Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Carneade, da filosofo greco a persona sconosciuta

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Per avere uno dei mille esempi possibili di quanto siamo spesso ignoranti e di come ci trasciniamo per tutta la vita pregiudizi a partire dalle stesse parole che usiamo, per cui sempre dovremmo essere vigilanti e cauti quando pensiamo e parliamo di qualcosa di importante, richiamo questo termine ‘Carneade’.

Se prendiamo un vocabolario qualsiasi, esso significa ‘una persona sconosciuta’, ‘mai sentita nominare’.

Il termine è entrato nella lingua italiana, nell’uso comune, a partire dalla diffusione popolare dei ‘Promessi Sposi’ di Alessandro Manzoni, quindi da metà Ottocento.

In un passaggio dell’opera, uno dei principali protagonisti del romanzo, ‘Don Abbondio’, entrato anche lui nel linguaggio comune come sinonimo di ‘timoroso, vile, che si piega ai potenti, che cerca di lavarsi le mani, senza affrontare le situazioni con coraggio’ (a differenza dell’altro personaggio ecclesiastico, Fra Cristoforo) si chiede ‘Carneade, chi era costui ?’.

E’ stato invece nella realtà storica vera un filosofo (Cirene, Libia attuale, 214-Atene, 129 avanti Cristo), così noto e grande nel suo tempo che Seneca, nel suo ‘La brevità della vita’, lo cita come uno dei maestri di saggezza con Socrate, Epicuro.

 

Fu il direttore di una delle principali scuole filosofiche dell’Antichità, l’Accademia, fondata dall’immenso Platone, frequentata e ricercata dagli ingegni più acuti e vivaci del mondo greco e romano.

L’Accademia platonica, come il Liceo, fondato da Aristotele, il Giardino, fondato da Epicuro, la Stoa, fondata da Zenone Cizio (nativo di Cipro, per distinguerlo dall’altro grande Zenone, esponente della scuola eleatica, nell’attuale Campania), le più famose scuole filosofiche del mondo antico, avevano tutte sede ad Atene e fecero di quella città il simbolo stesso del libero, pluralista, libero sapere (da qui i termini ‘accademia’, ‘liceo’ e soprattutto ‘ateneo’, per indicare luoghi  del sapere più alto e specialistico).

Quelle nobili scuole ebbero una vita plurisecolare e furono chiuse non a caso dal chiuso, dogmatico, fanatico, violentissimo cristianesimo (il tragico distruttore delle luminose civiltà greca e romana, le più alte e memorabili della storia universale, di cui restano solo pochi, anche se significativi, frammenti, che andrebbe chiamato per il male fatto alla storia umana universale di fronte ad un permanente tribunale) nel 529 dopo Cristo dal cristiano imperatore Giustiniano.

Carneade non ci ha lasciato scritti diretti, teneva solo lezioni orali, nell’esempio di Socrate, il grange maestro di Platone.

Il suo pensiero fu diffuso dagli appunti dei suoi scolari e nel mondo latino da Cicerone.

Di fronte alla mirabile fioritura di interpretazioni filosofiche e scientifiche, che spesso erano affermate in modo troppo forte ed esclusivo le une nei confronti delle altre (coi pericoli del dogmatismo e della chiusura), Carneade mise l’accento sulla natura non ‘certa’ e ‘definitiva’ di esse, dell’umana conoscenza in generale, ma ‘probabile’, l’unico orizzonte conoscitivo possibile, dati i limiti dell’umana conoscenza, che emergono da tanti aspetti.

Criticò così le credenze religiose di divinazione, di preveggenza e di onnipotenza, per le contraddizioni nelle quali esse cadono di fronte al male e alle imprevedibili vicende umane.

Fece notare la grande varietà geografica e storica dei costumi e degli stessi concetti di giusto e ingiusto come ulteriori conferme della natura non assoluta della umana conoscenza.

Un appello imperituro a tenere sempre aperta la ricerca e a saper sempre dubitare, precursore di Cartesio, del razionalismo moderno.

Altro che ‘un carneade’!

 

 

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