Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Le strutture dell’Identità napoletana. L’«antico» persistente

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Dopo aver trattato in successione della dimensione metafisica di Napoli, della sua sostanza o anche Identità, delle forme letterarie che la esprimono ed infine dei tipi antropologici emblematici di quest’ultima, dobbiamo ora gettare uno sguardo anche sulle forme esteriori estremamente ampie ed anche astratte nelle quali tutto questo trova obiettivazione.

Tratterò quindi da ora in poi di alcuni tra i fenomeni di questo genere, nei quali si può ritrovare piuttosto fedelmente una buona parte dell’identità napoletana: – l’«antico» persistente, la «città divisa», il dominio della famiglia e delle conventicole, l’illegalità eretta a sistema, l’«essere riconosciuti» come dovere.

Si tratta come si può vedere di fenomenologie più che di fenomeni veri e propri. Ci troviamo quindi così di fronte ad entità la cui stessa denominazione è puramente deduttiva; e quindi essa designa entità per definizione astratte.

Eppure tali fenomenologie includono comunque fenomeni, e quindi veri e propri fatti, ossia evidenze fattuali e concrete. E pertanto tali forme possono bene venir considerate come contenitori (astratti) dei fatti che effettivamente accadono a Napoli, e che peraltro anche la caratterizzano.

Siamo insomma di fronte a veri e propri «portatori» astratti dell’identità partenopea. Inoltre, trovandoci ora di fronte a delle vere e proprie «strutture», ossia entità fenomenologiche totalmente impersonali – rappresentate da ampie dimensioni sociali (l’antico), da forme strutturali della città (la città divisa), da forme di aggregazione sociali con i relativi atti collettivi (le conventicole e l’essere riconosciuti) – noi ci troviamo qui ben oltre la meno complessa dimensione dei tipi antropologici.

 

E tuttavia avremo poi modo di vedere che, sebbene qui non vi siano più dei tipi antropologico-sociali, è comunque riconoscibile (sebbene alla lontana) almeno la presenza di qualcosa di simile a dei tipi antropologico-civili. Ebbene questi ultimi possono essere considerati proprio le strutture civili stesse nella loro tipicità.

Infine va a tutto ciò aggiunto che, nel corso dell’esame di queste specifiche forme civico-sociali, noi potremo costatare il costante verificarsi di un fenomeno di totale repressione della spontaneità vitale del corpo sociale implicato nelle strutture esaminate.

E questo pone quindi in primo piano il fenomeno davvero sconvolgente di una realtà corporea che è nei fatti non è assolutamente vitale, e soprattutto non vuole esserlo. Essa è infatti totalmente imbalsamata nella costante osservanza, cieca ed ossessiva di copioni rituali che sostituiscono completamente i comportamenti spontanei.

Inizierò pertanto dal primo di questi aspetti, e cioè quello dell’«antico» persistente.

Ebbene questo aspetto ha costituito il nucleo stesso di quella tesi critica di La Capria1 nella quale si sosteneva che Napoli è ciò che è (come identità) proprio in quanto essa si ostina tenacemente a restare fuori della storia. Nel difendere questa tesi, lo scrittore si fa quindi protagonista di una presa di posizione sostanzialmente storico-sociologica.

Egli motiva infatti l’attaccamento di Napoli all’antico, con il volontario voler essa restare legata alla mitologia di sé stessa. Mitologia che si presenta quindi come meta-storica per definizione. Essa insomma mira espressamente a trascendere la storia.

Ora, non vi è dubbio che questa tesi è stata ed è molto lodevole. In primo luogo perché essa ha finalmente sollevato il velo su un fenomeno che per definizione era invece destinato a restare nascosto. Infatti non vi è più alcuna mitologia, qualora i suoi intenti effettivi (e quindi nudamente pragmatici) vengono portati allo scoperto e così smascherati.

Tuttavia, proprio per il fatto che essa si sofferma esclusivamente sulla dimensione storico-sociologica, tale tesi finisce per mancare il vero bersaglio di quella che dovrebbe essere una riflessione sulla relazione tra Napoli e la Storia.

