Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La resistenza dei fratelli Cervi

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A Reggio Emilia era un’alba nebbiosa, nella quale stanche e perplesse volute di candida umidità si levavano dai campi per innalzarsi tremanti verso il cielo. Era il 28 dicembre del 1943

Quella mattina, alle sei e trenta, non appena la prima luce del mattino tentò di sfidare le persistenti ombre della notte, presso il Poligono di Tiro della città emiliana le milizie repubblichine fucilarono i sette fratelli Cervi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

Insieme a loro fu fucilato l’ex repubblichino, poi pentitosi, Quarto Camurri.

La famiglia Cervi era originaria della provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, nel 1920, lasciò la casa paterna per stabilirsi con la sua famiglia in un appezzamento di terreno a Olmo di Gattatico. Nel 1934, la famiglia si spostò definitivamente in un podere preso in affitto nel comune di Gattatico.

I Cervi erano riusciti a passare dalla conduzione in mezzadria a quella in affitto, lavorando secondo le proprie regole e non quelle imposte dal padrone.

La famiglia comprese infatti che per uscire dalla logica di sopravvivenza occorreva un’intelligente programmazione e l’utilizzo di più moderne tecnologie, insieme a tanto studio.

I Cervi si procurarono molti libri sull’apicoltura e la metodica per ottimizzare la crescita del frumento e dell’uva. Ma in famiglia si leggeva anche per piacere.

La biblioteca casalinga aumentò di mese in mese, fino a dar vita a una circolante e gratuita.

In questa ottica i giovani della famiglia seguirono corsi di formazione professionale riguardanti il lavoro agricolo. Il simbolo di questa modernità si concretizzò nel trattore acquistato nel 1939. Nessuno aveva un trattore a quel tempo.

Per quanto attiene la sfera sociale i Cervi erano sempre stati antifascisti: innanzitutto il padre Alcide, sin da giovanissimo aderente al movimento che diventerà poi il Partito Popolare, così come la madre Genoeffa Cocconi, donna di profonda fede cattolica.

La famiglia, peraltro, era stata sempre in prima linea contro le ingiustizie. Il nonno, Agostino, fu uno dei capi della rivolta contro la tassa sul macinato, nel 1869.

Il 25 luglio 1943, alla sfiducia votata a Mussolini dai suoi stessi gerarchi, la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo una “pastasciuttata” a tutta la popolazione sull’aia della casa. Giunsero a mangiare i vicini, gli amici, e tutti gli abitanti dei paesi vicini. Nelle pentole vennero cotti dieci quintali di pasta.

La popolarità dei Cervi aveva ormai superato i confini di Gattatico e, con l’arrivo dei nazisti in Emilia, la loro cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via dei monti, dove ebbero contatti con il parroco di Tapignola, Don Pasquino Borghi, ma capirono ben presto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata.

All’alba del 25 novembre 1943 un plotone di militi circondò l’edificio, incendiandolo, ed al termine i sette fratelli, dopo essersi arresi, vennero catturati e condotti al carcere politico dei “Servi”, a Reggio Emilia. Stessa sorte toccò al padre Alcide, che non volle abbandonarli. Insieme a loro furono arrestati Quarto Camurri, Dante Castellucci e il russo Anatolij Tarassov, oltre a 3 soldati alleati rifugiatisi nella casa: i sudafricani John David Bastiranse e John Peter De Freitas e l’irlandese Samuel Boone Conley.

La casa di famiglia venne completamente bruciata, con le donne e i bambini abbandonati in strada.

Papà Cervi non fu nemmeno informato quando i suoi figli vennero condannati a morte e fucilati al poligono di tiro di Reggio, all’alba del 28 dicembre 1943. Lo venne a sapere soltanto una volta tornato a casa dal carcere, quando la moglie Genoeffa gli riferì la tragica fine dei suoi ragazzi.

Fu un atto di una efferatezza incredibile, che passò alla storia.

E’ bene ricordare che, questa volta, il sanguinoso atto non è imputabile alle truppe di occupazione tedesche o alle famigerate SS.

A sterminare la famiglia Cervi furono miliziani repubblichini italiani. Non solo connazionali, ma addirittura conterranei delle vittime. Infatti la fucilazione fu decisa a Reggio Emilia dalle locali autorità della Repubblica Sociale.

Quando le autorità superiori della stessa RSI, a Brescia, ne furono informate rimasero contrariate dall’enormità del gesto. Accanto alla lista dei nomi trasmessa dalla città emiliana una mano aveva infatti evidenziato la propria perplessità, forse il proprio dissenso, appuntando la scritta “sette fratelli?” sottolineata di rosso. Pare sia stato lo stesso Mussolini.

