SOS Archivi di Stato, così la politica lascia morire la memoria pubblica
Si evidenziano le carenze degli spazi e di personale, specialmente dopo l’ondata di pensionamenti, che hanno reso necessario l’utilizzo di personale non specializzato, con dirigenti che hanno sovraccarichi di lavoro e di responsabilità, segno di un degrado civile e di una stagione storica negativa. Nei depositi degli Archivi di Stato italiani sono conservati 1500 chilometri lineari di documenti e 2000 sono in attesa di essere depositati, dopo l’esame degli organi deputati. Ogni anno crescono di 25 chilometri lineari. «Si tratta di una montagna colossale che racchiude le nostre esistenze e che rappresenta un lascito duraturo per le future generazioni che vorranno ricercarvi il senso della loro identità, le radici delle loro comunità. Gli Archivi di Stato sono uno dei luoghi strategicamente rilevanti per la trasmissione della memoria e del sapere storico, uno snodo fondamentale in un circuito virtuoso in cui si studia il passato per capire il presente e progettare il futuro.
Questo circuito oggi si è spezzato e tutto sembra essere precipitato in un presente enormemente dilatato. Nello spazio pubblico è come se il passato sia diventato muto e il futuro inesistente. I messaggi che arrivano dal mondo della politica sono inequivocabili. L’idea stessa di costruire una religione civile, fondata su un patto di memoria riconosciuto ed accettato, è definitivamente tramontato fin dagli albori della Seconda Repubblica. Tra le forze di governo i Cinquestelle continuano a sbandierare ostentatamente la loro mancanza di passato e la Lega di Salvini - cancellando anche i residui di quella ‘identità padana’ che Bossi aveva inventato con le ampolle e i riti celtici-si è tuffata in una campagna elettorale permanente, tutta fondata sul qui ed ora; ne risulta un futuro azzerato o, peggio, descritto come affollato di oscure minacce e nemici insidiosi. Quanto alle opposizioni il PD ha rinunciato da tempo ai suoi vecchi alberi genealogici, senza peraltro avere la capacità di proporne di nuovi. In questo contesto, reso ancora più accidentato dalla pervasività della rete e dalla sua ossessione per il presente, il ruolo degli Archivi di Stato appare svuotato dall’interno. È una ferita culturale i cui aspetti concreti sono sotto gli occhi di tutti. La mancanza di personale specializzato innanzitutto, con la conseguente assenza di ogni significativo ricambio generazionale.»
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Questo è il titolo di un prezioso e preoccupato articolo del prof. Giovanni De Luna, dell’Universita di Torino, studioso del Partito d’Azione e della tradizione di Giustizia e Libertà, apparso su ‘La Stampa’ di Torino del 1 agosto 2019.