Le strutture dell’identità. Le conventicole

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Non c’è dubbio che l’appartenenza familiare costituisca uno dei contesti strutturali che fa della città di Napoli e dei suoi dintorni esattamente ciò che essi ineluttabilmente sono, ossia qualcosa di ineluttabilmente negativo.

Non a caso vedremo che infatti proprio nel contesto di tale fenomenologia emerge prepotentemente uno dei tratti fondamentali più negativi in assoluto dell’identità napoletana, e cioè la propensione all’illegalità

Questo significa però che forse la famiglia è in sé un disvalore?

Ebbene se guardiamo ad alcuni punti saldi della filosofia politica ed etica, ed anche della stessa letteratura mondiale, ci accorgiamo subito che non è così.

Il nostro Vico stesso ci ha mostrato quanto la famiglia sia da considerare fondante per la stessa intera civiltà umana.1

Simone Weil ci ha mostrato poi come vada considerato largamente positivo uno degli elementi basilari stessi della famiglia (come entità politica), ossia la corporazione  nella sua forma medievale; cioè il paradigma stesso di una minuscola comunità che si chiuda su sé stessa, e fungendo proprio in tal modo da unità costitutiva di una società.2

Stefan Zweig ci ha inoltre mostrato nel Brasile degli anni trenta un esempio di società fortemente familista ma senza alcuna ricaduta negativa. 3

Infine poi Hannah Arendt  ci ha mostrato (nella società ellenica classica) quale dovrebbe essere l’ideale equilibrio tra famiglia (dimensione privata) e società (dimensione pubblica).4

E qui diviene evidente che la famiglia può (e deve) rivestire un forte valore solo se essa resta aperta ed in comunicazione con il perseguimento del bene pubblico; invece di incapsularsi in sé stessa, dovendo così anche regredire anche alla cura di affari legati solo alla cieca sopravvivenza.

Eppure il fatto che a Napoli la dimensione familiare costituisca un elemento deteriore rappresenta un’altra di quelle evidenze (che non a caso si impone alla nostra attenzione proprio come struttura identitaria) che salta letteralmente all’occhio.

Per la precisione ciò avviene esattamente nel porsi della famiglia stessa come un’entità che va oltre il suo più immediato significato, imponendosi invece come luogo e organismo di solidarietà ferrea e cieca, posta ormai totalmente al servizio di scopi indifferenti al bene comune oppure addirittura da essi divergenti.

In quest’ultimo caso abbiamo dunque la famiglia nella sua accezione più negativa possibile, e cioè come un’autentica banda che persegue fini illegali o anche francamente criminali. E pertanto, con una certa specificità in più, quest’ultima non è altro che la famiglia in negativo così come raffigurata dalla Arendt.

Il perseguimento dei soli fini legati alla cieca sopravvivenza umana (cioè all’uomo come essere biologico, ossia immediatamente «naturale» e non più invece «culturale») assume qui la forma specifica del violento ed accentratore accaparramento di beni e quindi dell’aperta sopraffazione. Ed abbiamo già visto che tale modo di agire corrisponde ai tratti più profondi e decisi dell’identità partenopea, ossia quella più immediatamente intimata dall’Essenza.

A ciò si aggiunge poi il fatto che, come abbiamo costatato già più volte, a Napoli anche ciò che è in sé eticamente positivo, o almeno neutrale (né cattivo né buono), viene immediatamente coartato nel venire riassorbito in maniera totale in quel così fondamentale atto rituale e teatrale che caratterizza qualunque comportamento.

Atto che è poi per definizione comico anzi spesso perfino tragi-comico, e quindi coarta le cose buone nel senso che non solo mette tutto (anche le cose più vitalmente serie) in burla, ma anche trasforma poi questa burla in aperta e compiaciuta distruzione.

Ebbene, se tutto ciò avviene per qualunque aspetto della vita civile partenopea, come poteva non avvenire anche per quella famiglia che effettivamente è poi il cardine stesso della società; ed inoltre, come abbiamo visto, è anche elemento assolutamente critico per la stessa Civiltà (ossia è il fondamento stesso di tutto ciò che è «città»)?

Se Napoli stessa è la coartazione stessa in ogni sua forma, ossia il negativo stesso, come potrebbe non esserlo proprio un’entità così fondamentale com’è la famiglia?

Dobbiamo dunque ammettere che proprio qui noi ritroviamo una delle più chiare forme di struttura identitaria nella sua totale negatività. Si tratta insomma di una negatività assolutamente fondamentale. E come tale essa non può non impregnare di sé ogni aspetto della vita civile, sociale e politica.

Abbiamo così nelle mani un’autentica chiave per aprire (ma senza doverli scardinare) tutti i segreti scrigni nei quali vengono tenute accuratamente nascoste le così tante vergogne di Napoli.

In generale, allora, il fenomeno qui emergente è quello entro il quale appare evidente che quanto (la famiglia) poteva ben essere degno – se solo fosse restato al suo posto ed entro i suoi giusti limiti naturali –, è divenuto invece a Napoli indegno ed immorale, occupando così uno spazio che ad esso non compete affatto.

