Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Le ultime lettere dei fratelli Bandiera

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Le ultime lettere che i fratelli Bandiera scrissero ai genitori assumono un significato particolare in relazione al contesto dell’ambiente familiare dal quale essi provenivano.

Nati a Venezia, Attilio aveva 34 anni ed Emilio 25.

La loro è  tra le storie più struggenti del patriottismo italiano e pertanto va studiata e ricordata per il coraggio profuso dai protagonisti in un tentativo insurrezionale in terra di Calabria.

Il padre, Francesco Bandiera, era contrammiraglio della marina austriaca, Attilio alfiere di fregata ed Emilio cadetto. La madre, Anna Marsich, era una baronessa veneta, dal carattere autoritario, che cercò in tutti i modi  di dissuadere e ostacolare la decisa volontà dei figli di sbarcare in Calabra per promuovere un’insurrezione mirata a diffondere, divulgare e concretizzare le idealità di libertà repubblicana della società segreta mazziniana, “L’Esperia”, a cui avevano aderito.

Nel 1844 in Calabria le condizioni per una rivolta sembravano favorevoli, considerati i fermenti patriottici presenti dall’estate del 1837, in cui vi era stata una vera insurrezione, pur duramente repressa.

 

Mazzini, infatti, aveva scritto: «Convinti che il punto più strategico di incominciare la guerra è appunto l’estremità della Penisola; che là, per energia di popolazione e per esempi in altra epoca offerti, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affrontato a suscitare un’insurrezione che avrebbe potuto estendersi in Sicilia e negli Abruzzi.»

Il 15 marzo 1844 era effettivamente divampata di nuovo a Cosenza una rivolta, che aveva ancor di più incoraggiato i fratelli Bandiera a cui si erano affiancati ben settanta patrioti, ma anch’essa fu repressa con il sacrificio estremo di sette rivoltosi e moltissime condanne all’ergastolo.

 L’11 giugno Emilio e Attilio Bandiera scrivevano a Mazzini che era con loro l’amico patriota Domenico Moro, anche lui veneziano con altri diciassette uomini.

«Carissimo amico, fra poche ore partiamo per la Calabria. Ci seguono 17 altri italiani e abbiamo una guida calabrese.»

Oltre a Domenico Moro,  con cui era stati in ottimi rapporti di amicizia, con loro   Nicola Ricciotti da Frosinone,  Anacarsi Nardi della Lunigiana, Giuseppe Miller da Forlì, Domenico Lupatelli da Perugia, Giacomo Rocca da Lugo, Giovanni Venerucci da Rimini, i due fratelli Giuseppe e Francesco Tesei da Pesaro, Carlo Osmani da Ancona, Giuseppe Pacchioni da Bologna, Pietro Piazzoli da Lugo, Francesco Berti da Lugo, Giovanni Manessi da Venezia, Luigi Nanni da Ancona, Tommaso Mazzoli da Bologna, Paolo Mariani da Milano e Giovanni Meluso.

I fratelli  Bandiera furono traditi proprio dalla  guida, mentre portavano un proclama  indirizzato ai calabresi, affinché si unissero a loro per la conquista della libertà e dell’indipendenza nazionale.

Assaliti  e sopraffatti dalla reazione borbonica, rimasero uccisi Giuseppe Miller e Francesco Tesei, feriti Domenico e  Moro e Anacarsi Nardi, mentre  riuscivano momentaneamente a fuggire Tommaso Mazzoli, Paolo  Mariani, Giuseppe Tesei e Luigi Nanni, i quali, qualche giorno dopo, si costituirono.  Il processo cominciò  il 17 luglio 1844, terminando il 24 con la sentenza di morte per i Bandiera, Nicola Ricciotti, Domenico Moro, Anacarsi Nardi, Giuseppe Venerucci, Francesco Berti, Giacomo Rocca e  Domenico Lupatelli.

Dopo la lettura della sentenza i condannati vennero condotti nella “Conforteria” delle prigioni di Cosenza, e qui ammanettati con pesanti ordigni alle mani e ai piedi, un trattamento giudicato eccessivo e inumano dagli stessi religiosi della “Conforteria”, i quali riuscirono ad ottenere che fossero loro liberate, almeno parzialmente, le gambe. Pur con grande  difficoltà, Attilio ed Emilio Bandiera poterono scrivere le loro ultime lettere ai genitori.