La verità è infatti che noi non cogliamo questa relazione se non comprendiamo prima qual è effettivamente il concetto di «storia» che entro tale relazione viene allo scoperto.

Ebbene io inclino a ritenere che tale concetto è a Napoli deteriore (e quindi falsificante) proprio in quanto questa città resta attaccata all’«antico» in maniera radicalmente diversa da come dovrebbe invece idealmente esserlo.

La mia tesi è insomma che l’attaccamento all’«antico» non è in sé affatto deteriore, e che quindi il restare impermeabile alla Storia, da parte di Napoli, non è affatto in sé un vizio. Anzi tutt’altro. Deteriore e vizioso è semmai il modo specifico in cui ciò avviene. Ed è dunque questo fenomeno che noi dobbiamo in primo luogo illuminare.

Della serie di questioni che si pongono rispetto al possibile valore del Passato, io ho trattato molto diffusamente in uno scritto specifico che però (per la sua grande estensione) non è stato mai pubblicato.2

Qui sostenni che il valore del Passato viene effettivamente onorato solo allorquando il Presente si pone come il luogo in cui Passato e Futuro possono trovare la loro armonizzazione il più possibilmente perfetta.

E ciò implica una serie di ben precise conseguenze filosofico- ed etico-politiche. In primo luogo in tal modo il Presente cessa infatti di costituire un valore in sé, e quindi un valore assoluto. Ma ciò vale poi allo stesso modo anche per il Futuro stesso. E così tanto il Presente quanto il Futuro non vengono più di fatto affermati come valori di riferimento. Pertanto l’unico valore di riferimento resta il solo Passato.

Ed è quindi proprio a quest’ultimo che ci si riferisce nell’atto fondamentale di riannodare il filo del tempo, tra Passato e Futuro, nel contesto del Presente. In tal modo, dunque, il legame tra Presente e Passato si manifesta nella forma di un vero e proprio cordone ombelicale che non solo non viene mai rescisso, ma viene anche preservato e onorato.

Orbene, la negazione di un valore sia al Presente che al Futuro implica necessariamente la mancata attribuzione di valore alla Storia stessa, almeno al modo in cui essa è stata intesa da Hegel e Marx in poi; e cioè come quella Forza protesa costantemente in avanti, che procede inesorabilmente trascinando con sé uomini e cose.

Questo è comunque un concetto tipicamente moderno della Storia come ente e come valore. Il concetto antico affermava invece l’esatto opposto, e cioè identificava la Storia unicamente con il Passato (inteso a sua volta come valore).3

Se dunque ci atteniamo a tale concetto, la Storia può non cessare di costituire un valore nemmeno nel momento in cui si attribuisce valore al solo Passato, e non più invece a Presente e Futuro.

Tale presa di posizione però non implica in alcun modo il mancato riconoscimento al Presente della dignità (e relativo valore) di luogo attivo di cruciale importanza.

Quest’ultimo invece viene semmai considerato proprio come il luogo nel quale il Passato non solo trova il riconoscimento del valore che ad esso spetta, ma nello stesso tempo viene anche (attivamente) preso a modello per la costruzione (attiva) di un Futuro. Va da sé che in tal modo il Passato può restare nel proprio valore solo se esso viene costantemente (anzi incessantemente) attualizzato in direzione del Futuro.

Il suo persistere è quindi quello di un modello, e non invece di un effettivo ente. Della naturale morte di quest’ultimo si prende pertanto debitamente atto.

Nel mentre però intanto si lascia che il Passato come modello continui ad esistere e soprattutto ad agire. Ecco allora che, in tal modo, nel Presente noi non ritroveremo mai il Passato, come un morto ed ormai corrotto fantasma che si pretenda di fare continuare a vivere – e per la precisione esattamente così com’esso è sempre stato fin dall’inizio.

Ebbene, è però esattamente questo che accade nel contesto del porsi ostinato di Napoli fuori dalla storia. Napoli insomma non attualizza affatto il Passato, non lo lascia affatto continuare a vivere come un’entità dinamica e viva.