Proprio come nello schema proposto dalla Arendt, ciò che era destinato ad essere e restare un privato costantemente aperto al pubblico (e quindi perfettamente consapevole della propria secondarietà civica), si è invece sostituito al pubblico.

Ed in tal modo si è proposto come il pubblico stesso, ma nella sua forma più degenere possibile, ossia come luogo nel quale avviene solo e soltanto il perseguimento di interessi individuali.

Ma così abbiamo davanti a noi nuovamente la città nella sua incapacità assoluta di essere un corpo organico e integrato, cioè contempliamo di nuovo il fenomeno della «città divisa». 

Ed inoltre abbiamo anche davanti a noi il fenomeno delle finte élites, ossia di quelle entità gerarchico-sociali, le quali (per censo, o qualsivoglia altra caratteristica) dovrebbero svolgere compiti dirigenti, e quindi dovrebbero operare esclusivamente ai fini degli interessi collettivi. Abbiamo visto però che invece esse a Napoli fanno l’esatto contrario.

Ebbene, chi a tale proposito affermerà poi che ciò avviene di fatto in tutta Italia ed in tutto il mondo, ignorerà volontariamente la forza determinante imposta a questo fenomeno da quelle così decisive forme retorico-mitiche che sono operanti solo a Napoli.

In altre parole, ciò che a Napoli rende decisamente negativo l’elemento civico-sociale rappresentato dalla famiglia, è di fatto la stessa decisione collettiva di un’intera società ad essere nel modo più radicalmente negativo possibile. Decisione che deriva poi da una determinazione profonda addirittura precedente ad ogni fenomenologia socio-storica. Ecco che ancora una volta soltanto la lettura metafisica di Napoli ci può fornire delle salde ragioni per comprendere davvero ciò che in essa accade.

Ma l’indagine della Arendt ci è utile anche per mettere in luce un ulteriore aspetto di tale costellazione negativa. La sua tesi è infatti che proprio la profonda corruzione moderna della società rispetto all’assetto ellenico – quella polis in cui il pubblico prevaleva decisamente sul privato – si caratterizza per l’emergere di una tipologia umana che è intimamente legata proprio al familismo nella sua accezione più negativa.

Si tratta del lavoratore, ossia di fatto il discendente a sua volta di quell’homo faber (di fatto il borghese, o anche il capitalista), il quale dal Rinascimento in poi ha imposto i valori dell’azione su quelli antichi della contemplazione.

Il lavoratore rappresenta l’umanità colta proprio nella sua dedizione esclusiva agli atti e compiti della sopravvivenza; ossia della vita intesa solo come mera resistenza alla morte, e cioè una vita esclusivamente naturalistica e biologica. Ma proprio questa figura è stata elevata ormai a centro stesso della vita civile, e quindi politica.

E così l’intero essere ed agire della società regredisce all’umiliante ed estremamente riduttiva cura di meri interessi vitali; e peraltro in una maniera che promuove anche molto nettamente il perseguimento di interessi privati a scapito di quelli pubblici.

Orbene se in generale nella società occidentale è avvenuto questo genere di evoluzione negativa – con la genesi poi del relativo tipo antropologico negativo, il lavoratore –, a Napoli invece lo stesso identico genere di evoluzione negativa ha prodotto, come suo tipo antropologico degenere, il lazzaro stesso; o meglio ha portato alla ri-attualizzazione moderna del lazzaro antico.

O, meglio ancora, ha prodotto quello che è il Gran Lazzaro, ossia una sorta di lazzaro a Napoli universale – ossia assolutamente trasversale entro quello specifico mondo di enti e valori che è Napoli.

Ma per tutto ciò che abbiamo finora già visto, risulta evidente che il tal modo la degenerazione è di portata estremamente più vasta, e conseguentemente lo è anche la distruzione da essa addotta.

Del resto uno degli aspetti socio-politicamente più immediati e semplici di tale distruzione è quello inibitorio. Ed esso sta letteralmente sotto gli occhi di tutti noi.

Tutti sappiamo infatti che di fatto a Napoli il sottoproletariato urbano non si è mai trasformato mai in un vero proletariato (come intanto avveniva invece nel resto d’Italia ed in Europa). Ed è ovvio che per proletariato va qui inteso quello operaio industriale, ossia il lavoratore stesso nella sua pienezza.

È pertanto evidente che l’esistenza a Napoli così prevalente del «lazzaro», ha letteralmente impedito il venire ad esistenza del «lavoratore». La così prevalente esistenza di un determinato tipo antropologico-civile ha, dunque, di fatto impedito il venire ad esistenza di un altro determinato tipo antropologico-civile.

Ma si tratta in particolare del lazzaro moderno e non di quello antico, ossia di colui nelle cui mani (come abbiamo visto) sono stati modernamente messi mezzi, potere e diritti, che prima erano inimmaginabili.

