Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il puntino di vista

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Il nostro punto di vista forse si sta assottigliando sempre di più, come l'obiettivo di una macchina fotografica che si restringe, sebbene il progresso sembrerebbe dover assicurare il contrario; azzardo questa ipotesi avendo in mente un particolare aspetto legato alla visione delle cose della Storia.

La nostra mente ormai è pressoché definitivamente indirizzata alla funzione di acquisire nozioni, prendere parole e concetti e disegnarli nella nostra mappa mentale del ventunesimo secolo, quella che appartiene al cosiddetto uomo moderno. In questo processo, secondo me, cresce in maniera colposa quella che chiamerei disabitudine al punto di vista.
Metto da parte un principio dell'osservatore che spesso si rivela utile se non essenziale (il caro principio di indeterminazione di Heisenberg), e rimango fermo all'aspetto storico:quando guardiamo a ciò che ci circonda del nostro tempo, ebbene con una certa facilità tessiamo le trame che ci portano a considerare le cose più o meno per quello che sono e che significano, con la sola variabile dell'autonomia soggettiva di cosa possiamo pensarne, ma con un terreno comune sul quale poterle comprendere e soprattutto condividerne con ogni altro le medesime basi concettuali.
Quando invece guardiamo a ciò che la storia ha scritto e tramandato, qualunque sia la fonte, ecco che senza accorgercene, quasi tutto è diverso, e non soltanto per una quantità di nozioni che ignoriamo (perché appunto, oggi pensiamo che “sapere” sia soprattutto un affastellamento di nozioni), quanto perché non partiamo dal presupposto che ogni e benché minima parte delle informazioni che abbiamo, in sé conti assai relativamente, se non abbiamo proceduto alla loro indispensabile contestualizzazione.
Contestualizzare, significa sedersi a tavola nel giorno in cui succedeva il fatto noto insieme con le persone e nelle precise circostanze ambientali in cui accadeva, e viverlo nel quadro complessivo, tenendo presente gli aspetti più vari che incidevano: c'era la corrente elettrica?
Qual era il livello delle comunicazioni o telecomunicazioni? E quello delle conoscenze geografiche e scientifiche?
Che rapporto c'era fra i fatti ed il territorio, ad esempio dal punto di vista dell'accesso ai trasporti ed alle infrastrutture? Quali erano i parametri socioeconomici standard e come si poneva all'interno di questi? Sarà facile dire che si sta parlando di una forma elementare di storiografia, ed è anche vero. Ma per quello che ci riguarda, basta anche soltanto che sia comprensibile l'impossibilità di pensare se non si hanno gli strumenti (e non le nozioni) per farlo con una certa attendibilità. E strumento principe è la consapevolezza di cosa significassero nella loro epoca, i fatti in sé che si raccontano; non per noi, quindi, ma anche e soprattutto per coloro che li hanno vissuti.
Sarà il caso di fare un esempio. Me ne vengono un paio insieme, e possono essere utili entrambi, anche perché riguardano la stessa figura, un tale Cristoforo Colombo, nato a Genova... a Genova? Uhm... mi fermerei subito... cosa significa esattamente, questo “nato a Genova”... qualche dubbio, pur se flebile, in letteratura si trova, ma si basa soprattutto su qualche chilometro più in qua o più in là, di qualche confine fra città.
In realtà, nel sostenere che è nato a Genova, non si tiene conto del particolare che a quell'epoca “Genova” era qualcosa di ben diverso, dall'idea che ne abbiamo oggi: come ogni città del bacino mediterraneo, “Genova” non era in un unico luogo, come siamo abituati oggi a pensare di una città, ma era invece un luogo diffuso, un'area che si trovava all'interno di ogni città di una certa importanza, soprattutto costiera, fino a quelle atlantiche come Siviglia: insomma, una specie di Chinatown di oggi, spesso presente anche con le stesse istituzioni ed attrezzature commerciali della Genova-madre. Se Colombo fosse nato nella "Genovatown" di Cadice, sarebbe stato appellato egualmente come "genovese".
