatina e di qualche convento recentemente soppresso. Essa è bene fornita di libri relativi alle scienze morali ed economiche, e s'apre la sera.

È pure accessibile al pubblico la biblioteca dei “Padri Gerolimini”, sorta sulla fine del secolo XVII, notabilmente accresciuta nel 1726 per la compera di una celebre libreria apprezzata dal vico e in questi ultimi anni per le raccolte fatte dal Troya e dal Gervasio.

Essa novera circa 27,350 volumi stampati e 284 manoscritti. Non debb'essere passata sotto silenzio, sebbene ristretta ad uso del solo presidio, la “Biblioteca Militare” di napoli, fondata nel 1826 ed annessa all'ufficio Topografico dal quale fu separata nel 1861.

Essa possiede più di 24,000 volumi di opere quasi tutte moderne, e più di 800 carte geografiche, piante topografiche, atlanti, ecc. Ha pochissimi manoscritti; ma è riccamente provveduta di libri di storia, geografia, etnografia, specialmente orientale, delle principali collezioni accademiche e dei giornali scientifici più reputati».

 

Il suo lavoro, che consisteva nel catalogare il materiale bibliografico, lo teneva molto impegnato come afferma lui stesso. (Napoli, 30 giugno 1864)

All'epoca i metodi di catalogazione afferivano a due modelli: il modello analitico che disponeva i volumi in base a predeterminate categorie scientifiche; il modello sintetico che disponeva i volumi in base alle intersezioni di una o più categoria.

Il risultato fu la realizzazione di una serie di cataloghi “speciali” che riunivano insieme più opere di diversa estrazione scientifica. Fu tra gli artefici dell'emeroteca, che all'epoca assunse il nome di “Gabinetto di lettura”, con ben ottanta giornali e della sezione tedesca di ben tremila volumi.

Si interessò anche di teologia su cui scrisse:

«Io non posso dire di essere, come Ella si afferma, perfettamente convinto della verità della Rivelazione, conferita, per giunta, siccome un privilegio, al solo popolo ebreo. Di più, m'è duro ed ostico alquanto l'asserto che l'uomo fosse creato allo stato adulto, e perciò perfetto; e che la sua imperfezione avvenisse dipoi per un disordine operato nella sua natura con una prima colpa, la quale eccetera eccetera». (Napoli, 14 luglio 1864).

Gli ultimi anni si caratterizzarono per una sorta di delusione e frustrazione per via dell'organizzazione del personale che avrebbe dovuto seguire le sue direttive.

Nell'agosto del 1864, ad esempio, chiedeva invano di assumere un suo amico, Desiderio Chilovi, in qualità di vicedirettore della Biblioteca: «ma all'importanza delle biblioteche si pensa e provvede poco dal Governo di questa povera Italia che è pur destinata a rioccupare un giorno il primo psoto fra le nazioni civili». (Napoli, 28 agosto 1864).

E ancora sul personale della biblioteca:

«Io ebbi fin dal principio ed ho ancora da superare molte difficoltà inerenti all'uffizio mio, e provenienti in parte dallo stato deplorabile in cui era la biblioteca che mi venne affidata e in parte dalla inettezza e peggio degli impiegati. Per ovviare quanto era possibile ai tristi effetti di questi ultimi e invogliare qualche bravo giovane a percorrere la carriera delle biblioteche, della quale in Italia non si ham purtroppo, ancora un giusto concetto, chiesi ed ottenni di aprire un Corso gratuiti di Bibliologia in questa Università che compii nel passato semestre». (Napoli, 9 novembre 1865).

E ancora sull'organizzazione ministeriale:

«Il di 2 del corrente mese s'inaugurano gli studi in questa Università sospesi oltre il solito per causa del morbo asiatico. Il sistema (se si può dir tale) che informa e regge il pubblico insegnamento in Italia mi pare abbia fatto cattiva prova; e desidero ardentemente che assuma il Ministero della Istruzione un uomo sapiente ed energico che ad essa dia migliore indirizzo ed aspetto, giovandosi massimamente delle ottime idee che avete espresse in questo vitale argomento da molti anni.