Dunque è per questo che in primo luogo il lazzaro rappresenta il vero e proprio corrispettivo di un tipo antropologico-civile squisitamente moderno, il lavoratore. Ed inoltre è per questo che si può parlare di una vera e propria produzione graduale di tale lazzaro da parte della sostanza di Napoli. Bisogna quindi escludere da questo fenomeno il lazzaro per così dire previo, ed in questo senso «storico» nel senso della perenne pre-esistenza.

Non a caso questa figura non svolge più alcun ruolo nella Napoli attuale, e pertanto vi sopravvive solo come un paradigma fantasmatico.

Inoltre a tale proposito va fatto notare ai pro-napoletani d’assalto – sostenitori della tesi secondo la quale Napoli sarebbe diretta erede dello spirito greco ed in particolare della polis stessa – che essi hanno in realtà totalmente torto.

Come possiamo vedere, infatti, Napoli rappresenta semmai quella dimensione della «città», che è lontana dalla dimensione della polis nel modo maggiore possibile.

É la prevalenza del privato in essa, ciò che fa sì che tale lontananza sia irrecuperabile. Carattere tipico della polis era infatti l’esatto contrario. Essa era cioè per davvero un organismo unitario e solidale. E ciò è peraltro sottolineato dalla sua effettiva consistenza e saldezza in pace (politica) e soprattutto in guerra.

Come, dunque, paragonare la gloria militare delle polis greche con le così patetiche infamie della storia napoletana? Come spiegare, insomma, lo sfaldarsi vergognoso dell’esercito del Regno delle Due Sicilie (comandato del resto da strapagati generali stranieri) sotto l’urto di appena un pugno di uomini?

Il problema è insomma che Napoli è stata storicamente sempre una ed una cosa sola: – il Lazzaro.

Ebbene, per la precisione noi ci troviamo qui davanti ad uno dei prodotti più degeneri della corruzione della società in forza del prevalere in essa della sola dimensione familiare.

Ossia ci ritroviamo di fronte non più appena ad un tipo antropologico-civile (e relativo fenomeno sociale) –che è sempre tutto sommato indifferente dal punto di vista etico-politico, e cioè segnatamente in relazione alla sua potenziale legalità.

Ci troviamo invece proprio al cospetto di un tipo antropologico-civile che è del tutto degenere dal punto di vista etico-politico, e specificamente in quanto tipo umano-civile dedito all’illegalità addirittura essenzialmente (ossia in forza di un vero e proprio profondo tratto identitario che lo contraddistingue). Egli è, umanamente, proprio un miserabile, un mentitore, un ladro ed un assassino.

Questo era insomma il mostro che covava da sempre nelle profondità infere delle più nere ed immonde viscere dell’identità partenopea negativa. È il lazzaro nella sua forma più mostruosa e devastante, ossia di fatto quello che è poi il moderno camorrista.

Un soggetto che rappresenta l'equivalente partenopeo del basso e dell'elementare ormai politicamente emancipato, la versione cancerosa e putrida di quello che è il soggetto delle più avanzate visioni liberal-democratiche e socialiste.

Dunque, se il moderno lavoratore è (per la Arendt) semmai l’espressione della grigia ed esasperante desolazione dei fenomeni ciclico-vitali, che in sé negano ogni immortalità ‒ divenuti così il tratto distintivo delle società di massa moderne, capitalistiche o socialistiche che siano ‒, il lazzaro moderno è invece espressione del più radicale e demoniaco mostruoso, ovvero del caotico-elementare nella sua forma più pura.

Ecco allora che si può costatare che, entro la così specifica sostanza di Napoli, questo così immondo mostro era ciò che aspettava solo che la Storia gli desse la finalmente possibilità di manifestarsi appieno.

Inoltre nello stesso tempo possiamo notare che il suo venire a galla sottolinea in maniera non solo lampante ma anche estremamente drammatica quella differenza che esiste tra una Napoli abbarbicata costantemente al passato (e peraltro nella forma più insana e degenere possibile) e le forme che invece la Storia (quale Progresso) va assumendo nelle realtà civiche del resto del mondo.

I due fenomeni sono chiaramente paralleli, e perfino la natura degenerativa del progredire è la stessa, eppure le conseguenze sono radicalmente diverse in termini di forme di manifestazione.

Da un lato, infatti, (resto del mondo) noi abbiamo un Presente la cui negatività mutua tutte le sue forme dal Futuro ormai raggiunto, e dall’altro lato, invece, (Napoli) noi abbiamo un Presente la cui negatività non solo mutua le sue forme soltanto da un Passato mai evolutosi, ma anche ne moltiplica la negatività in maniera sempre più esponenziale. Solo a Napoli assistiamo dunque al fenomeno davvero raccapricciante di un Passato mostruoso e cadaverico che, per mezzo dell’intermediazione attiva di Napoli stessa entro l’attualità presente (cioè noi Napoletani), ha la possibilità di divenire vieppiù intenso nella sua negatività.

