Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Eva Nahir e Jovanka Ženi Lebl, due donne nei lager di Tito

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Isola di Goli OtokI campi di concentramento sono un orribile contrassegno del secolo scorso.

Alcuni, come quelli nei territori dei Balcani, sono meno conosciuti. Tra questi occupa nella storia un posto particolare quello nell’isola di Goli Otok, Isola Nuda, cosi chiamata per le sue caratteristiche fisiche, appartenente alla ex Jugoslavia.

Dal 1949 al 1957 vi furono incarcerati oppositori politici, comunisti jugoslavi estromessi dal Partito dopo la rottura tra Tito e Stalin perché considerati sostenitori del regime sovietico.

Nella sezione destinata alle donne, dove anche le comandanti erano di sesso femminile, furono internate Eva Nahir e Jovanka Zeni Lebl, che solo molti anni dopo la liberazione, testimoniarono le sofferenze e le tortura subite.

Eva Nahir nacque da una famiglia ebrea ungherese nel 1918 partecipò alla guerra partigiana durante la seconda guerra mondiale in Iugoslavia insieme al marito.

Dopo la liberazione nel 1951 si rifiutò di firmare una dichiarazione della colpevolezza del marito, eroe della resistenza, ritenuto nemico di Tito e indotto a suicidarsi nella cella dei servizi segreti.

 

Venne deportata nel campo di concentramento di Goli Otok e costretta ad abbandonare la figlia di sei anni.

Dopo tre anni fu liberata e si trasferì in un kibbutz in Israele dove morì nel 2015.

Jovanka Ženi Leblnacque in Serbia nel 1927; ebrea, arrestata nel 1943, sopravvisse sotto false identità in varie prigioni e campi di concentramento nazisti fino alla liberazione nel 1945; la madre, i nonni, gli zii con i rispettivi figli, furono tutti sterminati.

Tornata a Belgrado a 20 anni divenne la più giovane collaboratrice della testata giornalistica Politika.

Nel 1949 fu condannata per aver divulgato una innocua storiella politica contro Tito e inviata a Goli Otok dove rimase per tre anni.

Nel 1954 emigrò in Israele dove si dedicò alla scrittura e al problema della deportazione degli ebrei. E’ morta a Tel Aviv nel 2009.

Le storie di queste due donne sopravvissute agli orrori della guerra e del campo di concentramento di Goli Otok sono state conosciute molto più tardi. Nel 1986 furono contattate da Danilo Kiš, scrittore serbo (1935-1995), ospite dell’Istituto Van Leer di Gerusalemme.

Erano convinte che Kiš fosse l’unica persona che poteva scrivere delle loro vite: lo scrittore aveva perso il padre e altri membri della famiglia nei campi di concentramento nazisti e la riflessione su queste esperienze era stata il fulcro della sua produzione letteraria.

Nel 1989 Kis e Alexandar Mandić, sceneggiatore e regista, girarono in Israele un documentario per raccontare l’esperienza dell’internamento delle due superstiti. Mandić ricorda: «Registrammo per una settimana girando in tutto il paese. Ascoltavo le testimonianze di quelle donne, scosso e incredulo che si potesse sopravvivere a tante sofferenze. E ascoltavo il mio amico Danilo che chiedeva loro fatti e dettagli come fosse un investigatore dei suoi libri, ma con compassione e attenzione».

Il documentario Goli život (La vita nuda), con evidente richiamo al nome dell’isola del campo di concentramento, consta di quattro episodi e la serie fu trasmessa nel marzo 1990 dagli studi di Sarajevo.

Fu come un atto simbolico, l’ultima trasmissione TV che i cittadini della Jugoslavia guardarono tutti assieme, in diretta.

Nel 2020 le parole del documentario sono state riportate nel libro in lingua serba Goli Z (La vita nuda ) di Danilo Kis e Alexandar Mandić  e  ne La vita nuda  pubblicato in italiano da Mimesis Editore, nella collana dei Saggi Letterali .