A tanto può arrivare il fanatismo disgiunto dalla ragione e dai principi non negoziabili di umanità.

La madre, Genoeffa Cocconi, schiantata dal dolore, si spense per un infarto nell’autunno del 1944, lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide, marito e padre delle vittime. Per papà Cervi fu possibile riavere le spoglie dei sette figli soltanto diversi mesi dopo la Liberazione.

Davanti alla folla silenziosa che si radunò a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ebbe la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Alcide Cervi, nel 1954, ormai ottantenne, raccolse le sue memorie in un libro, con l’aiuto di Renato Nicolai: “I miei sette figli”. Raccontò la storia di una famiglia pluralista, composta di fedi diverse (cattolici, socialisti, comunisti) piena di forza, di passione, di senso della giustizia e di rispetto verso il prossimo. Valori semplici, “valori contadini”, come li definì lui, ma patrimonio di tutti, o quasi.

Alcide aveva 7 figli e 7 ne ha dati alla patria, altri ne avevano uno e quello hanno dato. “Non c’è differenza”, diceva. Morì a 94 anni il 27 marzo 1970, salutato ai suoi funerali da oltre 200.000 persone.

Piero Calamandrei, parlamentare socialista e giurista, scrisse un’epigrafe per il busto di Genoveffa Cocconi, madre dei sette fratelli Cervi, morta di dolore poco dopo la loro fucilazione. Il cippo fu collocato nella sala del consiglio del Comune di Campegine, a ricordare l’indescrivibile dolore che può aver provato una madre così duramente colpita.

 Ecco il testo:

 

Quando la sera tornavano dai campi

sette figli ed otto col padre

il suo sorriso attendeva sull’uscio

per annunciare che il desco era pronto.

Ma quando in un unico sparo

caddero in sette dinanzi a quel muro

la madre disse:

non vi rimprovero o figli

d’avermi dato tanto dolore;

l’avete fatto per un’idea,

perché mai più nel mondo altre madri

debban soffrire la stessa mia pena.

Ma che ci faccio qui sulla soglia

se più la sera non tornerete.

Il padre è forte e rincuora i nipoti:

dopo un raccolto ne viene un altro.

Ma io sono soltanto una mamma:

o figli cari,

vengo con voi.

 

 

 

 

28 dicembre del 1943. A Reggio Emilia era un’alba nebbiosa, nella quale stanche e perplesse volute di candida umidità si levavano dai campi per innalzarsi tremanti verso il cielo.

Quella mattina, alle sei e trenta, non appena la prima luce del mattino tentò di sfidare le persistenti ombre della notte, presso il Poligono di Tiro della città emiliana le milizie repubblichine fucilarono i sette fratelli Cervi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

Insieme a loro fu fucilato l’ex repubblichino, poi pentitosi, Quarto Camurri.

La famiglia Cervi era originaria della provincia di Reggio Emilia. Il padre Alcide, nel 1920, lasciò la casa paterna per stabilirsi con la sua famiglia in un appezzamento di terreno a Olmo di Gattatico. Nel 1934, la famiglia si spostò definitivamente in un podere preso in affitto nel comune di Gattatico.

I Cervi erano riusciti a passare dalla conduzione in mezzadria a quella in affitto, lavorando secondo le proprie regole e non quelle imposte dal padrone.

La famiglia comprese infatti che per uscire dalla logica di sopravvivenza occorreva un’intelligente programmazione e l’utilizzo di più moderne tecnologie, insieme a tanto studio. I cervi si procurarono molti libri sull’apicoltura e la metodica per ottimizzare la crescita del frumento e dell’uva. Ma in famiglia si leggeva anche per piacere. La biblioteca casalinga aumentò di mese in mese, fino a dar vita a una circolante e gratuita.

In questa ottica i giovani della famiglia seguirono corsi di formazione professionale riguardanti il lavoro agricolo. Il simbolo di questa modernità si concretizzò nel trattore acquistato nel 1939. Nessuno aveva un trattore a quel tempo.

Per quanto attiene la sfera sociale i Cervi erano sempre stati antifascisti: innanzitutto il padre Alcide, sin da giovanissimo aderente al movimento che diventerà poi il Partito Popolare, così come la madre Genoeffa Cocconi, donna di profonda fede cattolica.

La famiglia, peraltro, era stata sempre in prima linea contro le ingiustizie. Il nonno, Agostino, fu uno dei capi della rivolta contro la tassa sul macinato, nel 1869.