Ecco allora che il cogliere in tal modo la dimensione eticamente negativa (ed anzi in gran parte decisamente criminale), che a Napoli assume il familismo nella forma di «conventicole», ci dà la possibilità di cogliere la davvero profonda ragione di essere di fenomeni sociali e civili, che fanno decisamente parte della quotidianità e nello stesso tempo della cronaca nera. Proprio al cospetto del familismo conventicolare, noi siamo insomma di fronte all’essenza stessa della così diffusa illegalità che caratterizza l’agire quotidiano del Napoletano.

E siamo di fronte anche alle punte più estreme di questo agire, ossia quelle di una criminalità la cui forza devastante non solo non declina mai, ma addirittura cresce costantemente.

Ed inoltre lo fa specificamente sostituendosi sempre più completamente alla vita civile stessa nella sua eticità.

Si tratta insomma di quello stesso inquietante fenomeno che avviene in biologia, allorquando il genoma virale di soppiatto si interpola e si integra in quello della cellula normale; costringendo così sempre più le strutture produttive di quest’ultima a mettersi al servizio della genesi di nuovi mostri distruttori.

Ebbene, sono solo esagerazioni polemiche queste?

Sì lo sono senz’altro, se noi vogliamo restare ciechi riguardo a quelle evidenze che ogni santo giorno ci saltano agli occhi. E non astrattamente, bensì per mezzo di eventi concreti.

Non ci basta dunque vedere che proprio in questa terra, e ad opera del Napoletano negativo per eccellenza (il lazzaro-camorrista), si è consumato uno dei più grandi genocidi della storia, ovvero l’avvelenamento cancerizzante di un’intera vastissima e densamente popolata area che ospita almeno tre milioni di abitanti?

E non ci basta forse appena tendere l’orecchio per poter cogliere immediatamente il profondo perché dell’espressione Nuova Famiglia che oggi così spesso e volentieri definisce la Camorra?

E non ci basta forse costatare l’inoppugnabile evidenza storica rappresentata dal fatto che i lazzari napoletani sono insorti praticamente contro tutto e contro tutti, perfino contro un re che amavano alla follia e che amava presentarsi come loro stessi. Ma non sono invece mai insorti contro questi Demoni in forma di Napoletano doc (che Dio li stramaledica!)?

Perché mai? Ma è semplicissimo. Perché essi riconoscono questi Demoni come i loro stessi fratelli di sangue, ovvero figli di uno stesso Padre, l’Oscuro Signore.

E dato il peso che ha in tutto questo proprio l’elemento costituito dalla famiglia, allora noi, se proprio vogliamo comprendere, dovremmo interrogarci proprio su di essa quale fulcro del fenomeno più centrale della negatività identitaria partenopea, e cioè la propensione irresistibile ed anche compiaciuta all’illegalità.

Ma ora ancora più concretamente – e per la precisione rifuggendo pesino dai fenomeni più eclatanti, e mantenendoci invece sul piano dei fenomeni più ordinari e quindi più grigi –, come questo familismo conventicolare fa sentire a Napoli costantemente la sua presenza?

Innanzitutto non c’è nemmeno bisogno di dire che la famiglia non assume a Napoli affatto l’aspetto di luogo di manifestazione per eccellenza di quella così calda, accorata e bonaria «cordialità», che il mito vuole sia tipica dell’identità napoletana. Semmai, come abbiamo appena visto, la famiglia rappresenta l'esatto contrario di questo. Essa è cioè il luogo per eccellenza della ostinata e proterva disposizione di tutti all’esclusione, alla violenza, all’ingiustizia, alla sopraffazione, all’accentramento.

Ed inoltre è anche il luogo per eccellenza della coltivazione di quella forma insidiosa di idiozia collettiva (vera e proprio non-intelligenza, per quanto immensamente scaltra), che è l’adesione acritica quanto incoercibile alla più improduttiva ed immobilistica ritualità dell’essere e dell’agire.

L’effetto principale della tendenza familista a Napoli è pertanto quello di organizzare rigorosamente soltanto al proprio interno quelle che sono disponibili in natura come capacità, volontà e destrezze positive ed etiche.

Il che tutto sommato sarebbe ancora accettabile, nonostante in tal modo tali energie comunque verrebbero sottratte alla dimensione pubblica.

Ma invece l’effetto negativo davvero più rilevante della tendenza familista è quello di segregare al proprio interno esistenze e comportamenti che proprio per questo restano non qualificati, ossia non si differenziano; e si esplicano quindi unicamente in relazione alle esigenze poste dalla dimensione privata.

Essi così non crescono mai, ma restano invece sempre appena in nuce, e quindi permangono nel loro stato più miserando possibile.

Si tratta insomma di una differenziazione negativa delle risorse umane; e ciò nel senso specifico di un forte freno posto alla differenziazione.

In tal modo, allora, la famiglia quale entità segregante e concentrante, si limita a differenziare solo al proprio interno; lasciando così che si sviluppino destrezze inevitabilmente negative, ossia ciecamente obbedienti a quelli che sono poi i valori negativi tipici dell’identità partenopea profonda.