Essa pretende invece che il corrotto cadavere in sé continui a sussistere nel Presente. E pretende inoltre anche inflessibilmente che esso venga onorato esattamente così com’è. Essa insomma si rifiuta categoricamente di ammettere l’evidenza non solo dei segni ripugnanti della corruzione, ma anche del fatale quanto raccapricciante rigurgitare e rivivere in essi di tutte le antiche indegnità e colpe.

Abbiamo così davanti a noi esattamente quella retorica pro-partenopea ad oltranza nella quale finora ci siamo molto spesso imbattuti. Ma quanto più conta è che in tal modo risulta chiaro che il fatto primario non è che Napoli si opponga alla storia.

Non a caso essa lo fa sono in relazione ad un determinato concetto di storia – quello moderno, che è presentista ed insieme futurista (cioè sostanzialmente rivoluzionario). Ed è esattamente questo il concetto Storia quale valore incondizionato, che sta al centro della tesi di La Capria.

Il fatto primario è invece che Napoli si oppone solo ad un davvero sano e corretto concetto di Storia – e cioè quello in cui la storia stessa viene fatta equivalere al Passato come valore.

Qui insomma la storia non è un valore per il fatto di essere protesa costantemente verso il Futuro. Ma lo è invece solo perché essa è costantemente impegnata a recuperare il Passato nel Presente. E dunque proprio così Napoli alla fine soprattutto tradisce e corrompe il più pregevole concetto della Storia come ente e come valore.

Le cose stanno insomma in maniera sensibilmente diversa da come esse vengono prospettata da La Capria.

Ma è evidente che la differenza tra le due visioni dipende strettamente dall’agire o meno in esse di una prospettiva di pensiero che prenda a proprio riferimento la dimensione storico-sociologica. La visione che ho appena esposto non lo fa per nulla. E non lo fa esattamente perché essa si pone come una riflessione rigorosamente metafisica su Napoli.

Proprio per questo, dunque, essa risulta in grado di discernere tra un avvaloramento sano ed insano del Passato, e quindi tra un sano ed insano porsi fuori dalla storia. Ciò risulta invece impossibile se si impiega solo una concezione in cui la storia è considerata come l’unica forza propulsiva che costituisca una società degna di questo nome.

Diversamente da La Capria, dunque, io sono propenso a credere che, qualora lo sfuggire alla storia fosse davvero sano, Napoli costituirebbe semmai per davvero un esempio per il mondo.

E ciò avverrebbe precisamente nel senso dello sguardo costantemente rivolto al Passato (inteso come modello) – e non invece appena perso costantemente nel solo Presente, o invece costantemente polarizzato dal solo Futuro.

A mio avviso, infatti, il mondo attuale sta andando in rovina proprio perché esso permane in questi due ultimi atteggiamenti.

Ed allora, se Napoli per davvero si opponesse a tutto questo, essa costituirebbe per il mondo un esempio, e lo farebbe esattamente sul piano di un’identità definita in maniera primariamente metafisica. In questo modo allora la sua identità cesserebbe totalmente di essere negativa proprio nella sua ostinata tendenza a restare sempre solo sé stessa.

Le cose però non stanno affatto così. Infatti ciò che a Napoli si cerca costantemente di fare, è semmai di rendere possibile la costante imbalsamazione del Presente in un Passato che è però solo mera e corrotta persistenza di ciò che era ma non è più, e nemmeno potrebbe essere più.

Quindi si tratta in tal modo piuttosto della recisione di quel cordone ombelicale che dovrebbe esistere tra Passato e Presente.

Ed il peggio è che tale recisione avviene proprio nel Presente. Il Presente diviene pertanto esso stesso un luogo di azione negativo, invece che positivo. In questo caso il Presente pretende quindi di essere un Passato che persiste solo come graveolente e ripugnante spoglia mortale. Si tratta insomma dell’agire di una vera e propria insana necrofilia.

E non vi è quindi nulla da meravigliarsi che il così tenace tendere proprio a questo, configuri costantemente un vero e proprio isolamento stagno della realtà attuale napoletana nei confronti di qualunque possibile influsso benefico.

La coltivazione del valore del Passato (così come l’ho prima illustrata) comporta infatti tutt’altro che il chiudere ermeticamente ogni via all’accesso di possibili influssi positivi che vengano dal Presente nella forma di vasto mondo circostante.