Aspettando le necessarie riforme, io procuro di adempiere il dover mio nella mdoesta sfera di attività in cui mi trovo e nella quale mi avveggo che si può qualche bene alla gioventù». (Napoli 10 gennaio 1866).

E ancora sulla riduzione dei fondi pubblici:

«Io comprendo sempre più di essermi avventurato troppo temerariamente a un'impresa che richiedeva maggior riflessione e maturità di consiglio. Ma il dado è gettato; e converrà per ora contentarsi del poco e dell'imperfetto; salvo a far meglio in altra occasione proprizia.

Le mie occupazioni professionali sono soverchie ed escludono qualunque studio geniale. Si arroga alla deficienza totale di capacità negli uomini che dovrebbero assitermi a condurre a termine l'arduo compito di ridurre una biblioteca da frati a biblioteca di grande Università.

Da due anni e mezzo tutta la mia vita intellettuale è circoscritta in cotesto compito, reso ancor più difficile dalal strettezza dei mezzi materiali che lo Stato ci assegna». (Napoli, 10 aprile 1866)

Non mancarono episodi di tensione con gli studenti napoletani:

«È inutile chio vi narri i recenti tumulti della scolaresca di Napoli per causa e pretesto dei regolamenti universitari che, per vero dire, son diffettosi.

Le Gazzette ne hanno parlato abbastanza. Anche la Biblioteca, ove aveva cercato asilo un centinaio di giovani abborrenti dalle improntitudini degli altri, fu invasa per ultimo da una frotta di energumeni, che mal soffrivano l'astensione prudente dei loro compagni, i quali dovettero cedere al numero e andarsene.

Fatti uscire gli impiegati, volli chiudere io stesso la Biblioteca; ma la chiave era già nella mano di uno studente, che, serrato l'uscio, se la pose in tasca gridando con tutti gli altri: che la Università coi suoi varii istituti doveva essere in potere della scolaresca.

Io risposi freddamente, che della Biblioteca ero direttore e responsabile io solo, e che non mi sarei mosso di lì senza la chiave di essa.

Dopo due o tre minuti di esitazione, fra gli urli ed i gesti più strani, mi venne rimessa con piglio solenne la chiave.

Questa per l'ultima scena, e la più mite, del dramma rappresentato dagli studenti nella Università napoletana, che d'allora in poi rimane chiusa con danno grave di molti, cui forse andrà perduto l'intiero anno scolastico.

Io ne sono dolente, perché amo la gioventù, nella quale è tanta parte delle nostre nazionali speranze.

Cresce il dolore vedendo che quei moti d'indisciplina si vanno propagando in altre università italiane.

Che l'insegnamento in Italia manchi di sistema e di metodo razionale è innegabile; e voi ed altri lo dimostrarono ad evidenza; ma è incomportabile che la gioventù destinata alla cultura scientifica e alle carriere civili politiche dello Stato insorgano arbitrariamente contro la legge e tenti imporre al Governo con modi violenti la sua volontà.

Io spero che il nostro sappia mantenere inviolato il principio di autorità e, ristabilito l'ordine, volga la mente a serie riforme; e prima tra queste sia la iscrizione.

Del resto, anche fra i professori c'è del guasto e non poco; pur prescindendo dalle dottrine.

Io non vedo l'ora di aver messo in assetto scientifico e pratico questa Biblioteca, per invocare un trasferimento.

La vita ch'io meno da due anni e mezzo è tutta di sacrifizio, senza il conforto e che da esso possa provenire una durevole utilità, per causa dell'imperfetto organismo della istituzione bibliotecaria, in genere, per la inettezza degli impiegati e per la insufficienza della dotazione in particolare.

Costretto a fare quasi tutto da me, e a rivedere e correggere le minime cose fatte dagli altri incapaci o svogliati, per riuscire a qualche necessaria riforma o a qualche discreto miglioramento, non mi rimase, dacchè son qui, alcun ritaglio di tempo da dedicare agli studi storici e letterarii; giacchè le Letture di Bibliologia tatte k'anno scorso e nel corrente presso la Università debbonsi considerare come accessorio all'ufficio mio principale.

