Ad Ercolano, nessuno più risponderà alla "bussata"

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Sono giorni di estrema apprensione per l' Italia. La nostra economia, come tutti i sistemi economici di tutti i Paesi europei, è sottoposta ai continui ed altalenanti "umori" della Borsa, e la speculazione finanziaria, con i suoi perpetui ed imprevedibili attacchi, rischia di deteriorare gli equilibri politici interni ed internazionali, procurando dunque la morte di quel grande sogno che accompagna tutti i popoli europei da molti secoli a questa parte, e che solo dopo la fine della II guerra mondiale ha iniziato faticosamente a realizzarsi: la nascita degli Stati Uniti d' Europa.
Ogni giorno tutti i quotidiani riportano resoconti, analisi, opinioni più o meno autorevoli su come uscire da questo blocco strutturale che sta già minando le basi democratiche delle nazioni coinvolte: i popoli soffrono perchè i loro diritti vengono posti in discussione in nome della salvezza di ignoti assetti economico-finanziari costituitisi in nome di un profitto che non ha la minima pertinenza con il logico valore economico;

le coscienze sono fiaccate dalla consapevolezza che simili dinamiche abbiano finito col prevalere sul principio della rappresentanza politica, e che non c'è scrupolo che possa far valere le ragioni del Bene Comune dinanzi alla logica della criminale corsa all'arricchimento. Quale scempio morale questo assetto possa comportare alla nostra fragile democrazia è difficile pronosticare;

l'abbrutimento cui si giunge nei periodi di maggiore difficoltà impedisce di vedere una via d'uscita che possa risollevare il senso civile di un popolo, a meno che non si scelga di assumere su di sé il dovere di determinare responsabilmente le proprie sorti, vero ed immortale motore del progresso civile; quando ciò accade, non c'è minaccia, non c'è timore, non c'è omertà che sia in grado di arrestare la generale rinascenza di un Paese.

 

Un chiaro ed incontrovertibile esempio che non si tratta di pura utopia lo dimostra quanto ultimamente sta accadendo ad Ercolano, una delle città simbolo della nostra cultura, ma anche della nostra debolezza. O meglio, della nostra precedente debolezza.

 

" Noi non subiamo soprusi" recano scritto i tanti cartellini affissi sulle vetrine dei negozi i cui titolari hanno denunciato le vessazioni poste in essere contro di loro da parte dei locali clan camorristici: una degna pagina della lunga lotta contro le mafie è in atto, ma maggiormente degna di attenzione per una caratteristica molto strana. I numeri. A fronteggiare i 41 imputati di associazione mafiosa e di estorsione sono 42 accusatori: per quanto sia solo di un'unità, il numero delle vittime che denunciano e prendono parte attiva nei vari procedimenti giudiziari è superiore al corrispettivo degli aguzzini.
E' Tano Grasso,  autorevole presidente della Federazione antiracket, a spiegare le motivazioni che sottendono un simile successo: " Abbiamo derackettizzato Ercolano per le condizioni di fiducia che si sono create, una convergenza di fattori positivi: il sindaco giusto al momento giusto [il prof. Vincenzo Strazzullo, e il suo predecessore, prof. Nino Daniele, ndr], investigatori preziosi, un pubblico ministero molto attento e poi loro: i commercianti che volevano vivere".  E' stata quindi la cooperazione delle forze dello Stato, cittadini " in primis", ovviamente, a determinare un risveglio civile che ha permesso questo autentico atto rivoluzionario contro i secolari nemici delle nostre terre.
Ciò che veramente stupisce e che rende nella giusta misura il valore di cosa significhi 42 cittadini contro 41 camorristi è anche l'atteggiamento con cui i primi affrontano il loro compito di testimoni e, contestualmente, di uomini da una vita comune. Non c'è traccia di pentimento, nè di velleitaria aspirazione ad ergersi quali " paladini", perchè il vero problema che ha attanagliato le loro esistenze non è stato, o quantomeno, non è stato solo l'esborso mensile previsto come "gentile contributo" ai clan, bensì una questione di rispetto verso se stessi, i loro lavoratori dipendenti, le loro famiglie. Una questione di onore, dunque. Quello vero.

 

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