E ciò avviene esattamente nel senso dell’educazione alla ricerca ossessiva del privilegio esclusivo ed egoistico (quello che fornisce un vantaggio insuperabile nella competizione con l’altro), alla coltivazione dell’inattaccabilità personale, ed all’esercizio del dominio sugli altri.

È allora proprio in forza di tali premesse educative, che a Napoli si tende costantemente e protervamente all’esatto opposto di quell’azione solidale che presuppone proprio il generoso abbandono di tutto questo da parte dell’individuo.

Ed inoltre da ciò risulterà anche chiaro con quale forza l’Essenza partenopea esercita il proprio effetto proprio venendo a galla al centro stesso dell’istituzione sociale più crucialmente decisiva, ossia la famiglia stessa. Ovviamente non poteva che essere così.

Ebbene, tutto ciò è da un punto di vista etico-civile inequivocabilmente ingiustificato.

Ma ciò significa allora che se non si demoliscono prima queste così profonde e convinte disposizioni, non sarà mai realmente possibile nemmeno iniziare a pensare ad una riforma di Napoli. È evidente, quindi, che può trattarsi solo e soltanto di una riforma della sua «sostanza», e non invece appena delle sue forme superficiali.

Ed abbiamo appena visto come tale sostanza faccia sentire il proprio effetto negativo in quegli atti privati (appunto familiari) in cui trova la propria radice la stessa formazione di un «cittadino», ossia nella prassi educativa che nella famiglia inizia già dal primo anno di vita.

Nulla da meravigliarsi allora se a Napoli la produzione di bulli (ossia veri e propri anti-cittadini) sia particolarmente rigogliosa. Tanto che la nostra città appare in questo in grado di battere qualunque record mondiale.

Ecco allora che su questa base si delinea in maniera ancora più chiara il sussistere di altre forme civili e sociali del familismo conventicolare così tipicamente partenopeo.

Accade insomma che, anche allorquando fattori di dinamismo sociale sembrano far la loro comparsa nella nostra società, presto o tardi i suoi protagonisti finiranno fatalmente per smascherarsi come o i benedetti della più prossima potente conventicola, o gli appartenenti ad essa sotto mentite spoglie.

E così, ad esempio., l'illuminato intellettuale o anche politico – intanto assurto agli onori della cronaca per le sue profonde ispirazioni ed idee innovatrici o addirittura rivoluzionarie – si rivelerà poi invece il solito prodotto di una radicata e tenace clientela (che per elevare lui avrà ignorato o affossato chissà quanti naturali talenti).

Il così brillante ed innovatore economista, magari con laurea estera, si rivelerà poi essere null’altro che il solito viziato rampollo di una delle solite poche potenti famiglie di sempre. Il così ambizioso e rampante imprenditore innovatore si rivelerà infine essere l'ultimo membro di un'arcigna e prepotente dinastia accaparratrice. E lo stesso può essere detto di praticamente tutte quelle categorie professionali che in una città possano mettersi in vista per le virtù innovatrici, riformatrici e trasfiguratrici, che esse sembrano apparentemente possedere.

Dunque il fenomeno negativo che così emerge non è altro che questo – è l’elementarità amorale che sempre viene allo scoperto una volta che le sovrastrutture retoriche siano state demolite.

Ciò che così viene a galla è infatti il solito istinto del «gran signore» (ma soprattutto insieme anche Gran Lazzaro), e cioè la tendenza a portare all’acme la connaturata disposizione del Napoletano alla sopraffazione accentratrice ed al dominio.

Ciò avviene specialmente nella forma dell’occupazione usurpatoria della maggior quota di quello spazio di esistenza ed azione, che invece dovrebbe venire scrupolosamente suddiviso, ed in particolare in ragione di oggettivi talenti e carismi.

In parole povere si tratta di null’altro che della sistematica occupazione usurpatoria dei luoghi di potere.

Operazione che però a Napoli non viene mai di fatto condotta e portata a termini da parte di veri «emergenti» (ossia coloro ai quali eventualmente una saggia Fortuna avrebbe messo nelle mani il testimonio dell’esercizio a turno del potere), ma viene invece invariabilmente condotta da coloro che intanto già occupano il potere, ossia gli esponenti delle famose élites.

E quando poi tale processo sembra assumere per davvero le forme apparenti dell’ascesa di effettivi emergenti, guardando bene dietro i fatti, si vedrà che ciò è stato possibile solo per l’aiuto (in genere illegale) offerto ad essi da coloro che già occupavano il potere, e comunque continueranno comunque a farlo. Per questo all’effetto pratico il risultato netto di siffatte operazioni impone un solo tipo di invariabile quanto sconsolante commento: – «Sempre gli stessi!».

L’inevitabile effetto di tale paralisi etico-politica di fatto non può che essere la costante paralisi politico-amministrativa. Che poi va inevitabilmente di pari passo con la paralisi della «produzione» in senso lato, ovvero quella che è la «produttività» della società – con la quale non va intesa solo la produzione di beni materiali, ma anche di beni culturali e soprattutto etico-spirituali. Ebbene, una Cultura che, quale Civiltà (ossia autentica dimensione «civica», e quindi «città» nella sua estrema pienezza), voglia per davvero differenziarsi dalla Natura, deve essere in grado di fare proprio questo.