Ma è esattamente a questo che il culto autarchico di Napoli come valore si rifiuta categoricamente di acconsentire. La sua tesi è infatti che Napoli ha già tutto, e quindi non ha bisogno assolutamente di nulla. Dunque quella Napoli che (come dice La Capria) sembra isolata dal mondo, così come lo è dalla storia, non è affatto quello che sembra nel contesto di tale presa di posizione. Essa appare infatti semmai restare abbarbicata ad un Presente-Passato esclusivamente mortuario.

Questa Napoli, insomma, persa com’è in quest’onirismo insano e necrofilo, non è di fatto in condizione di ricevere alcun influsso benefico – da qualunque dimensione del tempo esso provenga, che sia dal Presente, dal Passato o dal Futuro.

Il male napoletano non è quindi affatto il suo porsi al di fuori del presunto flusso per definizione benefico del cosiddetto «Progresso», ma è invece ben altro.

È infatti sostanzialmente l’inibizione della continuità; e cioè nel senso dell'inibizione dello spiazzamento in valore di ciò che oggi sussiste da parte di qualcosa che non è affatto il mero Passato, ma è invece ciò che dà origine al tempo stesso così come allo spazio.

E con ciò parliamo dell’Origine trascendente stessa, ossia del Passato nella sua più alta formulazione. Anche in questo, allora, il male di Napoli va visto nella sua dimensione metafisica, e non invece appena storico-sociologica.

Esso consiste cioè addirittura nell’atto di segregarsi dall’Origine trascendente stessa – la quale continua a far sentire l’effetto della propria azione esattamente per mezzo di quella costante continuità tra Passato e Presente che abbiamo visto prima.

Ma questo non è un fenomeno solo astratto. Nel rescindersi dall’azione dell’Origine, Napoli infatti finisce per rescindersi da quell’Alto nel quale risiede poi l’Essenza più positiva della sua stessa Identità – ossia quella che potremmo considerare come la «napoli ideale» o anche «napoli celeste», e cioè quella città ideale che sempre si sovrappone dall’alto alla città reale (costituendone così anche il modello).4

Napoli, infatti – nel suo ostinarsi a mantenere in piedi non una staticità (che è in sé semmai solo un valore) ma piuttosto una ripugnante rigidità cadaverica –, impedisce con ciò la dilatazione del proprio essere non solo nel senso dell’orizzontalità, e quindi dello spazio-tempo (ovvero del divenire), ma anche nel senso della stessa verticalità.

Essa cioè impedisce il risalire continuo del suo proprio essere lungo un percorso che procedendo orizzontalmente a ritroso perviene infine al culmine stesso della prospettiva verticale, ossia appunto all’Origine.

E tutto questo ricollega poi inscindibilmente la tesi centrale del suo mito auto-referenziale ed autarchico – cioè la tesi secondo la quale quello che è in realtà appena il puntolino insignificante di una geografia infinita (Napoli ed ancor più il suo cuore, la «città-cartolina»), sarebbe invece addirittura l’intero universo stesso – con l’agire costante ed inflessibile di un invariabile copione dei comportamenti (canovaccio teatrale) in qualunque sua manifestazione.

L’intima associazione tra questi due fenomeni si spiega allora perfettamente proprio sul piano del vero senso dell’attaccamento di Napoli al Passato e del suo ostinato collocarsi fuori della storia. Ecco allora che il così soffocante copione costantemente in atto si rivela essere la stessa identica cosa di quel Morto ormai decomposto, che però (follemente) a Napoli si pretende di mantenere in vita a qualunque costo.

E questo decisamente fa dell’eterna pantomima napoletana qualcosa di folle, delirante, perverso e perfino anche raccapricciante. È evidente che dietro tutto questo può esservi solo l’incanto ingannevole e maligno dell’Oscuro Signore.

E quindi, in questo loro così forzoso essere patetici ed insieme tragici, i Napoletani appaiono essere davvero vittime di sé stessi. Il che è poi ancora più vero se esaminiamo anche l’aspetto psicologico collettivo di tutto questo. Infatti, essendo esso stesso il Morto per definizione, il copione non può non segregare il comportamento generale dalla vita, e quindi da tutto ciò che per definizione è imprevedibile, e precisamente nel senso dell’illimitata ampiezza, ossia dell’ampio respiro.

