Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Il 1860. Guerra e rivoluzione

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La Sicilia decise la fine del Regno di Napoli. Nel 1859 la politica del conte di Cavour aveva rivoluzionato la geopolitica italiana. Ottenendo l’intervento di Napoleone III a fianco dei piemontesi, aveva spezzato il controllo che, da mezzo secolo, gli Asburgo di Vienna esercitavano sulla penisola.

Erano stati gli austriaci, a fianco di Ferdinando I, che spazzarono via il parlamento napoletano nel 1821. Avevano represso le rivolte liberali nell’Italia centrale degli anni trenta, sconfitto la rivoluzione nazionale italiana nella pianura Padana, a Milano e a Venezia nel 1848-49.

Caduto l’ombrello di Vienna, nell’Italia centrale gli unitari conquistarono il potere e si unirono al Piemonte. Dopo i loro plebisciti, nel marzo del 1860, la rete degli esuli napoletani e siciliani, fuggiti negli anni precedenti, si mobilitò per portare la rivoluzione nel Regno delle Due Sicilie. E così, attraverso la regia di uno dei capi della sinistra democratica, Francesco Crispi, partì la spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi. Dopo lo sbarco a Marsala la colonna, ingrossata da squadre siciliane, vinse un piccolo scontro a Calatafimi con un reparto borbonico, assaltando il colle del Piano Romano, dove oggi si può visitare anche l’Ossario costruito nel 1892.

La spedizione continuò verso Palermo. Entrarono in città dal ponte dell’Ammiragliato, ancora visitabile. Garibaldi pose il suo centro operativo in piazza della Fieravecchia (oggi della Rivoluzione).

La mobilitazione della città determinò il collasso psicologico e morale del comando borbonico. Paradossalmente, la sconfitta in Sicilia costrinse il re Francesco II a concedere la Costituzione, offrendo così lo spazio politico ed operativo ai numerosi e aggressivi rivoluzionari meridionali.

Due mesi dopo a Milazzo, con la terza vittoria garibaldina, ricordata da lapidi e monumenti sul lungomare, si chiuse la guerra in Sicilia.

Un blocco sociale che andava dall’aristocrazia ai gruppi politici popolari, aveva determinato la vittoria del progetto nazionale unitario, utilizzando il carisma e il peso mediatico del generale. Lo stesso schema si ripeté in Calabria, determinando il collasso finale del governo di Francesco II. Il re aveva inviato nella regione diversi reparti per impedire lo sbarco nel continente.

Il generale riuscì a prendere terra, conquistò Reggio e iniziò una marcia testimoniata da ricordi, iscrizioni, cimeli a Palmi, Mileto, Pizzo, Soveria Mannelli. Proprio qui si arrese il grosso delle forze borboniche, quasi senza sparare un colpo. Ancora una volta, fu la pressione generale a determinare la vittoria garibaldina.

Nei giorni precedenti, in tutte le province calabresi, in Basilicata e nel Cilento, i dirigenti del movimento unitario si compattarono, organizzarono formazioni volontarie e gestirono un cambio di regime indolore, di fatto integrando buona parte del notabilato meridionale nel nome di Garibaldi e Vittorio Emanuele II.  

Sostenuti da Napoli, dove il ministro dell’interno Liborio Romano paralizzò ancora di più il suo stesso governo, mostrarono il radicamento dell’opposizione politica meridionale e di converso la profonda crisi di legittimità della monarchia borbonica.

Il processo fu inarrestabile. Mentre Garibaldi, passando dal Fortino, Sala Consilina, Auletta e Salerno si precipitava a Napoli, in tutte le province i rivoluzionari presero il potere. Nella capitale, dopo l’accoglienza trionfale, pose il suo governo nel Palazzo Doria d’Angri, che apre piazza Plebiscito.

Sul balcone del palazzo fu annunciato il plebiscito che sancì ingresso delle province napoletane nello stato unitario. Un voto, anche questo, fortemente voluto dal blocco rivoluzionario meridionale, che convinse un Garibaldi perplesso.

La guerra però non era finita. Francesco II raccolse i suoi fedeli e decise di resistere, schierando l’esercito sotto le sue bandiere sulla linea del Volturno, con Gaeta come centro operativo. Invece a Caserta, nella Reggia, fu posto il comando garibaldino. Sul Volturno si svolse l’unico vero tentativo del re di riconquistare il trono. Il 1 ottobre il suo esercito si mosse verso Santa Maria Capua Vetere e Sant’Angelo, con l’obiettivo di spezzare le linee garibaldine e marciare verso Napoli.

Gli archi dei Ponti della Valle (pezzo dell’Acquedotto carolino), che sovrastano la valle, furono teatro degli scontri più violenti. Oggi si possono ancora vedere, con il monumento che ricorda la battaglia. Invece in altri posti, come a Castel Morrone, dove sfondarono i borbonici, si può osservare tutto il campo di battaglia. L’operazione fallì. I volontari, oramai un vero e proprio esercito nazionale con uomini di tutta Italia mantennero la linea. I borbonici si ritirarono.

Poche settimane dopo, l’arrivo di Vittorio Emanuele II e l’incontro con il generale, anche questo testimoniato da tanti ricordi, come la Taverna della Catena a Vairano e il ponte di Caianello, chiuse la fase rivoluzionaria della spedizione. Iniziò il complesso e complicato inserimento dell’antico regno nella nazione unitaria. Si sarebbe concluso solo con la fine della guerra per il Mezzogiorno, un decennio dopo.

 

 

 

 

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