Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Gli Internati Militari Italiani, gli ultimi giganti

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Poveri IMI! Sono stati seppelliti tre volte e ancora non basta?

La prima volta nei campi di lavoro tedeschi con la benedizione del Duce. La seconda dalla Repubblica uscita dalla guerra che li ha considerati traditori, costretti a vergognarsi e a nascondere la loro memoria.

La terza volta dall’infamia dei revisionisti della storia, che fabbricano croci per le tombe degli scellerati ed esaltano la memoria della razza più spregevole di questa umanità: quella dei traditori della patria e della libertà, sempre vogliosi di tornare a dominare su un gregge di pecore belanti in cerca di padrone. 

25 luglio e 8 settembre del 1943. Due date che ognuno dovrebbe avere scolpite nella memoria: la caduta del regime fascista e l’annunzio dell’armistizio con gli anglo-americani, che avevano già occupato la Sicilia ed erano sbarcati in Calabria.

Il Re – Vittorio Emanuele III - che aveva abbandonato il gregge tra le fauci dell’uomo più sanguinario che la storia d’Italia abbia mai conosciuto, invece di affrontare, come dignità reale avrebbe voluto, le conseguenze delle sue azioni, lo abbandona per la seconda volta, rifugiandosi a brindisi, da cui raggiungerà lidi più tranquilli.

Tragicomiche le scene della partenza da Roma nella notte tra l’8 e il 9 settembre e le gomitate dei cortigiani per aggregarsi al convoglio reale sino al porto brindisino.

Mussolini, arrestato il 25 Luglio, era stato intanto tradotto a Campo Imperatore sul Gran Sasso, dov’era giunto il 3 di settembre e liberato dai Tedeschi il successivo giorno 12.

 

Da Radio Montecarlo, giorno 17, proclamava l’imminente costituzione di un nuovo Stato Fascista.

La vergogna nazionale della Repubblica Sociale Italiana, la c.d. Repubblica di Salò, durerà meno di venti mesi, dal settembre del ‘43 all'Aprile del ‘45, in conseguenza della disfatta delle armate tedesche, dell’esecuzione di Mussolini a Dongo il 25 Aprile del ’45 e della resa di Caserta.

Sotto tutela delle Forze Armate Tedesche, i Repubblichini di Salò volsero buona parte delle loro energie alla caccia ai partigiani e agli “appartenenti alla razza ebraica”, dichiarati di “nazionalità nemica”.

I partigiani catturati venivano fucilati seduta stante, gli ebrei rastrellati erano convogliati nei campi provinciali e da qui trasferiti al campo di Fossoli, sempre allestito dalla RSI, destinazione ultima campi di sterminio nazisti.

La notizia dell’armistizio e della fuga del Re lasciò l'esercito italiano, dislocato in patria e su tutti i fronti di guerra, senza più ordini e allo sbando, permettendo all'esercito tedesco di attuare immediatamente e senza problemi quella vasta operazione denominata Alarico.1

Centinaia di migliaia di militari italiani, disarmati e sotto minaccia armata, vennero caricati su convogli ferroviari di carri-bestiame e tradotti in Germania e in Polonia; i pochi sfuggiti alla deportazione si diedero alla macchia, talora in montagna coi partigiani.

Lo status di prigionieri venne modificato, il 20 di settembre del ’43, per ordine di Hitler, in accordo con Mussolini, in “Internati Militari Italiani”, che li sottraeva ad ogni controllo degli organismi internazionali, Croce Rossa compresa.

Le poche sacche di resistenza furono soffocate nel sangue. Si dovranno attendere quasi sessant’anni perché la Repubblica si degnasse di commemorare solennemente quegli eroi, con la visita del Presidente Ciampi a Cefalonia il 1° marzo 2001, dove fu sterminata l’intera divisione Aqui.2

«Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento. Questa - Signor Presidente della Repubblica Ellenica - è l'essenza della vicenda di Cefalonia nel settembre del 1943. Noi ricordiamo oggi la tragedia e la gloria della Divisione "Acqui". Il cuore è gonfio di pena per la sorte di quelli che ci furono compagni della giovinezza; di orgoglio per la loro condotta. La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo.»