È esattamente in questo senso che – in maniera negativa e distruttiva, cioè auto-lesionista – a Napoli viene inflessibilmente interdetta e repressa qualunque forma di spontaneità. Ecco che allora noi vediamo in essa esclusivamente l’agire di comportamentali pre-costituiti e quindi rientranti solo in una ristretta gamma: ‒ lo scaltro, il cinico, il disincantato, l’auto-soddisfatto, l'allegro ad oltranza. Ecco insomma il costante e fatale emergere dei «tipi».

È pertanto in questo esatto senso che il copione stesso rinuncia auto-distruttivamente all’ampiezza per accontentarsi appena di un suo segmento puntiforme che è poi fatalmente del tutto irrilevante. È un segmento di essere individuale ed è anche un segmento di mondo. E ad entrambi vengono così attribuiti un senso e valore che non corrispondono in nessun modo alla realtà, e pertanto non hanno la benché minima giustificazione.

Eccoci insomma di nuovo di fronte al così fondamentale insano delirio onirico del Napoletano. Altro che città che è «la più bella del mondo»! E altro che «il Popolo migliore del mondo»! Dovrebbero quindi attenersi a questo, quegli osservatori stranieri (in verità in pectore totalmente disinteressati a Napoli) i quali dichiarano così facilmente il loro «amore eterno» a Napoli! Evidentemente lo fanno senza nemmeno sapere quello che dicono. Il che è poi anche ovvio, dato che non sono nati qui.

Ovviamente allora anche l’attaccamento al Passato ormai morto costituisce i termini di un Presente che è anch’esso isolato nel senso appena illustrato. Anche il Presente insomma rinuncia per partito preso all’ampiezza, e così si condanna a morte e rinsecchimento.

Ed abbiamo già visto che ciò comporta poi un suo tragico segregarsi dal Trascendente stesso, e quindi anche dall’ampiezza quale campo di piena ed autentica valenza spirituale degli atti. Infatti raggiungono la sottigliezza della spiritualità solo quegli atti che non si chiudono nella loro auto-giustificazione, divenendo così fine a sé stessi e pertanto appena copionali e privi di vita.

La sottigliezza della spiritualità degli atti presuppone infatti (indispensabilmente) quell’antecedente campo, in cui l’atto stesso si apre all’ampiezza, rinuncia a sé stesso (specialmente nella forma della rinuncia al senso egocentrico del suo sussistere), perde i suoi così ristretti connotati, ed in tal modo si trasfigura nel crescere.

Ora però, trascurando anche quello che finora abbiamo costatato, poniamoci comunque per ipotesi dal punto di vista della tesi di La Capria – e cioè che Napoli sarebbe negativa in quanto essa si segrega dalla storia come «progresso», ossia come inarrestabile procedere verso il Futuro.

Ebbene, cosa accadrebbe se di colpo non fosse più così? E Napoli dunque si immergesse finalmente nel flusso della storia, ritrovando così anche il suo collegamento con il resto del mondo (uscendo in tal modo dal suo tradizionale isolamento mitico, autarchico ed auto-referenziale).

Ebbene, in base a quello che ho chiarito discutendo la basilare dimensione metafisica di Napoli, accadrebbe semplicemente che Napoli non sarebbe più Napoli. Essa insomma rinuncerebbe per davvero per sempre a sé stessa.

Dunque, una volta costatato questo, ci si deve chiedere se davvero il gioco vale la candela. Insomma vale davvero la pena che Napoli perda la sua identità in questo suo ipotetico ricollegarsi alla Storia come valore? Oppure invece è semmai necessario che essa perda l’insania che è così propria identità, ossia il suo porsi fuori della storia in maniera soltanto morbosa e perversa?

A mio avviso non vi è alcun dubbio che vale la pena di porsi solo nella seconda, e non invece nella prima, prospettiva.

A proposito, però, di una prospettiva come quella che io ritengo la più valida, c’è da constatare che essa nasce dalla lettura metafisica di Napoli, e quindi resta poi anche nel pieno di una dimensione metafisica della possibile soluzione alla «questione Napoli».