È pertanto su questa base estremamente profonda che si spiegano fenomeni paradossali come la cronica mancata soluzione del problema dei rifiuti. Per fare solo un esempio eclatante tra i tanti possibili.

A tale proposito non basta affatto invocare la qualità maggiore o minore dell’ideologia al potere, né basta quella visione dietrologica che vede il male solo nei fenomeni di corruzione o complicità criminale decorrenti sotto l’apparenza della legalità civile ordinaria.

Qui insomma restiamo ancora soltanto sul piano di quella dimensione storico- e politico-sociologica della quale abbiamo più volte dovuto costatare la totale insufficienza.

Nemmeno è da ritenere poi sufficiente quella sorta di spiegazione psico-sociale che giudica in maniera obiettivamente scientifica il fenomeno della renitenza dei cittadini a cooperare personalmente affinché le cose seguano il corso normale ed etico. Renitenza che invece è totalmente volontaria e quindi non viene condizionata da nulla.

Essa è una precisa scelta del cittadino. La totale insufficienza di questo genere di spiegazione mette quindi ancora più in evidenza il fatto che a nulla mai si approderà se non si deciderà prima di accostarsi per davvero alla contemplazione dell’identità profonda del luogo e del popolo.

E così quella stessa spiegazione psico-sociale della renitenza civile – in sé così prossima alla verità – troverà finalmente la sua più opportuna collocazione.

Emergerà allora il fatto negativo che davvero appare in grado di spiegare ogni cosa, ossia quell’identità profonda che a sua volta determina in maniera assoluta la relativa dimensione antropologica – ed antropologica in termini sociologici, professionali, civili e psicologici.

Dunque la tendenza familista, la perenne non collaborazione o peggio la rivolta da parte dei cittadini, la demagogia, la malafede e la maligna scaltrezza egoistica, la tendenza criminale, appaiono così essere tutti fenomeni secondari al più grande fenomeno dell’indisponibilità del napoletano ad agire e pensare in modo etico.

E quest’ultima riposa poi sulla sua convinzione inattaccabile che, in fondo, immondizia o meno, inefficienza o meno, Napoli è il posto più bello e migliore del mondo e che i napoletani sono la razza più buona, generosa e vitale del mondo.

È evidente che tale così incrollabile convinzione prescinde esattamente dall’oggettività dei fatti negativi. Anzi si può dire proprio che, dal suo punto di vista, Napoli è tanto più perfetta quanto più è negativa.

Si tratta insomma dell’agire profondo e condizionante di quell’Identità negativa, la quale però, in maniera estremamente scaltra, nello stesso momento in cui agisce (e produce anche frutti perversi), pone la più grande cura possibile nell’occultare la natura del proprio agire.

E quindi pone la massima cura possibile nel farlo apparire come l’esatto contrario di ciò che davvero è.

 

Dunque, una volta giunti a questo punto, non rimarrebbe altro che attendere al compito di descrivere in maniera estremamente concreta le forme nelle quali tutto ciò si manifesta.

E più particolarmente ciò dovrebbe avvenire per mezzo di una vera e propria aneddotica tratta dal quotidiano. Tale aneddotica, infatti, in quanto intessuta di evidente assolutamente inoppugnabili, ha molta più forza di qualunque discorso astratto nel mostrare che la vita civile di Napoli è nei fatti l’illegalità stessa eretta a sistema.

Ebbene, proprio questo fu ciò che io feci nello scritto originario da me già menzionato nel primo articolo di questa serie (Napoli come problema metafisico).

Tuttavia non vi è qui assolutamente lo spazio per esporre un’aneddotica che è di per sé vastissima. E del resto in fondo non ve ne è nemmeno bisogno. Dato che questo materiale è immediatamente accessibile ad ognuno di noi non appena usciamo di casa. A patto però di essere disposti davvero a vedere ciò che comunque c’è da vedere.

Per tali motivi mi limiterò in questa sede solo a menzionare alcuni tra i fatti specifici che possono venire messi in luce da una siffatta aneddotica. E lo farò peraltro senza nemmeno entrare troppo nei dettagli.

Nel Dicembredel 2004 lo Stato decideva finalmente di prendere l’iniziativa per interrompere la guerra di Camorra allora in corso. E così esso invase militarmente le Vele di Scampia. Luoghi molto prossimi a quello in cui io lavoravo.

Quale fu la reazione della gente, ossia dei Napoletani che si sarebbero dovuti sentire salvaguardati e liberati da questo atto dello Stato? Ostilità, resistenza ed anche sfacciata spavalderia che apertamente sfida. Può esservi prova migliore e maggiore di questa che il Napoletano si sente in primo luogo Figlio dell’Oscuro Signore?

Sempre nel Dicembre del 2004 in una radio privata napoletana veniva lanciato un appello ai cittadini per fare qualcosa contro la vergogna delle ganasce, ossia l’atto per mezzo del quale lo Stato garantisce che non avvenga quell’occupazione privata dello spazio che sottrae violentemente agli altri il godimento di un del tutto pari diritto.