All’atto della cattura fu proposto ai soldati di arruolarsi nell’esercito tedesco con obbligo di giuramento “davanti a Dio” di obbedienza al Fuhrer, Adolf Hitler.

Quelli, invece, che intendevano militare nella RSI dovevano sottoscrivere la seguente formula: «Aderisco all’idea repubblicana dell’Italia Repubblicana Fascista e mi dichiaro volontario pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo esercito italiano del Duce, senza riserva, anche sotto il Comando supremo tedesco, contro il comune nemico dell’Italia Repubblicana Fascista del Duce e del Grande Reich Germanico»

Nei campi si rappresentava la stessa sceneggiata. Periodicamente si esibivano, man mano che le condizioni dei prigionieri si aggravavano, alcuni rappresentanti di Salò e invitavano quei poveri sventurati ad arruolarsi nella milizia della Repubblica Sociale Italiana, con promessa dell’immediato rimpatrio, ma il risultato fu sempre lo stesso “No”.

Dei circa 650.000 soldati resi prigionieri dai tedeschi, solo il 10% (secondo Natta 10.000 soldati) accettò di militare nelle truppe germaniche o nella Repubblica di Salò, ma la cifra è sempre controversa.

Per i soldati rastrellati e condotti ai campi, denominati “Stalag” e “Oflag”, cominciava una delle vicende più dolorose della nostra storia, che si protrarrà sino all’estate del ’45.

Obbligati ai lavori più duri, sovente nelle fabbriche sottoposte al bombardamento degli Alleati, trattati da traditori dai loro aguzzini, malnutriti e scheletrici ma sempre dignitosi.

E per coloro che non riuscivano a resistere, c’erano sempre le fosse scavate ai margini dei campi.

Fu la prima, formidabile, eroica Resistenza contro la feroce bestialità dei nazi-fascisti. Continuamente sollecitati a recarsi in Italia a militare nelle file dei Repubblichini, sin dal momento della cattura, rifiutarono sempre, preferendo continuare a lavorare sotto le bombe e a mangiare brodaglie di patate, rape destinate alle vacche e avanzi di muli seppelliti furtivamente nella neve.

I campi, guardati a vista dalle sentinelle sulle torrette, erano circondati da una doppia recinzione di pali e filo di ferro spinato, spesso elettrificato.

Erano composti fondamentalmente dalle baracche-dormitorio in legno con letti, cucina, docce, latrine e piazzale per la conta.

Il loro stato era indescrivibile: tetti ed infissi in pessime condizioni; mancava pressoché totale d’illuminazione; fango, sporcizia e umidità dappertutto; impianti igienici di circostanza, assolutamente indecorosi ed inadeguati all’esigenza; indescrivibile sovraffollamento, che non consentiva la libera circolazione e costringeva gl’internati – considerando le condizioni del clima – a trascorrere intere giornate sui giacigli.

Questi, quando esistevano, erano castelli di legno a due o tre piani con pagliericci il cui contenuto (sostituito ogni tre o quattro mesi) consisteva in trucioli di legno, paglia o carta tritata. Il riscaldamento era pressoché inesistente, perché la razione giornaliera – sei mattonelle di polvere di carbone – non consentiva se non per un tempo molto breve di far funzionare la stufa da campo; inoltre, le due leggere coperte in dotazione non bastavano ad assicurare il minimo tepore necessario.

Il rancio, uguale per tutti, si limitava a una brodaglia di patate e rape secche da foraggio, raramente di orzo o miglio, 250 grammi di pane nero (ridotti poi a 150), ma di un miscuglio dove il grano era solo in proporzione limitata, sovente ammuffito per l’eccessivo invecchiamento, 25 grammi di surrogato di margarina, ed infuso di tiglio due volte al giorno; per lunghi periodi né il sale né lo zucchero facevano parte della razione.

