I mille portoni chiusi dal 1799 in faccia ai borbone tirannici

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Nella memoria del 1799 balzano, doverosamente, i grandi protagonisti, i Martiri di Piazza Mercato e gli effetti di odio che si ebbero nelle famiglie delle vittime nei confronti dei borbone assassini.

Emblematicamente si sceglie il portone di Palazzo Serra di Cassano, che guardava verso il Palazzo Reale e che dal 20 agosto 1799 fu chiuso e tale resta.

Ma accanto ai Grandi Martiri  noti ci furono migliaia di altri Martiri locali (tra cui anche Donne repubblicane), vittime dell’avanzata degli stranieri anticattolici, marinai e militari inglesi anglicani, anzitutto dell’infame Nelson, militari ortodossi russi dello zar, militari islamici turchi del sultano, delle masnade di assassini, di briganti, di fanatici cattolico-clericali, di governatori e guardie feudali, che tremavano alla prospettiva concreta e vicina, alla quale stava lavorando la Repubblica Napoletana del 1799, dell’abolizione del secolare regime feudale dell’arbitrio e dell’oppressione locale millenari.

L’imprevedibile destino storico della ricostituzione della coalizione monarchico-assolutista clericale, guidata dall’eterna nemica dell’Italia, l’Austria, costrinse poi le truppe repubblicane francesi a tornare verso il Nord, indebolendo l’eroica resistenza delle generose e indimenticabili truppe repubblicane napoletane contro i veri stranieri esterni e interni.

La Repubblica Napoletana del 1799 libera, democratica, non solo fu profondamente rispettosa della religione cattolica, ma fu in mano sostanzialmente ai cattolici illuminati, aperti, liberali e democratici, a partire dai membri del Governo alle più alte cariche della Chiesa cattolica, come l’Arcivescovo di Napoli (che scomunicò il sanguinario cardinale Ruffo) e con san Gennaro protettore della Repubblica.

 

Molti Martiri Repubblicani del 1799 furono ecclesiastici, a partire dal vescovo di Vico Equense Michele Natale.

Ai saccheggiatori crudeli, specialmente calabresi, dopo il tradimento e la vergogna dei patti non rispettati, si aggiunsero i lazzari nella capitale e nei paesi vicini, che giunsero al cannibalismo ed alle infamie più indicibili (anche verso le Donne).

A questa ondata di delitti e di infamie, seguirono le deportazioni, gli esili in Francia e la messa in carcere di quelli che avevano aderito con sincerità alla Repubblica, che spesso non avevano nemmeno gli abiti nelle carceri locali feudali, aduse da secoli all’arbitrio, all’umiliazione, alla tortura, senza nessuna, nessuna garanzia giuridica.

Il numero dei ‘rei di stato’ fu inimmaginabile nei mille Comuni meridionali e la distruzione scientifica borbonica, con una specifica legge, di qualsiasi documentazione relativa ai mesi della Repubblica, impedisce di cogliere in tutta la sua enormità sia il livello delle adesioni in appena sei mesi (altro che ‘rivoluzione passiva’), sia il livello delle infamie e delle persecuzioni inflette.

Ma nessuna persecuzione, nessuna distruzione capillare poterono impedire, famiglia per famiglia, di perdere la memoria di quegli eventi, di quelle persecuzioni, di quelle infamie, di quei dolori che le avevano toccate e fu trasmessa oralmente da padre in figlio e nei nipoti.

E fu essa, quella immensa memoria, furono quei mille portoni chiusi a Napoli e in tutto il Mezzogiorno contro i borbone, che permisero la venuta nel 1806 di Giuseppe Bonaparte e dell’inizio del decennio così importante per la prima trasformazione moderna di Napoli e del Mezzogiorno (1806-1815), a partire dalla memorabile abolizione del regime feudale con la legge del 2 agosto 1806, che la Repubblica napoletana del 1799 aveva posto come uno dei suoi primi grandi obiettivi.

Fu quella immensa memoria, che si trametteva da padre in figlio e nei nipoti, furono quei mille portoni chiusi in faccia ai borbone, che alimentarono l’opposizione liberale antiborbonica, quando vi fu il ritorno del regime monarchico assoluto e clericale nel 1815 con la diffusione capillare della Carboneria.

