Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Mussolini: il 25 luglio il suo arresto fu concordato con il re?

Condividi

Il 26 luglio del 1943, mentre in piazza e nelle strade centinaia di migliaia di italiani ancora festeggiano la caduta del fascismo, i principali quotidiani titolano in prima pagina, a caratteri cubitali, «Le dimissioni di Mussolini». Un modo alquanto edulcorato di informare l’opinione pubblica su quell’evento storico, dopo vent’anni di dittatura e di rigido controllo della stampa da parte dell’occhiuta censura del Minculpop.

In realtà la mattina del 25, dopo la votazione notturna dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo, il duce si è recato a Villa Savoia per un colloquio con il re Vittorio Emanuele III, il quale lo ha gelidamente congedato dalla carica di primo ministro. All’uscita, ha trovato ad attenderlo i carabinieri, che lo hanno arrestato e trasportato in caserma in ambulanza.

Ma se le cose non fossero andate esattamente così? Se invece Benito Mussolini avesse concordato con il re una sorta di finto arresto per evitare problemi con i nazisti e l’ala oltranzista del suo partito?

Ad avanzare questa tesi non è un testimone qualsiasi, ma Sandro Pertini, antifascista, partigiano, indimenticato presidente della Repubblica, in un’intervista inedita contenuta in un dvd allegato al libro di Ugo Intini dal titolo «Avanti!

Un giornale. Un’epoca. 1896-1993» (Ponte Sisto, 700 pp., euro 20), che racconta la storia del quotidiano socialista e propone anche colloqui con Pietro Nenni, Alberto Jacometti, Lelio Basso e Riccardo Lombardi.

Pertini sostiene che quando Mussolini fu arrestato dal re, i due erano d'accordo, aggiungendo che anche il generale dei carabinieri Angelo Cerica, che organizzò il blitz, la pensava allo stesso modo. La spiegazione logica è fornita dallo stesso Pertini.

Mussolini aveva capito che la guerra era perduta e che il fascismo era finito. Cercava perciò una via di uscita dignitosa e tale da salvargli la vita. L’arresto gli consentiva di abbandonare il posto di comando contro la sua volontà e così nessuno (a partire da Hitler) poteva accusarlo di codardia.

Un accordo conveniente anche per il re, che salvava la faccia, dopo aver formalmente condiviso tutte le scelte del regime fascista, compreso le leggi razziali del 1938 e l’ingresso in guerra.

In seguito, gli avvenimenti presero una piega diversa, ma in quei giorni ci fu una grande ambiguità. Mussolini, almeno in questa prima fase, non gridò al tradimento o al golpe, né ci furono reazioni troppo veementi da parte dei fascisti.

La tesi di Pertini è interessante, anche se – per ora – priva di riscontri documentali. Certo che prendendo in esame questa versione dei fatti, assumerebbe una luce diversa anche il paradossale scambio di lettere tra i due futuri nemici giurati, Mussolini e Badoglio, all’indomani del 25 luglio.

Badoglio infatti tratta l’ex dittatore con i guanti di velluto, con tono sussiegoso, scusandosi e dandogli del voi, alla maniera fascista.

«Il sottoscritto capo del governo – scrive - tiene a far sapere a S.V. che quanto è stato eseguito nei vostri riguardi è unicamente dovuto al vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto verso la vostra persona. Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dare ordini per il vostro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare».

Mussolini gli risponde in modo altrettanto sorprendente, offrendosi addirittura di collaborare:

«Desidero ringraziare il maresciallo d’Italia Badoglio per le attenzioni che ha voluto riservare alla mia persona. Unica residenza di cui posso disporre e la Rocca delle Carminate, dove sono disposto a trasferirmi in qualunque momento. Desidero assicurare il maresciallo Badoglio, anche in ricordo del lavoro comune svolto in altri tempi, che da parte mia non solo non gli verranno create difficoltà di sorta, ma sarà data ogni possibile collaborazione».

C’è nell'intervista con Pertini un altro elemento interessante, solo in parte conosciuto. Pertini sostiene che esisteva il progetto di fare il principe Umberto capo della Resistenza. Se così fosse avvenuto, l’esito del voto tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946 avrebbe potuto essere diverso e magari al Quirinale negli anni Ottanta non ci sarebbe stato Pertini ma forse lo stesso Umberto.

Un altro episodio curioso emerge dall’intervista, anche questa inedita, ad Alberto Jacometti, diventato segretario del Psi dopo la disfatta del Fronte popolare nel 1948. Jacometti racconta che dopo l'accordo tra Hitler e Stalin del 1939, per un anno e mezzo il mondo sembrò capovolto. A Ventotene, dalle camerate dei detenuti comunisti, si sentivano gli applausi e i cori di entusiasmo quando la radio annunciava le vittorie tedesche. La storia riserva sempre sorprese.

 

 

Mario Avagliano

 

Statistiche

Utenti registrati
132
Articoli
2834
Web Links
6
Visite agli articoli
12736462

(La registrazione degli utenti è riservata solo ai redattori) Visitatori on line

Abbiamo 212 visitatori e nessun utente online