Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

“Pietre d’inciampo” a Napoli

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Il 7 gennaio dello scorso anno, anche a Napoli, per la prima volta in Campania, sono state poste “pietre d’Inciampo” di fronte all’abitazione di  nove persone di uno  stesso nucleo familiare, la famiglia Procaccia, accomunate da un  tragico destino di deportazione e morte. La cerimonia si è svolta in piazza Bovio Bovio con il Comune e il presidente dell'Anpi di Napoli Antonio Amoretti.Era assente la Comunità ebraica.

L’iniziativa delle “pietre d’inciampo” (in tedesco stoppelsteine), partita da Colonia nel 1992 per merito dell’artista berlinese Gunter Demnig, ha lo scopo di depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.

Nel selciato stradale è incorporato un blocchetto di pietra delle dimensioni di un sanpietrino (10X10 cm) ricoperto da una targa di ottone e posto davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima o nel luogo in cui fu fatta prigioniera e deportata.

Sulla targa sono incisi il nome della persona, l'anno di nascita, la data, l'eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni intende ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero.  “Inciampo” deve dunque intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte, anche casualmente, nell'opera.

 

L'espressione “pietra d’ inciampo” si trova nella Bibbia; dall’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso si legge: «ecco io metto in Sion un sasso d'inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso».

Inciampare, dal latino tardo caespitare, in una zolla di terra (caespes), è una parola dallo straordinario potere descrittivo perché evoca una sensazione di blocco inatteso che dal piede si diffonde a tutto il corpo alla ricerca istantanea dell’equilibrio. L’espressone biblica e l’intenso potere descrittivo della parola hanno probabilmente ispirato l’artista berlinese.

Nel   2019 ne erano state installate oltre 71mila in quasi tutti i paesi occupati dal regime nazista durante la seconda guerra mondiale, ma anche in Svizzera, Spagna e Finlandia. Sono posate in memoria delle vittime indipendentemente da etnia e religione, ad esempio, a Colonia, in ricordo di mille tra Sinti e Rom deportati nel maggio del 1940.

In Italia la prima è stata posta a Roma nel gennaio 2010 e nel marzo 2020 erano 1342    in tutte le regioni italiane.

La famiglia di origine ebraica Procaccia, Amedeo e Jole Benedetti, marito e moglie, capostipiti della famiglia, avevano fatto parte dei numerosi toscani che nei primi anni del secolo scorso si trasferirono nella città partenopea per trovare nuove sistemazioni.

Vivevano a Napoli da quando Amedeo, funzionario in sinagoga, vi si era stabilito nel 1918, avevano tre figli Aldo, Yvonne ed Elda; le figlie sposarono due amici venuti dalla Toscana, Sergio Molco e Loris Pacifici; misero al mondo tre bambini Paolo, Renato e Luciana.

Nell’estate del 1943, per sfuggire ai bombardamenti che misero in ginocchio la città, tutti i componenti di questa grande famiglia si rifugiarono in Toscana, a Cerasomma, loro paese natale , vicino a Lucca, pensando di essere al sicuro. Ma il 6 dicembre, in seguito a una delazione, furono arrestati dalle milizie fasciste, portati al campo di transito di Bagni di Lucca, e poi avviati ad Auschwitz.

La più piccola, Luciana, di soli 7 mesi, morì subito nel carro bestiame partito da Milano dal famigerato binario 21, il 30 gennaio 1944.

Se solo avesse saputo camminare, sarebbe morta in piedi, in quel carro, con altre decine di persone, al gelo, senza acqua, ne cibo. L’orrore di quei “treni della morte” è stata una delle maggiori atrocità compiute dai nazisti.

Della piccola non resta che una foto e qualche scatto di famiglia, prima che la barbarie umana spazzasse via la sua fragile vita.

Sergio Molco, la moglie Yvonne e il figlio Renato riuscirono a sfuggire all’arresto, ma Sergio venne catturato poche settimane dopo e deportato anche lui ad Auschwitz, morì il 28 febbraio 1945.

Riuscirono a scampare ai rastrellamenti e a salvarsi soltanto Ivonne, e il figlio Renato (oggi residente in Israele).

Nella tragica fine di questa famiglia s’inseriscono le contraddizioni delle vicende umane: il capostipite aveva abbracciato l’ideologia fascista negli anni 30, quella di un regime che avrebbe emanato le leggi razziali e deciso la loro tragica sorte; avevano cercato la sicurezza nel paese natale, nella “civile” Toscana, incontrando delazione e deportazione.

 La loro storia è stata raccontata in “Pietre d’inciampo”, la nuova docu-serie storica ideata da Simona Ercolani, prodotta da Stand- by- me in collaborazione con Rai Cultura, condotta dalla giornalista Annalena Benini e trasmessa in prima visione giovedì 22 ottobre 2020 alle 20.45 su Rai Storia.

L’assenza della comunità ebraica alla cerimonia napoletana per la presenza della discussa assessora comunale alla cultura, autrice di un post del 2016 ritenuto anti semita, è stata purtroppo un effetto collaterale dell’insoluto problema israelo-palestinese.

Il presidente dell’Anpi di Napoli, ha dichiarato: «Le comunità ebraiche hanno sempre avuto il nostro appoggio e la nostra solidarietà per far conoscere ai giovani cos'è stata la Shoah affinché non si ripeta quello che è già successo. Occorre distinguere quello che fa la destra israeliana dalla comunità ebraica». Non resta che condividere queste affermazioni.

 

 

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