Essa insomma si pone volontariamente al di fuori di qualunque effettiva prospettiva storico-sociologica di cambiamento. Essa insomma ammette realmente che in qualche modo Napoli possa e debba restare sé stessa nel continuare a porsi fuori dalla storia.

È evidente che in tale ottica la soluzione al problema di Napoli non consiste affatto nella sua trasformazione in una moderna città «normale» (come si usa dire), secondo i criteri che dettano le forme di tale normalità.

Essa non consiste insomma affatto nel nostro scrollarci finalmente di dosso tutte le forme di un «antico» che in questa città effettivamente vengono vissute ancora oggi in pieno e quotidianamente. Non è insomma in questo che si dovrebbe vedere la deteriorità di Napoli. Anzi al contrario!

Ciò significa comunque che la prospettiva che io suggerisco impone inevitabilmente delle rinunce. Implica cioè in primo luogo la rinuncia al tradursi del discorso riformatore sul piano di quella visione politica che da molto tempo è quella dominante, e cioè quella nello stesso tempo progressista ed anche pragmatistica. Non a caso è ben prevedibile che proprio questa visione ritenga la lettura metafisica di Napoli magari anche affascinante ma comunque del tutto priva di ricadute concrete e pratiche.

Ebbene io non intendo negare che possa essere davvero così. Io non posso infatti proporre una lettura metafisica di Napoli e poi nascondere che la soluzione al relativo problema resta prevalentemente sul piano dell’Utopia.

Oggi come oggi è infatti utopico senz’altro il suggerire che una città possa e addirittura debba riformare la propria propensione a vivere nel passato solo perché questa si manifesti ancora più pienamente. Quello che io suggerisco ed auspico è infatti effettivamente che Napoli ritrovi finalmente quella forma virtuosa del vivere nel passato che io ho conosciuto realmente nella mia infanzia, e della quale conosco dunque benissimo le forme.

Quello che io propongo è insomma che Napoli riscatti sé stessa proprio nell’indicare in sé tessa al mondo come modello esattamente questo stile di vita; ma ovviamente solo nella sua forma virtuosa.

Ma per essere più precisi quella qui in causa è un’Utopia che è politica in primo luogo in quanto si pone in maniera radicalmente etica. Ed il suo dissidio con la politica eminentemente pratica (ossia pragmatistica) è proprio in tal modo davvero stridente.

Tuttavia il carattere primario di quest’ultima è la sua espressa e volontaria lontananza da qualunque integrale preoccupazione etica. E questo mi sembra il fattore più importante al quale guardare nel tentare di dirimere tra il valore dell’una e dell’altra visione, qui decisamente schierate su fronti decisamente opposti. Insomma è estremamente opinabile che la visione storicistica, progressista e politico-pragmatica sia quella più realistica nel tentare di riformare Napoli.

Ma si può pensare che essa ne sia nei fatti davvero capace di questo, vista la così immensa rilevanza che la questione etica ha nel contesto dell’identità e sostanza negative di Napoli?

A me sembra allora che la risposta a questa domanda non possa che essere negativa.

È dunque su questa base esplicativa e riflessiva, che noi possiamo ora passare all’esame del problema dell’«antico» di Napoli, mantenendoci intanto in diretta connessione con le prospettive politiche della sua soluzione.

 

 

 

Note

1 Raffaele La Capria, L’armonia perduta, in: Silvio Perrella (a cura di), Raffaele La Capria. Opere, Mondadori, Milano 2003, p. 639-645, 676-678, 678-738.

2 Questo scritto viene presentato nel blog cieloeterra al seguente link: < https://cieloeterra.wordpress.com/2012/10/16/il-conservatorismo-integrale-la-possibilita-di-una-politica-sacrale-e-di-una-sacralita-politica/>

3 Leo Strauss, Gerusalemme e Atene, Einaudi, Torino 1998, p. 86-119.

4 Itali Calvino, Le città invisibili, Milano, Mondadori 2016; Alberto Manguel & Gianni Guadalupi , Dicionario de lugares imaginarios, Companhia das Letras, São Paulo 2005.

 

 

 

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