La narrazione delle protagoniste con l’emozione di evocare ricordi terribili a distanza di tanti anni, è incentrata sulle dinamiche tra le comandanti del campo e le donne incarcerate. Al lettore del libro si lascia la descrizione degli episodi di quotidiana ferocia e studiato sadismo e delle torture che venivano inflitte non solo dalle comandanti del campo, ma anche dalle stesse prigioniere “pentite e rieducate”, divenute “kapò” su quelle che non volevano confessare colpe inventate o denunciare presunti complici.

Già allo sbarco le nuove arrivate ricevevano un terribile benvenuto: dovevano passare attraverso una doppia fila di detenute “rieducate”, urlanti slogan titini, ricevendo bastonate, calci e sputi.

Chi bastonava, sapeva che se si fosse dimostrata poco crudele o solo indecisa, sarebbe stata a sua volta bastonata dalle altre.

La vita a Goli Otok era terribile: il giorno lavoro duro, punizioni gratuite ed umilianti, cibo scarso, caldo torrido in estate e freddo rigido d’inverno, alla sera lunghe lezioni d’indottrinamento politico, la notte riposo in baracche sovraffollate tra pidocchi e cimici. I detenuti/e più riottosi, i cosiddetti “passivisti” erano sottoposti a vere e proprie torture.

La vita di Eva Nahir e la sua esperienza nel lager di Goli Otok è stata successivamente raccontata in forma romanzata, ma con riferimenti alla realtà, anche da David Grossman, scrittore israeliano nel libro la Vita gioca con me pubblicato nel 2019. La protagonista ha il nome di Vera.

Jovanka Ženi Lebl si dedicò alla ricerca storica con diverse pubblicazioni sullo sterminio degli ebrei nei Balcani. Il libro La viola bianca del 1990, in cui raccontava l’internamento nel campo di Goli Otok, divenne un best seller. Nella postfazione veniva definito una «sconvolgente testimonianza su migliaia di giovani condannati in maniera crudele senza che avessero commesso alcuna colpa, senza una ragionevole motivazione».

Nell’introduzione l’Autrice affermava:

 «Sono sicura che non avrei scritto di ciò che ho vissuto se le esperienze di Goli Otok (Isola Nuda), la peggiore di tutte, fossero state cose risapute, descritte, forse anche decantate (qualora fosse stato possibile), rimosse dalla memoria; ma così non è stato. E le pagine vergognose della storia devono essere scritte come quelle vittoriose. Per il futuro. Affinché non si ripeta!»

Il campo di concentramento di Goli Otok era suddiviso in quattro sezioni: la Radilište V, era riservata alle donne.

Nei lager di Goli Otok e Sveti Grgur secondo le ricerche condotte da storici e giornalisti serbi, il numero complessivo degli internati oscillava tra 13mila e 16mila. Il numero maggiore di donne detenute, circa 550, fu registrato nel 1951.

Il numero delle vittime per le conseguenze dell’internamento non è mai stato stabilito con precisione; oscillerebbe fino al 1963  tra 400 e 500.

I detenuti una volta rilasciati, dovevano firmare un documento, la cosiddetta “lettera di impegno”, promettendo di non parlare mai del periodo trascorso a Goli Otok.

Le autorità continuarono a guardare gli ex internati con sospetto, aprendo un fascicolo su ciascuno di loro e sorvegliando il loro comportamento.

Per nessuno degli ex internati dei lager jugoslavi fu pertanto facile tornare alla cosiddetta vita normale. Alcuni decisero di andarsene dalla Jugoslavia, e la maggior parte, comeEva Nahir e Jovanka Zeni Lebl, non vi fece più ritorno.

In Jugoslavia il lager di Goli Otok rimase un argomento tabù per molto tempo, e la verità venne a galla solo dopo la morte di Tito nel 1980.

Furono rese note le prime stime del numero delle persone internate nel campo, accompagnate dalle testimonianze degli ex detenuti/e; le accompagnava il timore   che le affermazioni riguardanti le sofferenze subite potessero essere messe in dubbio. Una paura simile a quella provata dai sopravvissuti ai lager nazisti e sovietici.

 

Eva Nahir

 

Jovanka Ženi Lebl

 

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