Diversa e forse anche più dura fu la vita degli ufficiali che, separati dai soldati e trasferiti in Polonia, furono sottoposti a un regime punitivo più severo.

Sottoposti a sevizie, torture e inumani condizioni di lavoro, molti di quegli infelici non rivedranno mai più il suolo natio.

Secondo il Ministero della Difesa (dati 1975) morirono, nella sola ex Repubblica Federale di Germania 23.829 italiani le cui salme, dai campi, sono state traslate nel dopoguerra ai quattro grandi cimiteri italiani di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno e Monaco di Baviera.

Di 9.113 connazionali non è stato possibile recuperare le salme perché incenerite nei forni crematori o sepolte in fosse comuni.

In Austria trovarono la morte 6.378 italiani e di questi 4.271 nei forni di Mauthausen.

Il numero dei decessi rimane comunque molto dubbio, soprattutto nell’ex DDR, in Polonia e negli atri territori divenuti satelliti dell’URSS.

I sopravvissuti, ridotti a larve umane, furono liberati dai Russi e dagli Anglo-Americani nella Primavera del ’45 e rientrarono in Italia, soprattutto attraverso il Brennero, nel corso dell’estate.

Umiliati nel profondo e segnati per il resto della vita, evitarono sempre di parlare delle loro vicende, chiudendosi in un riserbo strettissimo.

Si erano ritrovati in una Italia postfascista, nella quale aveva conservato ottima collocazione e posti di prestigio la peggiore feccia del Ventennio.

E furono dimenticati. Dovettero trascorrere quarant’anni perché qualcuno cominciasse a ricordarsi di loro.

Molte sono oggi le pubblicazione degne di nota che hanno approfondito l’argomento, oltre a quelle divulgative.3

Ma la sofferenza non fu solo quella dei deportati. A casa avevano lasciato genitori, moglie e figli spesso nell’indigenza, ai quali erano mancati affetto e sostegno, in perenne stato di apprensione per la sorte dei loro cari.

Una madre di famiglia con tre figli a carico e il marito al fronte e poi in prigionia riceveva dal Governo, nel periodo da Agosto 1940 all’ Ottobre del 1945, la somma media di Lire 211,57 che poteva ritirare ogni 15 giorni all’ufficio postale (£ 150 di partenza, poi aumentata a 210 e 255 ogni 15 giorni).

Essa corrisponde, in moneta attuale, ad € 211,57 ogni 15 giorni e ad € 5,49 giornalieri. C’era poco di che stare allegri, anche nelle zone rurali, che mancavano di braccia e le campagne erano incolte!

Il 1° settembre del ’44 fu dato alle stampe il primo foglio di un bollettino d’informazione sui prigionieri, internati e profughi, pubblicato a cura del Sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni, dal titolo “Notiziario Prigionieri” pubblicato ogni 10 giorni, sino al 1947.

In esso comparivano le richieste di notizie inoltrate dai familiari, ed erano fornite quelle sul rimpatrio dei prigionieri liberati.

La pace era arrivata ma rimaneva l’ansia delle famiglie sulla sorte dei propri cari. Tre righe per ogni richiesta di notizie, ma dietro c’era il dramma di tutta una famiglia.

Da parte di certa destra funesta e sempre rampante, coi trascorsi a dir poco equivoci, si è registrato, sin dall’immediato dopoguerra, il tentativo di riabilitare le Brigate Nere di Salò e di delegittimare le basi morali della Resistenza e dell’antifascismo.

