Il percorso filosofico ed esistenziale di Agnes Heller
Nata a Budapest nel 1929 in una famiglia di media borghesia di origini ebraiche, col padre che aveva conosciuto Auschwitz, aveva iniziato gli studi scientifici, passando alla filosofia, affascinata dalle lezioni del filosofo marxista Lukács, di cui divenne poi assistente. A 18 anni infervorata ideologicamente, aderì al partito comunista, che si era impadronito del potere in Ungheria, come avvenne in tutti i paesi dell’Est, ma, per la sua interpretazione libera del marxismo, antistalinista, fu espulsa dal partito nel 1949. Dopo la morte di Stalin nel 1953, poté riprendere la carriera universitaria e nel 1956, quando ci fu la rivolta popolare contro l’occupazione sovietica, stette dalla parte della ribellione popolare repressa dai carri armati rossi. Fu cacciata dall’Università nel 1958 e solo nel 1963 potè rientrarvi in un clima leggermente più aperto del governo Kadar, sempre comunista e vigilato dall’Armata Rossa.
In questo periodo elaboró una teoria del socialismo marxista completamente opposto a quello sovietico, con un gruppo di intellettuali vicini, che costituirono “la scuola di Budapest” che ebbe un influsso forte nel clima dell’esplosione del ‘68 in Occidente. La Heller voleva una trasformazione dei bisogni umani fondamentali, repressi ed alienati nella società occidentale liberaldemocratica che li sollecita, ma non dà spazio ad essi, come volevano i giovani del ‘68, superando ad esempio la stessa famiglia monogamica, e proponendo l’autogestione nelle fabbriche contro il lavoro alienato e contro la stessa tradizionale visione della classe operaia. Sottoscrisse un documento contro l’occupazione della Cecoslovacchia da parte dell’Unione Sovietica nel 1968. Esposta a nuova persecuzione, emigró nel 1977 col marito in Australia, abbandonando man mano il socialismo marxista, recuperando nella dimensione umana non solo il mondo dei bisogni elementari, ma anche quello dei valori morali e del loro fondamentale ruolo nel processo di conquista di una autentica e piena umanità. Criticó apertamente il collettivismo burocratico oppressivo del comunismo sovietico e dei paesi ad esso subalterni, mise il luce l’astrattezza ed i pericoli del movimento pacifista, con la loro critica agli Stati Uniti e la loro sostanziale subalternità all’Urss. Dopo la caduta del comunismo, era ritornata in Ungheria, criticando la recente svolta sovranista e antidemocratica di Orban. Aveva evidenziato il pericolo dell’islamismo estremista, come nuovo nazismo, da affrontare decisamente. Abbandonò definitivamente, il marxismo approdando ad una posizione liberaldemocratica, socialista laica. Adorava l’Italia e il Rinascimento, che aveva teorizzato e praticato il senso ed il valore della libera individualità umana, ed aveva ritrovato in Firenze la città ideale, nella quale quell’ideale si era incarnato, realizzata e vigeva. Gerusalemme, Atene e Firenze erano le tre città simbolo delle civiltà più alte dell’umanità, nella stratificata visione del suo singolare percorso filosofico ed esistenziale.
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