Fu quella immensa memoria, furono quei mille portoni chiusi contro i borboni, che fu alla base del moto liberale e costituzionale del 1820.

Fu quella immensa memoria orale, tramessa da padre in figlio e nipoti, accresciuta dal tradimento e dalla repressione borbonica del 1821, furono quei mille portoni chiusi in faccia ai borbone, ad alimentare l’incessante, tenace, diffusa opposizione liberale antiborbonica negli anni bui fino al 1848, quando vi fu l’esplosione, come in tutta Europa, del moto liberale e costituzionale.

Fu quella immensa memoria orale, accresciuta dal nuovo tradimento, dagli eccidi borbonici del 15 maggio 1848 e del bombardamento sulla popolazione civile di Messina (per cui Ferdinando II fu chiamato ‘re bomba’), dalla repressione sanguinaria, poliziesca, clericale, che portò nelle carceri e negli ergastoli (es. l’isolotto di Santo Stefano presso Ventotene), scandali dell’Europa tutta, e all’esilio, tutta la più alta classe politica,  intellettuale, militare illuminata di Napoli e del Mezzogiorno.

In tanti scapparono a Torino divenuta per opera di Vittorio Emanuele II e di Cavour l’unico stato liberale e costituzionale della penisola, si pensi come esempio alle due grandi figure di Francesco De Sanctis e di Pasquale Stanislao Mancini, di cui ricorre questo anno il bicentenario della nascita ed ai quali è stato dedicato proprio a Napoli  lo scientifico, internazionale Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano nei giorni 25-26-27 ottobre.

Fu questa immensa memoria orale, che agevolò la liberazione del Mezzogiorno e di Napoli attivata dalla spedizione di Garibaldi e dei Mille (col popolo di Palermo in primo piano e tutta Napoli scesa in piazza per accogliere il Generale arrivato in treno con pochi seguaci, coi borboni in fuga, loro caratteristica storica dal 1799, mai un borbone è morto combattendo in prima linea) tra Capua, Gaeta, Roma, capitale dello stato monarchico clericale ad essi più consonante.

Fu quella memoria immensa che, per la prima volta nella storia millenaria della penisola, portò alla libera scelta democratica dei ‘plebisciti’ (nelle forme possibili, ma sempre rivoluzionarie, dell’epoca) a Napoli nel Mezzogiorno, in Sicilia, con maggioranza schiacciante, che smentisce la falsità perpetrata da allora fino ad oggi della ‘conquista regia’.

Fu quella memoria immensa, che difese la Napoli e il Mezzogiorno nuovi dell’Unità, della Libertà, dell’ingresso più pieno nella Modernità, paese per paese, con la Guardia Nazionale in appoggio e collaborazione con l’Esercito “Italiano” nato nel 1861, nel quale erano parte dirigente tanti meridionali sia antiborbonici, come Enrico Cosenz di Gaeta (amico del nobile martire Carlo Pisacane), sia già militari borbonici.

Essi furono  accolti con spirito di fraternità e non perseguitati o impiccati, come avrebbero fatto i borbonici, se fossero tornati al potere, e mantennero i loro gradi, contro il nuovo tentativo ‘sanfedista’ (vero scopo del brigantaggio) nel solco del 1799, guidato a Roma da Francesco II, dalla straniera bavarese Maria Sofia, dal papa Pio IX con l’aiuto dei vescovi clericali fuggiti a Roma e che erano in collegamento con gli ambienti clericali delle loro diocesi, nemici dell’Unità, della Libertà, dell’ingresso nella Modernità della penisola italiana.

 

E’ quella memoria immensa che ancora dura, sotterranea, ma potente, e che speriamo possa coagularsi meglio e organizzarsi e sciogliere una volta per tutte le infamie, i tradimenti, gli scandali che ancora oggi, ora, gridano vendetta al cielo, come i resti dei Martiri Repubblicani del 1799 ancora immersi nel fango del pronao della Chiesa del Carmine.

L’assurdo ed i paradosso, unici al mondo, sono che la nostra cara, memorabile Repubblica Italiana ancora oggi onora in modo infame, indegno ed inaccettabile i suoi nemici, i suoi carnefici ed ignora e continua a disonorare i suoi grandi Martiri del 1799.

 

 

 

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