Il 25 luglio 1943, alla sfiducia votata a Mussolini dai suoi stessi gerarchi, la famiglia Cervi organizzò una grande festa, offrendo una “pastasciuttata” a tutta la popolazione sull’aia della casa. Giunsero a mangiare i vicini, gli amici, e tutti gli abitanti dei paesi vicini. Nelle pentole vennero cotti dieci quintali di pasta. La popolarità dei Cervi aveva ormai superato i confini di Gattatico e, con l’arrivo dei nazisti in Emilia, la loro cantina ed il loro fienile divennero depositi per le armi dei partigiani che andavano in montagna. Anche loro, seppur per un brevissimo periodo, provarono la via dei monti, dove ebbero contatti con il parroco di Tapignola, Don Pasquino Borghi, ma capirono ben presto che la Resistenza in montagna non era ancora sufficientemente organizzata.

All’alba del 25 novembre 1943 un plotone di militi circondò l’edificio, incendiandolo, ed al termine i sette fratelli, dopo essersi arresi, vennero catturati e condotti al carcere politico dei “Servi”, a Reggio Emilia. Stessa sorte toccò al padre Alcide, che non volle abbandonarli. Insieme a loro furono arrestati Quarto Camurri, Dante Castellucci e il russo Anatolij Tarassov, oltre a 3 soldati alleati rifugiatisi nella casa: i sudafricani John David Bastiranse e John Peter De Freitas e l’irlandese Samuel Boone Conley.

La casa di famiglia venne completamente bruciata, con le donne e i bambini abbandonati in strada.

Papà Cervi non fu nemmeno informato quando i suoi figli vennero condannati a morte e fucilati al poligono di tiro di Reggio, all’alba del 28 dicembre 1943. Lo venne a sapere soltanto una volta tornato a casa dal carcere, quando la moglie Genoeffa gli riferì la tragica fine dei suoi ragazzi.

Fu un atto di una efferatezza incredibile, che passò alla storia.

E’ bene ricordare che, questa volta, il sanguinoso atto non è imputabile alle truppe di occupazione tedesche o alle famigerate SS. A sterminare la famiglia Cervi furono miliziani repubblichini italiani. Non solo connazionali, ma addirittura conterranei delle vittime. Infatti la fucilazione fu decisa a Reggio Emilia dalle locali autorità della Repubblica Sociale. Quando le autorità superiori della stessa RSI, a Brescia, ne furono informate rimasero contrariate dall’enormità del gesto. Accanto alla lista dei nomi trasmessa dalla città emiliana una mano aveva infatti evidenziato la propria perplessità, forse il proprio dissenso, appuntando la scritta “sette fratelli?” sottolineata di rosso. Pare sia stato lo stesso Mussolini.

A tanto può arrivare il fanatismo disgiunto dalla ragione e dai principi non negoziabili di umanità.

La madre, Genoeffa Cocconi, schiantata dal dolore, si spense per un infarto nell’autunno del 1944, lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide, marito e padre delle vittime. Per papà Cervi fu possibile riavere le spoglie dei sette figli soltanto diversi mesi dopo la Liberazione.

Davanti alla folla silenziosa che si radunò a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ebbe la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.

Alcide Cervi, nel 1954, ormai ottantenne, raccolse le sue memorie in un libro, con l’aiuto di Renato Nicolai: “I miei sette figli”. Raccontò la storia di una famiglia pluralista, composta di fedi diverse (cattolici, socialisti, comunisti) piena di forza, di passione, di senso della giustizia e di rispetto verso il prossimo. Valori semplici, “valori contadini”, come li definì lui, ma patrimonio di tutti, o quasi.

Alcide aveva 7 figli e 7 ne ha dati alla patria, altri ne avevano uno e quello hanno dato. “Non c’è differenza”, diceva. Morì a 94 anni il 27 marzo 1970, salutato ai suoi funerali da oltre 200.000 persone.

Piero Calamandrei, parlamentare socialista e giurista, scrisse un’epigrafe per il busto di Genoveffa Cocconi, madre dei sette fratelli Cervi, morta di dolore poco dopo la loro fucilazione. Il cippo fu collocato nella sala del consiglio del Comune di Campegine, a ricordare l’indescrivibile dolore che può aver provato una madre così duramente colpita.

Ecco il testo:

“Quando la sera tornavano dai campi

sette figli ed otto col padre

il suo sorriso attendeva sull’uscio

per annunciare che il desco era pronto.

Ma quando in un unico sparo

caddero in sette dinanzi a quel muro

la madre disse:

non vi rimprovero o figli

d’avermi dato tanto dolore;

l’avete fatto per un’idea,

perché mai più nel mondo altre madri

debban soffrire la stessa mia pena.

Ma che ci faccio qui sulla soglia

se più la sera non tornerete.

Il padre è forte e rincuora i nipoti:

dopo un raccolto ne viene un altro.

Ma io sono soltanto una mamma:

o figli cari,

vengo con voi”.

 

 

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