Nel Settembre del 2005 un mio conoscente veniva picchiato e ridotto quasi in fin di vita dal proprietario di una moto parcheggiata sul marciapiedi, al quale egli aveva osato chiedere di rimuoverla perché potesse passare sua moglie con il passeggino.

Nell’Ottobre del 2005 potetti osservare con i miei occhi i giovani rampolli dei Figli del Vulcano darsi alla raccolta frenetica di frutti di ippocastano (da loro appetiti erroneamente come succulente castagne) in un parco pubblico di una località collinare della lontana provincia campana.

La determinazione dei soggetti a raccogliere fino all’ultimo frutto, in un vero e proprio allegro e furioso saccheggio, era qualcosa di davvero impressionante.

Ma quale fu la loro sorpresa quando uno del luogo spiegò loro che quei frutti non erano commestibili! All’inizio – abituati come sono dalla nascita all’evidenza dei trucchi ingannevoli da tutti messi in atto scientemente –, essi ignorarono totalmente l’uomo, continuando così imperterriti il loro saccheggio. Ma poi un dubbio finì per insinuarsi comunque nelle loro menti. E bisognava proprio vedere le loro facce nel mentre svuotavano il numero già enorme di buste di plastica che intanto avevano riempito!

Praticamente ogni santo giorno. Il solito automobilista (sempre lo stesso) – redarguito per aver parcheggiato per l’ennesima volta la sua auto in un luogo che non solo si trova fuori delle aree adibite a parcheggio ma anche ostruisce pesantemente l’accesso ad un cortile chiuso nel quale si trovano box di parcheggio –, protesta veemente, indicibilmente sdegnato ed inoltre deciso a non ottemperare in alcun modo all’invito rivoltogli. Ma significativa non è la violenza di tale indignazione, e nemmeno l’atto stesso. Lo è invece l’argomento che egli oppone: – «Noi abbiamo bisogno di quel posto macchina…».

Egli insomma ha creato con la sua pura volontà un posto macchina che non esiste, ed inoltre ne ha concesso l’uso a chiunque (noi) intendesse farlo.

Ecco l’illegalità che, totalmente convinta della giustezza di ciò che fa, si sostituisce in maniera totale alla legalità.

Tuttavia gli episodi che ho raccontato chiamano in causa solo i cittadini stessi. A volte però accade che addirittura alcuni esponenti delle forze dell’ordine si rendano di fatto complici diretti e perfino attivi di comportamenti illegali. Ma naturalmente su episodi come questo non potrò soffermarmi.

Ora, cercando di giungere alle definitive conclusioni circa questo tema, cosa si può ancora dire?

Ebbene, per fare questo, bisogna a mio avviso fare una serie di passi indietro riprendendo così in mano alcuni degli aspetti che ho discusso negli antecedenti articoli.

Il primo aspetto è quello del significato profondo che ha l’«essere-napoletani».

Una volta indagato per davvero e poi colto questo significato, esso si rivela essere una vera e propria «malattia dello spirito»; ed in particolare una malattia etica. Ecco allora che la fisiologia appare avere per definizione pochissimo (se non nulla) a che fare con questo. Ma sta di fatto che storiografia e sociologia sono (almeno in una certa misura) sempre indagini sulla fisiologia di un corpo razziale e sociale. Esse quindi sono sempre e per definizione insufficienti a cogliere il vero oggetto; che in questo caso è proprio la profonda malattia dello spirito dei Napoletani.

Ebbene, del sussistere effettivi di una siffatta malattia dello spirito, possono darci la misura solo profondissime (e non a caso metafisiche) riflessioni come quelle di Goethe. 5

Si tratta in particolare del seguito di quel suo discorso che reca al centro la famosissima affermazione (da me menzionata letteralmente nel primo articolo) secondo la quale l’identità napoletana sta naturalmente a metà tra eudaimonia e vera e propria demonicità.

Indagando più a fondo tale realtà Goethe giunge alla conclusione che qui è in atto un vero e proprio ordinario stato di possessione. Infatti il costante restare degli esseri umani al cospetto dell’inferno vulcanico (vulkanische Hölle), nel mentre però intanto si soggiorna in un vero e proprio Paradiso del mondo (Paradiesen der Welt), non può fare altro che sgomentare e rendere folli coloro che intanto di tutto ciò godono (Genießenden aufschreckt und irremacht).

Lo stato psico-spirituale che viene ad ingenerarsi è quindi inevitabilmente quello di un’oscura ed inquietante dimenticanza di sé stesso, che però intanto è letteralmente ebbra, ossia estatica e quindi terribilmente seducente (einer Art von trunkner Selbstvergessenheit).

Ed inoltre il presentarsi di questo stato rende impossibile sottrarsi alla follia verso la quale esso spinge (...«Entweder du warst schon toll, oder du bist es jetzt»).

Proprio per tutto questo, secondo Goethe, il Napoletano soggiace così profondamente al fascino della terra in cui vive, che gli risulta praticamente impossibile separarsene.

