Politica al femminile
Ha iniziato Jacinda Ardern, primo ministro della Nuova Zelanda, nonché leader del locale Partito Laburista dal 2017 al 2023. Si è inaspettatamente dimessa il 19 gennaio di quest’anno, dicendo di essere esausta e denunciando una carenza di energie psico-fisiche per svolgere al meglio il proprio incarico, nonché il desiderio di stare più vicina alla sua famiglia. Sono poi arrivate anche le dimissioni di Nicola Sturgeon, leader del Partito Nazionalista Scozzese e premier del governo di Edimburgo dal 2014. Anche in questo caso entra in gioco lo stress provocato dalla sua attività al vertice. Ma la Sturgeon ha citato un secondo fattore, forse ancora più importante. Ha denunciato, infatti, la “brutalità” della politica, dicendo di non essere più in grado di sostenerla. Che la politica sia spesso – o, meglio, sempre – brutale non è certo una grande novità. Circa tale caratteristica tutti concordano. Ma il fatto che l’abbia detto pubblicamente una donna fa la differenza. Alcuni, rispolverando vecchi pregiudizi, ne hanno approfittato per affermare che le donne sono più deboli dei maschi, e non dovrebbero quindi impegnarsi in lavori che comportano non solo fatica fisica, ma pure un grande logorio psicologico. Una tesi che è, per l’appunto, viziata da antichi pregiudizi, anche se è dura a morire. Per smentirla bastano esempi di donne che sono rimaste al potere per lungo tempo, con successo, e che non hanno mai pensato a ritirarsi. Tre nomi tra tutti. L’israeliana Golda Meir, l’indiana Indira Gandhi, e la britannica Margaret Thatcher. Donne che, per l’appunto, hanno dimostrato di non essere affatto inferiori agli uomini. La denuncia, da parte di Sturgeon, della brutalità della politica indica però che le donne hanno una sensibilità più accentuata. Il che non è certo un difetto e, anzi, depone a loro favore. Per fortuna negli ultimi decenni la presenza femminile in politica è aumentata ovunque, con alcune significative eccezioni. Per esempio nel mondo islamico, dove la componente femminile è da sempre pesantemente discriminata. Dunque i pregiudizi che inducono a giudicare le donne inadatte alla politica vanno superati, e in larga parte del mondo questo è già avvenuto. L’abilità politica non si basa certo sul sesso, bensì sulla preparazione specifica e sulla capacità di ascoltare le esigenze dei cittadini. E’, questa, l’unica vera discriminante tra un buon politico, e un politico inadatto a svolgere il suo compito.
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Le recenti dimissioni di due donne giunte ai vertici del potere hanno indotto alcuni osservatori a interrogarsi circa il ruolo che le donne stesse possono (e devono) svolgere in politica. Questo perché, in entrambi i casi, le dimissioni sono state motivate dallo stress che l’attività politica necessariamente comporta, soprattutto se le funzioni svolte sono di tipo apicale.