Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Zivia Lubetkin e le altre. Partigiane nei ghetti nazisti

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«Il 18 gennaio 1943 nel caseggiato di via Zamenhof 56-58 nel ghetto di Varsavia il silenzio era assoluto, solo qualche grido lacerante proveniva dalle persone trascinate all’Umschlagplatz (dove iniziava la deportazione ndr.).

Zivia (Celina fu il nome di battaglia) e gli altri partigiani, tutti tra i venti e venticinque anni, ad eccezione di Celina, che ne aveva ventinove, erano acquattati negli armadi, nascosti dietro le porte e in ogni angolo della casa.

Il silenzio fu rotto dal rumore degli stivali dei tedeschi che salivano le scale del caseggiato. Quando irruppero nella stanza dove Zivia e i compagni sedevano intorno al tavolo come se fossero poveri ebrei in attesa dell’esecuzione, tutti uscirono dai nascondigli; i tedeschi furono massacrati con ogni tipo di arma e i sopravvissuti batterono in ritirata.»

Fu uno dei primi episodi di ribellione nel ghetto di Varsavia che precedettero la rivolta generale nell’aprile successivo; il tutto è stato descritto nel libro di Judy Batalion Figlie della resistenza. La storia dimenticata delle combattenti nei ghetti nazisti (2023).

L’autrice di origini canadesi è nipote di alcuni sopravvissuti all’Olocausto

Nel libro sono state ricostruite le storie di Zivia Lubetkin e di altre donne che operarono contro l’occupazione nazista in oltre novanta ghetti dell’Europa orientale, per ricordare il contributo femminile, rimasto a lungo nell’oblio.

 

Zivia Lubetkin, nacque a Byten in Polonia il 9 novembre 1914 da una tradizionale famiglia ebrea.

In età giovanile aderì al sionismo socialista, partecipando alla vita politica; quando nel 1941 giunsero notizie su cosa accadeva nei ghetti, si recò a Varsavia per organizzare la difesa armata.

Nel marzo del 1942 fu tra i fondatori del Blocco Anti Fascista e nel luglio divenne membro del comando della organizzazione combattente Zydowska Organizacja Bojowa (ŻOB).

Nella eroica rivolta del ghetto di Varsavia nell’aprile del 1943, per oltre un mese, poche centinaia di giovani partigiani, uomini e donne tennero testa all’esercito ritenuto allora il più forte del mondo.

Quando la rivolta ebbe fine, Zivia riuscì a fuggire nella zona tedesca di Varsavia attraverso le fognature e prese parte alla rivolta della città dell’agosto successivo.

Nel gennaio del 1945 fu liberata insieme a poche decine di compagni superstiti; alla fine del conflitto prosegui la collaborazione con i movimenti sionisti per facilitare l'emigrazione degli ebrei sopravvissuti in Palestina, dove anche lei riuscì a emigrare.

Nel 1947 sposò Jitzhak Zuckerman, uno dei partigiani del ghetto.

Dal matrimonio nacquero due figli.

Con altri reduci fondarono il kibbutz Lohamei HaGeta’otz (combattenti del ghetto) e, all'interno del kibbutz, il museo Ghetto Fighters’ House.

Insieme al marito testimoniarono al processo contro Adolf Eichmann.

Morì nel 1978 nel kibbutz all'età di 64 anni, dopo lunga malattia.

Più di cento donne parteciparono alla rivolta del ghetto dell’aprile;  molte  morirono con le armi in pugno, altre si suicidarono per non cadere in mano nazista.

Lea Koren fuggi nei canali, e fu uccisa quando tornò nel ghetto per assistere i combattenti.

Regin (Lilith) Fuden, che collegava le unità durante la rivolta, tornò a più riprese attraverso le fogne per salvare  combattenti, ma fu uccisa. Aveva ventuno anni.

Anche Rache Kirsboym morì in combattimento a venti anni. La staffetta Frania Beatus di diciassette anni, proseguì la sua missione, fino alla fine, poi si suicidò quando il rifugio fu scoperto.

Dvora Baran era molto bella. Quando uscì per prima dal rifugio, i tedeschi furono distratti dalla sua bellezza e  lei ne approfittò per scagliare contro di loro le bombe a mano. Fu uccisa il giorno successivo.