 

«Mio caro padre,

due sole righe perché sono impedito dal fare di più come vorrei perché i ferri mi impediscono di adoperare le mani in nessuna maniera. Domani raccoglieremo Emilio e Io le vele nel porto Supremo, entreremo nella Città beata dove non sono tiranni, e là pregheremo per Voi ed aspetteremo, perché Dio gode di unire ciò che gli uomini vollero disgiungere. Conscii di aver fatto più bene che ci era possibile, ed inoltre di aver più sofferto che goduto, noi siamo sereni e tranquilli e riguardiamo alla morte come il fine di una prova difficile[…] La nostra pena può essere confessata crudele, ma non mai infamante. Della nostra coscienza  a nessuno quaggiù, ma a Dio soltanto eravamo responsabili,  quindi per amore che portassimo a Voi nostri genitori, primi tra le persone da noi amate quaggiù, non potemmo a questa affezione sacrificare il nostro dovere. Separiamoci dunque da forti ed in modo degno di noi.»

La lettera scritta da Attilio al padre si concludeva con accorate raccomandazioni affinchè il genitore provvedesse a Paolo Mariani, il fidato attendente che lo aveva seguito «negli ultimi procellosi mesi» e la numerosa famiglia di Domenico Mauro. «Fate che dessa non languisca nella miseria, pensate che Moro era il fratello dei vostri figli, e con essi incontrò la stessa sorte.» Le ultime parole furono di consolazione  perla madre e la sorella Marietta. «Dica loro che non è poi una gran sventura se le ho precedute negli eterni riposi, e se reco con me il compianto di tutti i buoni, la mia fine non deve poi essere stata così empia.»

 

 

Emilio scrisse alla madre.

 

«Mia cara mamma,

non potendo a tutti due i nostri genitori, Attilio ed io, questi inseparabili fratelli, ci siamo ripartiti gli uffizi, vi scriviamo uno all’uno, l’altro all’altra. Coraggio, mia ottima madre, mio amatissimo padre. Sopportate con rassegnazione questa amara prova, questo dolore. Ricorrete a Dio e statene sicuri che, ottenuto il suo perdono, noi pregheremo per Voi, e per i cari che vi circondano, e che non voglio nominare perché la mia predilezione non sia per essi soggetto di persecuzione. La morte è all’uomo inevitabile, val meglio dunque incontrarla per ciò che la coscienza fa credere onesto e virtuoso.»

 

Anche per Emilio le ultime raccomandazioni andarono in particolare alla famiglia di Domenico Mauro,  al riconoscimento verso tutti coloro che li avevano seguiti, facendo soprattutto riferimento a Nicola Ricciotti, «onore, speranza e conforto dell’Italia derelitta.»

Nel Post Scriptum, a nome anche del fratello Attilio, pregava i genitori di  attestare all’Italia e al mondo intero che Nicola Ricciotti volle condividere con loro gloria e pericolo e pertanto di benedire anche lui come un altro fratello.

 

La mattina del 25 con i fratelli Bandiera si avviarono al supplizio, Nicola Ricciotti, Domenico Moro, Anacarsi Nardi, Giuseppe Venerucci, Francesco Berti, Giacomo Rocca e  Domenico Lupatelli; per gli altri la pena fu convertita nell'ergastolo, dal quale uscirono graziati nel 1846.

Dopo essersi confessati, all’alba furono condotti nella Chiesa di Sant’Agostino per l’ultima messa e i conforti religiosi. Indossarono il saio nero previsto dal terzo grado di pubblico esempio del codice penale borbonico. La fucilazione su eseguita al  Vallone di Rovito di Cosenza.

I loro cadaveri vennero gettati in una fossa nei pressi della Chiesa di Sant’Agostino.

Il 15 marzo 1848, in una Cosenza ormai in mano ai liberali, i resti dei fratelli Bandiera e dei compagni  furono esumati e portati con grandi onori nel Duomo, e deposti su un grande catafalco con statue dell’Italia e della Libertà.

 

 

Bibliografia

 

M. Stramacci, La vera storia dei fratelli  Bandiera, Edizioni Mediterranee, Roma, 1994.

G. Petrone, La Calabria che fece l’Italia. Il Risorgimento a Cosenza e in Calabria, Jonia Editrice, Cosenza, 2009.

 

 

 

 

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