Tutto ciò mi fa desiderare ardentemente un'altra posizione men faticosa ed ingrata, un campo di attività più largo e più fruttuoso, in cui mi sia dato di poter sollevare di quando in quando la mente dalle miserie dell'esercizio mecanico. Sono sicuro che Voi, pel gran bene che mi volete e per essere giudice competentissimo anche in queste materie troverete ragionevole il mio desiderio». (Napoli 25 aprile 1866)

Il 12 agosto 1866 scrisse una lettera al ministro Domenico Berti per chiedergli il trasferimento nell'Archivio dei Frari di Venezia, concorso che aveva vinto nel 1854 ma che gli era stato rifiutato dagli austriaci a causa del suo orientamento liberale; si accontentò poi del posto di direttore dell'Archivio di Stato della città lagunare.

Nella medesima lettera conferma il compimento di quanto gli era stato assegnato e cioè la sistemazione della Biblioteca universitaria di Napoli. In realtà Tommaso Gar era profondamento deluso e amareggiato del suo soggiorno napoletano:

«Mi accorgo ogni giorno più della grande distanza che, in linea di civiltà, passa tra questo paese e quelli della media e superiore Italia.

La sua prima salute verrà dalla stretta unione con essa, che dovrà adoperare molto tempo e pazienza, fare assai sacrifici per rigenerarlo e assimilarlo.

Certi mali troppo inveterati debbono necesarimante dissolvere questo corpo cresciuto in una atmosfera di combinata corruzione religiosa e morale.

Dalla sua lente decomposizione sorgerà la nuova pianta dell'uomo educato alla vera civiltà, della quale lo spirito dei tempi nuovi, penetrato nella mente e nel cuore dei savi ed onesti, si farà ristauratore e propagatore.

Ma a noi, generazione sciupata, non sarà purtroppo concesso di assistere a cotesta immancabile palingenesi. Consoliamoci dell'averla preparata colle opere, affrettata coi voti sincemente benevoli». (Napoli 14 giugno 1864)

Tommaso Gar si spense a Desenzano sul Garda il 27 luglio 1871 mentre tornava da un viaggio in Germania.

La sua salma riposa a Trento nel cimitero monumentale insieme ad altri uomini illustri.

Gar è il testimone privilegiato dei cambiamenti che anticiparono e che seguirono l'Unità d'Italia. Visse in una Napoli decadente, a suo avviso defraudata e violentata dall'invasore piemontese che aveva rubato ogni splendore della ex capitale borbonica poi diventata la nuova “Babilonia italiana”. (31 luglio 1864)

Nella mentalità del Gar la biblioteca doveva fungere da dispositivo rigeneratore della cultura del popolo piuttosto che un “dimenticatoio” di glorie passate. Di lui Benedetto Croce ebbe a dire: «sotto la diretta efficacia dell'Università era la biblioteca univesitaria, la quale specialmente per opera di Tommaso Gar uomo valente negli studi storici e assai esperto nella letteratura tedesca, si fornì della suppellettile filosofica, filologica e scientifica moderna».

 

 

Bibliografia

Allegri M., Carteggio Niccolò Tommaseo – Tommaso Gar (1840-1871), Temi, Trento, 1987.

Biagetti M.T., Biblioteconomia italiana dell'Ottocento, Bulzoni, Roma, 1996.

Croce B., La letteratura della nuova Italia, IV, Bari, 1929.

Benvenuti S., Le lettere di Tommaso Gar negli archivi e nella biblioteche del Trentino, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Manfrini, Rovereto, 1963.

Gar T., Letture di bibliologia fatte nella R.Università degli studi di Napoli durante il primo semestre del 1865, Unione tip., Torino, 1868 (per l'approfondimento sulla catalogazione vedi pp. 182-193).

Pancino C., Mazzolini R.G., Un bazar di storie: a Giuseppe Olmi nel sessantesimo genetliaco, Università degli studi di Trento, 2006.

S.V. Tommaso Gar, «Enciclopedia Treccani»

Trombetta V., Storia della biblioteca universitaria di Napoli, Vivarium, Napoli, 1995.

Zieger A., Archivisti italiani: Tommaso Gar, "Notizie degli archivi di Stato", Istituto poligrafico dello Stato, Roma, 1943, pp. 112-117.

 

 

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