Parliamo di un mondo in cui le stesse cose potevano stare, e stavano, in posti diversi, dove la mobilità del pensiero prevaleva sulla staticità delle nozioni: questo è un esempio di qualcosa di cui tenere necessariamente conto, ma della quale oggi non mi sembra di trovare molte tracce nel tenore degli insegnamenti che ad esempio narrano le vicende del 1492.
A questo punto andiamo anche oltre. Quando Colombo partì per la sua impresa, le singole località, i singoli paesi e le singole regioni, non corrispondevano affatto a localizzazioni precise ed univoche, ma a delle definizioni che per noi oggi sarebbero insopportabilmente vaghe ed imprecise. Perfino inconcepibili.
L'India è per noi, senza dubbio, il caso più eclatante. Che cos'era, l'India? Anzi, per meglio dire, che cosa si intendeva, nel XV secolo, con il nome “India”? Se partissimo dall'etimologia, verificheremmo con una certa sorpresa che già per i mille anni precedenti, sin da V secolo, questo termine aveva cambiato spesso sia il significato che la funzione, arrivando ad indicare anche cose completamente diverse: per i primi autori, in sanscrito indicava le regioni meridionali dell'Asia, con una estensione fino al Mar Rosso ed all'Etiopia (il “paese delle palme”); Marco Polo poi ne distingueva ben tre diverse, ed altri come il cartografo veneziano Fra' Mauro ne individuavano sempre più d'una, fino alle coste orientali del Catai (la Cina di Marco Polo), ed il motivo principale dell'aumentare costante della confusione fu senz'altro il commercio delle spezie che si faceva con queste terre.
"India" insomma, nel 1492, era pressoché ogni paese nel quale si coltivassero le spezie da importare. Basti pensare che quando gli inglesi conquistarono l'India (proprio quella che noi oggi conosciamo con questo nome), Lord Baden-Powell scrisse “L'India non esiste, è soltanto una espressione astratta”, riferendosi alla presenza all'interno dei confini delle terre occupate, di una quantità incredibile di culture e popoli assai differenti fra di loro. L'India, secoli dopo Colombo, era insomma ancora un gigantesco sogno. Così come lo era rimasto per lo stesso Ammiraglio, che tornò sicuro di non aver scoperto nulla ma di aver solo visitato il Cipango, il Giappone di Marco Polo. Ancora nel 1507, Amerigo Vespucci si chiedeva se l'America del Nord fosse l'India superiore o un'isola di fronte (da cui il nome delle Antille = le terre di fronte all'Isola).
Fernando, il secondogenito di Colombo, scrisse che avrebbe voluto indagare su come fu possibile una simile grande impresa su fondamenta tanto deboli: oltre ad alcune letture, queste fondamenta in effetti furono due: la mappa dell'Oceano costruita da Paolo dal Pozzo Toscanelli (ormai introvabile) ed il globo di legno costruito da Martino di Boemia (che ora si trova nel Museo nazionale tedesco di Norimberga). In proposito, mi piace ricordare solo che la mappa principale su cui si basò l'intera, epica spedizione, fu disegnata da un uomo che aveva varcato i confini della sua stessa città probabilmente una sola volta, ma che scrisse in una lettera all'Ammiraglio che quella era di sicuro la Strada per l'India.
Le cose insomma si spostavano, si muovevano, nell'epoca delle conquiste del sapere geografico. E nelle menti di chi le viveva, creavano connessioni che oggi non possiamo forse nemmeno comprendere fino in fondo, ma che certamente formavano un quadro complessivo di riferimenti che oggi sfugge ai non addetti ai lavori: dalle motivazioni, ai mezzi, alle opportunità, alle scelte. Questo resta soltanto un esempio, ma forse basterà per suggerire che abbiamo il dovere di affrontare il passato con la coscienza di accettare l'idea che ci sono sempre molti altri piani per accedere alla sua comprensione, altri punti di vista, rispetto ai quali il nostro di oggi, nonostante la quantità infinita di dati a disposizione, se resta solo e non interagisce con gli altri, rimane soltanto un puntino.
 

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