Di questi ultimi giorni, poi, la vergognosa proposta lanciata su facebook da Ignazio Larussa, senatore di Fratelli d’Italia e vicepresidente del senato, di trasformare la ricorrenza del 25 Aprile, festa della Liberazione, in una "giornata di concordia nazionale nella quale ricordare i caduti di tutte le guerre, senza esclusione alcuna. E in questa data si accomuni anche il ricordo di tutte le vittime del Covid-19 …”

Un’ulteriore, subdola spallata all’edificio di questa distratta Repubblica Italiana, sulla scia della «campagna per delegittimare le basi fondative della Repubblica, in primo luogo della Resistenza, e sostituirle con un “nuovo senso comune storiografico, sciatto e deformato”»,  dissacrando il Risorgimento e rivalutando Pio IX, il brigantaggio postunitario e sognando il recupero del Sillabo e dei Borboni di Napoli.4

Ma i morti non sono tutti uguali. Non possono essere accomunati  coloro che combatterono per consegnare l’Italia ai nazisti di Hitler e coloro che lo feceroper un ideale di democrazia e di libertà.

Oggi il web pullula di post esaltanti gli irriducibili che militarono nelle file dei repubblichini, ne elenca i nomi, ne illustra l’inquadramento tra le squadracce di cacciatori di Partigiani e di Ebrei nonché gli strepitosi successi nella società italiana del dopoguerra.

E così i nostri poveri internati militari, dopo essere stati seppelliti per tre volte, vogliono seppellirli per la quarta, con supremo gaudio degli infami, nuovi traditori della Repubblica e della Libertà.

Sulla pergamena consegnata dal Comando Militare agli ex IMI, corredata del distintivo d’onore, è testualmente scritto:  

«Il soldato …. Essendo stato deportato nei lager e avendo rifiutato la liberazione per non servire l’invasore tedesco e la Repubblica Sociale durante la Resistenza è autorizzato a fregiarsi del: Distintivo d’Onore per i Patrioti Volontari della Liberta’ 1943-45»

Questa è la Repubblica che dobbiamo amare, onorare, sostenere e difendere, rifiutando e denunciando fermamente ogni subdolo tentativo di minarne le fondamenta.

I figli degli IMI hanno saputo e capito poco e in ritardo delle sofferenze dei padri, ma i nipoti possono   meglio apprezzarli e considerarli per quello che sono stati: sfortunati eroi della Patria.

 

 

Note

1. Cfr. E. Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, Il Mulino, Bologna, 1993.

2. Presidenza della Repubblica. Cefalonia, 1° marzo 2001. Discorso del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla commemorazione dei caduti italiani della divisione Aqui.

3. Testi divulgativi: Militari italiani caduti nei lager nazisti di prigionia e di sterminio, a cura del Ministero della Difesa, Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra, Roma, 1975.

S. Frontera, I militari italiani negli Oflag e negli Stalag del Terzo Reich.

Testi di approfondimento:

M.Avagliano, M. Palmieri,  Gli internati militari italiani, Einaudi, Torino, 2009.

G. Hammermann, Gli internati militari italiani in Germania 1943-1945, Il Mulino, Bologna, 2004.

G. Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943-1945, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio storico, Roma, 1997.

A. Mignemi, Storia fotografica sella prigionia dei militari italiani in Germania, Bollati Boringhieri, Torino, 2005.

A. Natta, L’altra resistenza. I militari italiani internati in Germania, Einaudi, Torino, 1997.

N. Labanca, Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), Ed. Le Lettere, Firenze, 1992.

4. La Repubblica, articolo di  M. Pirani, 7 Novembre 2000, pag. 1 con prosecuzione alle pag. 52 e 53.

 

Foto d’epoca del cimitero nello Stalag VI-C situato a Bathorn, 6 km a ovest del villaggio Oberlangen in Emdland-Emsland, nel nord-ovest della Germania. 

Foto di soldati italiani sul fronte greco-albanese

Prima pagina del primo numero della rivista Notiziario Prigionieri, 20-31 luglio 1945

Distintivo d'onore per i Patrioti Volontari della Libertà 1943-1945

 

 

 

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