Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ricordi di 40 anni fa: il terremoto

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Io c'ero in quella ordinaria domenica di novembre. Un caldo giorno festivo nonostante l'autunno inoltrato e si tornava a casa dopo aver trascorso il pomeriggio a casa dei suoceri, a Santa Maria la Carità, un comune diventato autonomo da Gragnano e che proprio quel 23 novembre festeggiava il suo primo compleanno.

Ero nella mia vecchia Fiat 126 rosso fuoco, con moglie e primogenito di pochi mesi, percorrevo via Cosenza, quando all'improvviso pur accelerando l'auto non si muoveva e le ruote giravano a vuoto come sollevate da terra. Erano le 19,35.

Eravamo giunti all'altezza di via Cicerone quando vedemmo, uomini in pigiama e donne in sottoveste scappare non so dove, come impazziti. Non mi capacitavo a vedere quella strana, incredibile, inusuale scena. Per un attimo pensai all'ennesimo delitto di camorra, che in quei mesi insanguinava le strade cittadine e dell'intera provincia, una guerra di camorra senza fine, spietata e sanguinaria, ma subito dopo mi resi conto della sua impossibilità.

Forse ancora stavo realizzando quel brutto pensiero di morte quando vidi la faccia terrorizzata di mio cugino, Antonio Luongo, affacciarsi al finestrino e gridare, con fare spiritato: «O terremoto, o terremoto, fuie!»

Non realizzai subito quelle parole, il senso terribile di quello che intendeva dire, ma so che girai l'auto e me ne tornai dai miei suoceri, nell'aperta campagna sammaritana, dove trovammo tutti nel vecchio cortile, con altri vicini a commentare l'accaduto, ma non ricordo fossero particolarmente spaventati.

Probabilmente quella fase era già stata superata ed ora, con il senso pratico che li caratterizzava già pensavano al da farsi. Io invece pensavo ai miei genitori, ai miei fratelli, alle mie sorelle, probabilmente, anzi sicuramente tutti riuniti, come tutte le domeniche, nella grande casa al terzo piano di via Bonito 109 per il luculliano pranzo preparato dai nostri vecchi per la numerosa famiglia allargata a nuore, generi e nipoti.

 

Quando eravamo tutti al completo si raggiungeva l'incredibile cifra di 26 persone distribuiti intorno a due tavoli. Uno per i più piccoli e l'altro per gli adulti. Mio padre era la gioia della pescheria di via San Bartolomeo per la quantità di pesci e frutti di mare che comprava ad ogni festività e del venditore di cozze di fronte al porto, dove comprava sacchi interi di cozze dette del Re, filari che crescevano al largo dell'antico, ultra secolare cantiere navale.

Mio padre era uomo di grande energia e d'azione e sicuramente aveva già trovata la soluzione al problema. Li immaginavo tutti in strada, magari sul porto, dove si sarebbero organizzati per la notte, cosa che puntualmente fecero, montando una specie di grande tenda appoggiata al muro dell'antica pescheria, risalente ai primi decenni del Novecento, edificio abbandonato da tempo immemore.

Noi in campagna si accese una sorta di falò intorno al quale chiacchierammo per non so quanto tempo prima di apprestarci a dormire in macchina, in tre nell'angusta utilitaria in un viottolo alle spalle della casa. Si decise che la mia 126 dovesse stare al centro delle altre tre auto, con i due cognati mentre nella terza vi erano i suoceri. Al centro per stare più protetti rispetto ai cognati che dormivano con il loro fucile da caccia, caricato a pallettoni contro eventuali mali intenzionati.

Ripensai all'altro terremoto, a quello del 21 agosto 1962, quando ancora portavo i calzoni corti ed abitavo in via Cassiodoro e sentii la scossa mentre ero in casa, a vedere la televisione, un telefilm americano che ricordo come se fosse ieri, Furia, cavallo del West. Ricordo la sedia che improvvisamente si mise a traballare, il lampadario che oscillava ed io che non capivo cosa stava accadendo fino a quando non sentii il grido di mia madre ed insieme scappammo fuori. Un'altra terribile notte trascorsa fuori, all'aperto, aspettando l'alba.

Faceva freddo nella 126, nonostante avessimo coperte a sufficienza e così si accendeva spesso il motore per riscaldare l'abitacolo, mentre ascoltavamo la radio con le notizie aggiornate che da subito parlarono di macerie e di morti, nel napoletano come nell'avellinese.

Io immaginavo le strade di Castellammare con le macerie degli edifici crollati, pensavo al mio Centro Antico, al suo intreccio di stradine, di vicoli, ai suoi cortili, agli antichi edifici di epoca borbonica, palazzi vetusti, decadenti, decrepiti e alla moltitudine che l'abitava.

Chissà cosa era accaduto? Mi mancò il coraggio di prendere l'auto e di percorrere le strade di casa, di vedere con i miei occhi cosa era accaduto. A quell'epoca l'invenzione dei telefoni cellulari non esisteva neanche nelle nostre più fervide fantasie e se non telefonavi da casa, potevi farlo solo tramite le cabine telefoniche, oppure recandoti in qualche bar.

Ma telefonare a chi e soprattutto dove, visto che ormai le case erano sicuramente deserte? Così passò quella prima notte d'incubo, in un tremendo dormiveglia alternato alle notizie della radio, sempre più tremende, fino a capire che il terremoto era stato devastante, che i morti erano migliaia, i senzatetto cento volte di più.

Castellammare avrebbe pagato il suo prezzo di morti e di macerie, ma se il terremoto era durato solo novanta interminabili secondi, le sue nefaste conseguenze si sarebbero protratte per oltre venti anni, in alcuni casi ferite ancora aperte a 40 anni di distanza, come mostrano alcuni terribili vuoti a via Roma e a via De Gasperi.

Nasceva anche l'orribile intreccio criminalità organizzata - politica- imprenditoria che non ci avrebbe più lasciato, con le sue guerre di camorra, le centinaia di morti ammazzati, migliaia di miliardi spesi, troppo spesso in inutili, faraoniche opere, poi definite cattedrali nel deserto, mentre la gente continuava a vivere in container e in quartieri tirati su alla meno peggio, per trasformarli in ghetti o bunker della malavita.

  

 

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