Ebbene, ma di cosa mai si parla qui se non dello stato indotto dall’orgia dionisiaca?

Del resto proprio quest’ultimo – in forza del vero significato che ha il termine orgia in relazione a sua volta appunto con ergon (agire)6– ci rinvia direttamente ed esattamente ad un agire destorificato, che è poi sempre anche un “essere agito”, ossia un agire sotto l’effetto della possessione.

Possiamo allora facilmente vedere come il fenomeno rappresentato dal volontario e costante porsi del Napoletano fuori del flusso della Storia (La Capria) può trovare solo qui la sua più piena spiegazione.

In altre parole devo dire che in pochissime e nettissime pennellate poetico-contemplative Goethe disse tanto tempo fa quello che io (in questi articoli) sto ora sforzandomi di esprimere in un vero e proprio fiume di parole e concetti.

Egli infatti descrive esattamente il nucleo stesso di tutto ciò che io ho detto finora: – il Napoletano «è» ed «agisce» sempre solo e soltanto sotto l’influsso di un incanto misterioso e profondo, che poi lo induce ad un comportamento che sta sempre in bilico tra buono e cattivo, tra bello e brutto, tra nobile e spregevole, tra morale ed immorale. E non è che qui i due termini opposti esprimano un’alternanza.

Essi esprimono invece solo una sintesi di simultanee presenze, che può configurare sempre solo una profondissima e pericolosissima ambiguità.

Dunque qui troviamo anche le radici stesse della teatralità napoletana – radici che pertanto non sono solo stupefacenti (nella loro ostinata spettacolarizzazione di cose estremamente serie) ma sono anche letteralmente inquietanti. E naturalmente è solo in questo contesto che si spiegano tutti i fenomeni ed i fatti connessi alla così profonda propensione del Napoletano all’illegalità.

Altrettanto naturalmente ed ovviamente siamo poi qui al diretto cospetto di quelli che finora ho sentito l’esigenza di definire come Figli del Vulcano.

Evidente non vi è altro modo di definire i Napoletani, allorquando (come fece Goethe) ci si espone per davvero alla contemplazione della così tanto profonda Essenza che li fa essere esattamente come sono.

Che poi tale complessivo paradigma negativo – corrispondente di fatto alla doppia figura di un Demone che ama presentarsi nelle vesti così simpatiche e seduttive dello scaltro per eccellenza – abbia trovato il suo possente avvaloramento in ben altra forma di letteratura, questa è una cosa che a mio avviso non cambia assolutamente nulla nel giudizio che intanto siamo chiamati ad emettere su di esso.

Mi riferisco a quella vastissima e multiforme letteratura (estendentesi dai fescennini, a Plauto, e fino a Boccaccio) – per così dire satirica, ma che sarebbe meglio definire come compiaciuta delle bassezze portate allo scoperto dalla satira –, che a Napoli trovò un esponente di punta in Giambattista Basile.

E non mi sembra affatto un caso che costui sia oggi uno dei principali punti di riferimento culturali di quella Napoletanità compiaciuta di sé stessa, la quale ama basare le sue teorie su quella che viene definita come una solida quanto tipica tradizione letteraria napoletana.

Ebbene, per esprimere un giudizio severo su tutto ciò, credo che siano molto adatte le parole con le quali Giordano Brunovolle condannare la letteratura pedante: ‒ «Sappi certo, fratel mio, che questi son vere bestie». 7

Di costoro dunque egli deplorò l’ossessione con la quale, seguendo le regole d’Aristotele, riducono ed immiseriscono quanto c’è stato di alto nella poesia da Omero in poi, pretendendo così di sottomettere la poesia stessa ad una norma razionale.

Mentre invece, come dice il nolano «…la poesia non nasce da le regole, se non per leggerissimo accidente; ma le regole derivano de le poesie».

Di certo la letteratura pedante non è la stessa cosa della letteratura satirica che ho appena menzionato. Certo è però che molto simile è l’ambizione ad esprimere scherzosamente quella che si vorrebbe sia un’effettiva grandezza, ma solo nella forma di imitazione della vera grandezza.

E con questo direi che la trattazione del tema può essere considerata chiusa.

 

 

 

Note

 

1 Giambattista Vico, La Scienza Nuova, Rizzoli, Milano 1977, I, IV p. 238-248.

2 Simone Weil, La prima radice, SE, Milano 1990, p. 95-167.

3 Stefan Zweig, Brasil um país do futuro. L & PM Porto Alegre 2006.

4 Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani Milano, 2008, II, 9-10 p. 49-57, III, 11 p. 58-66.

5 Wolfgang Goethe, Italienische Reise, Beck, München, 2007, p. 171, 189, 207, 216.

6 Paolo Scarpi, Introduzione, in: Paolo Scarpi (a cura di), Le religioni dei misteri, Mondadori, Milano 2007, p. XV-XVI.

7 Giordano Bruno, Gli eroici furori, Rizzoli, Milano 2006, I, Dial. I p. 93.

 

 

 

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