Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Antonio Amoretti, ultimo testimone delle Quattro Giornate di Napoli

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Ogni morte porta via un piccolo pezzo di storia personale legata alla famiglia d’appartenenza, alla comunità frequentata, agli albi dei mestieri e delle professioni.

La scomparsa di Antonio Amoretti è stata, però, una perdita per la storia della città di Napoli.

Ultimo testimone delle Quattro Giornate, Antonio ha tenuta accesa la fiaccola della Memoria, raccontando, specialmente ai giovani, di quei giorni di settembre del 1943, ottant’anni fa, quando un popolo intero, ribellatosi al giogo nazifascista, diede inizio alla Resistenza italiana.

Antonio, studente di poco più di sedici anni (era nato nel 1927) noto come Tonino ‘o biondo, nel suo quartiere –Stella San Carlo all’Arena- era un po’ il punto di riferimento dei suoi coetanei quasi tutti garzoni di barbiere, dei guantai o dei calzaturifici della zona.

Aveva ardore e coraggio; forse troppo coraggio, tanto che anche il suo papà –uno dei ragazzi del 1899 combattente nella Grande Guerra- temeva per quel figlio troppo audace, sprezzante del pericolo, pronto a scendere in strada, dietro una barricata, dall’alto di una terrazza, per battersi contro gli occupanti nazisti.

 

Seguì il gruppo di partigiani comandato dal tenente Nicola Lembo, fu nella zona d’azione di Maddalena Cerasuolo, subì la morte dell’amico Lampugnano, si buttò nella mischia armato di un vecchio pugnale austriaco e della pistola sottratta al padre (provvidenzialmente –diceva Antonio- tenuto a letto da un attacco di febbre malarica). Quando i carri armati tedeschi puntarono verso il ponte della Sanità, il giovane Amoretti con quel residuo della prima guerra mondiale cercò di contrastarli, sparò dal balcone di casa Telesco; il fuoco nemico lo mancò per un niente.  

Antonio Amoretti, nonostante l’ingiuria del tempo, fino a qualche mese fa, non si è mai sottratto alle chiamate di quanti –specialmente gli studenti- ne richiedevano la presenza, per avere maggiori conoscenze delle Quattro Giornate, per gustare la narrazione di un protagonista, per alimentare confronti con gli avvenimenti contemporanei.

A metà ottobre scorso (forse è stata la sua ultima uscita pubblica) siamo stati insieme a parlare con gli studenti del Liceo “Vittorini” di Napoli.

Si vedeva, Antonio era stanco; si palpava a vista la sua sofferenza; ma aveva voluto caparbiamente onorare l’invito ricevuto.

I ragazzi prendevano appunti, segnavano i suoi ricordi, che erano fotogrammi di un film: la partecipazione agli incontri, insieme a suo padre, di un gruppo antifascista nello studio dentistico di Ciccio Lanza, l’apporto delle donne e di femminielli alla liberazione della città, le barricate per difendersi dal fuoco nazista e da quello fascista, gli stenti, la fame, i bombardamenti.

Uno studente gli chiese se avesse mai ucciso un nemico. Amoretti rispose: «Il partigiano spara nel gruppo e si illude che non sia stata la propria pallottola a far cadere il nemico. Così la coscienza è un po’ sollevata. Le guerre, tutte le guerre, sono solo terrorismo, efferatezza, morte».

Poi, da ultimo, una raccomandazione: «dovete studiare, perché lo studio è l’unica difesa per sconfiggere questa deriva filonazista e filofascista. L’unica arma, per cercare di cambiare questa società, è la cultura. Non lo dimenticate mai».

Da poco più di un anno Antonio Amoretti era stato nominato Presidente onorario del Comitato Provinciale dell’Anpi di Napoli; il XVII Congresso Nazionale della stessa Associazione dei Partigiani (marzo 2022), dopo averlo salutato con un lungo applauso, lo aveva nominato componente la Presidenza Onoraria del Comitato Nazionale.

Lo meritava e ne aveva pieno titolo. Perché, come era stato scritto sulla targa che il Comune di Napoli gli aveva consegnato in occasione del suo novantesimo compleanno, l’11 settembre 2017, tutta la sua vita era stata «vissuta sempre con passione, rigore morale e da strenuo combattente contro ogni forma di discriminazione, diseguaglianza e sopraffazione».

 

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