Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

La rivoluzione di Giordano Bruno

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Giordano Bruno, nato a Nola (Terra di Lavoro) nel 1548, è stato un genio universale della libera filosofia, noto e studiato in tutto il mondo, anche per la sua vita culminata nel martirio del rogo ad opera della ‘Santa Inquisizione Cattolica Romana’ il 17 febbraio 1600 a Roma, in piazza Campo dei Fiori, dove l’Italia risorgimentale innalzò nel 1889 un doveroso monumento, opera del grande scultore Ettore Ferrari, che gli uomini liberi e i turisti intelligenti di tutto il mondo onorano costantemente.

Tra le tante sue opere spicca Cabala del cavallo pegaseo, che ha come tema la critica feroce di chi pratica, coltiva, anzi esalta l’ignoranza nei confronti della libera ricerca, del vero, umano e scientifico sapere.

La critica si rivolge alle tradizioni filosofiche dogmatiche, scettiche (in particolare Aristotele, Sesto Empirico e seguaci), religiose (in particolare il cristianesimo a partire da San Paolo e fino allo stesso Lutero), agli ignoranti, che scelgono di essere e rimanere tali ed anzi se ne fanno un titolo di vanto o di virtù.

Essi sono tutti solo orecchi, come gli asini.

Così li descrive Bruno, nel suo originale linguaggio per come diventano e si riducono:

«Che fero? Qual partito presero? Fermaro i passi, piegaro e dismesero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsivoglia uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale: et in fine si tennero asini;

e quei che non erano, si transformarono in questo animale: alzaro, distesero, acuminarono, ingrossarono e magnificorno l’orecchie; e tutte le potenze de l’anima riportorno et uniro nell’udire, con ascoltare solamente e credere; come quello di cui si dice In auditu auris obedivit mihi.

Là concentrandosi e cattivandosi (imprigionandosi) la vegetativa, sensitiva et intellettiva facultade, hanno inceppate le cinque dita in un’unghia, perchè non potessero come l’Adamo stender le mani ad apprendere il frutto vietato dall’arbore della scienza, per cui venessero ad esser privi de frutti de l’arbore della vita o come Prometeo (che è metafora di medesimo proposito) stender le mani a suffurar (sottrarre) il fuoco di Giove per accendere il lume nella potenza razionale.

Cossì li nostri divi asini privi del proprio sentimento ed affetto, vegnono ad intendere non altrimenti che come gli vien soffiato a l’orecchie dalle revelazioni o de gli dei o de’ vicarii loro; e per conseguenza a governarsi non secondo altra legge che di que’ medesimi.

Quindi non si volgono a destra e a sinistra, se non secondo la lezione e raggione che gli dona il capestro o freno che le tien per la gola o per la bocca, non camminano se non toccati. Hanno ingrossate le labbra, insolidate le mascelle, incontennuti (induriti) gli denti: a fin che per duro, spinoso, aspro e forte a digerir che sia il pasto che gli vien posto avanti, non manche d’esser accomodato al suo palato.

Indi si pascono de più grossi e materialacci oppositorii (cibi più rozzi e scadenti che si pongono innanzi ad essi) che altra qualsivoglia bestia che si pasca sul dorso della terra; e tutto ció per venire a quella vilissima bassezza, per cui fiano capaci de più magnifica exaltatione, iuxta quello 0mnis qui se humiliat exaltabitur1

Il brano riportato è anche citato come uno dei tanti esempi nel prezioso libro curato dall’emerito prof. Michele  Ciliberto, uno dei massimi studiosi di Giordano Bruno.2

 

 

 

Note

1. Giordano Bruno, Cabala del cavallo pegaseo, a cura di Fabrizio Meroi, Rizzoli, Milano, 2004, pp.126-128.

2. M. Ciliberto, Il pensiero libero dell’Italia moderna, in «Biblioteca laica» Laterza, 2008 (ristampato nel 2012), pp.344-345.

 

 

 

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