Rachel Kirshnboym rimase uccisa a ventun anni. Rivka Passamonic si uccise insieme ad un compagno, Masha Futermilch riusci a fuggire attraverso le fognature.

Le azioni di Nina Teitelbaum del gruppo comunista Spartacus, studentessa di storia all’Università di Varsavia, divennero note in tutto il ghetto.

Aveva venticinque anni, ma i capelli biondi raccolti in trecce le davano l’aspetto di una sedicenne; la Gestapo l’aveva soprannominata “la piccola Wanda con le trecce”.

Con scuse varie entrava nelle case e negli uffici delle SS e giustiziava soldati e ufficiali; sopravvisse alla rivolta. Finì su tutte le liste dei ricercati fino a quando, mesi dopo, venne catturata, torturata e uccisa.

Jurgen Stroop, il comandate nazista incaricato della distruzione finale del ghetto di Varsavia, cosi definì le donne combattenti: «Non erano umane, forse demoni o dee. Calme. Agili come artisti circiensi. Accanite in battaglia fino alla fine, avvicinarsi a loro era pericoloso. Una Haluzzenmadel (appartenente al movimento Hachalutz, n.d.t) catturata appare timida. Completamente rassegnata. Poi d’improvviso quando un gruppo dei nostri le si avvicina di qualche passo tira fuori dalla gonna o dalle brache una bomba a mano e massacra le ss…»

Nel libro di Judy Batalionsono narrate anche storie di donne che ebbero compiti di staffetta o di assistenza, che portavano armi ed effettuavano i collegamenti.

A differenza dei compagni maschi potevano viaggiare liberamente, si affidavano al loro aspetto ariano e allo scialle col quale le contadine si coprivano la testa.

Spostandosi tra le varie città polacche potevano contattare, magari sorridendo, i  funzionari della Gestapo e militari delle SS, raccogliendo informazioni sul programma di sterminio degli ebrei.

Accettavano e portavano a termine le missioni più pericolose senza un attimo di esitazione, rischiando la morte ogni volta, missioni altrettanto pericolose come la partecipazione alla lotta armata.

 Renia Kukielka aveva quindici anni quando nel 1939 i tedeschi invasero la Polonia e la famiglia fu confinata in un ghetto in condizioni terribili.

Il terrore provocato dalle atrocità compiute dai nazisti, eccidi di massa, violenze, stupri, saccheggi e distruzioni, riportate in tutti i capitoli nel libro della Batalion con dovizia di particolari, le cambiò la vita.

Iniziò ancora minorenne l’attività di staffetta portando denaro per comprare cibo e medicine, armi e proiettili, nascosti con ogni mezzo.

Sarah, la sorella, si occupava degli orfani ebrei; sopravvisse a terribili esperienze di prigionia e torture; riuscì a 19 anni a fuggire, uscire dalla Polonia e arrivare in Palestina nel marzo 1944.

Nel libro sono ricordate anche le staffette Bielicka e Chaika Grossmann, Zelda Rreger, Chjka Klinger Vladka Meed, Gusta Davidson, Hela Schupper; Tosia Altman.

Quest’ultima era elegante e piena di fascino, l’aspetto non ebreo facilitava le sue missioni, mori tra le fiamme dell’incendio del ghetto.

L’infermiera bionda, Bela Hazan, si era procurata un documento che attestava il suo lavoro i traduttrice alla Gestapo, ma fu arrestata mentre trasportava armi, torturata a lungo e poi inviata ad Auschwitz.

Sopravvisse alla marcia della morte e immigrò in Palestina alla liberazione nel 1945; sempre ad Auschwitz morì Lonka Kozibrodska, cristiana, staffetta esperta.

Quando la lotta nei ghetti divenne impossibile, circa trentamila ebrei si arruolarono nei distaccamenti partigiani, e il 10 per cento erano donne.

Un capitolo del libro della Batalion è dedicato a Vitka Kempner  e Ruzka Korczak , al comando nella PPO organizzazione partigiana nei boschi .

Da tutte le storie riportate emerge non una visione stereotipata di personaggi femminili  che aderirono alla resistenza per motivi sentimentali, ma quella di donne che, superando prove terribili, combatterono con grande fermezza per la libertà in nome della giustizia, dell’uguaglianza sociale e della parità dei sessi.

 

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