Napoli come problema metafisico

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Il reiterato porsi di «Napoli» come un vero e proprio tema (di riflessione, dibattito e creazione artistica), e più specificamente molto spesso anche come «problema» (1) (nel senso ancora più specifico di un problema che continua a porsi nonostante il Progresso dovrebbe aver reso impossibile tale fenomeno), fa sì che non ci si possa porre davanti a tutto questo senza interrogarsi in maniera davvero profonda.

Ebbene, mio modesto avviso è che ciò non è mai davvero avvenuto nella riflessione-dibattito intorno a Napoli che è di fatto iniziata nelle cronache storiche e di costume del XVII secolo, proseguendo poi addirittura nelle impressioni di viaggio di alcuni protagonisti stranieri del Gran Tour (tra i quali soprattutto Goethe).

E naturalmente a ciò va aggiunto anche tutto quanto poi è stato prodotto autoctonamente. Ossia il bozzettismo pittorico-letterario autoctono del XIX secolo ed infine l’autentica riflessione-dibattito (prevalentemente politico-sociologica e storiografica) che è avvenuta nel corso del XX secolo ed oltre.

Ciò che a mio avviso è mancato in questo contesto è infatti proprio una riflessione più metafisica e contemplativa sul fenomeno. Anche se di essa si può senz’altro trovare un prototipo proprio in Goethe – con inoltre alcuni riflessi in quella riflessione immaginifico-letteraria, che, da La Capria in poi, si è prolungata in alcune parti della più o meno recente narrativa. (2)

 Direi però che solo in Goethe noi possiamo trovare gli accenti più autentici di una riflessione effettivamente metafisica. E ciò proprio perché essa ha teso non poco alla contemplatività.

È esattamente su questo registro che vorrei proporre al lettore le linee portanti di una siffatta riflessione. E per questo mi servirò come base testuale del saggio che elaborai anni orsono (con il titolo Napoli. Manuale per decifrazione dei Figli del Vulcano), che però mai è giunto alle stampe.

Il termine «decifrazione», che allora impiegai, punta infatti proprio al nucleo secondo me più profondo della relativa questione, e cioè la necessità di disporsi ad indagare (e così illuminare) quello che nei fatti costituisce un vero e proprio mistero. E tale mistero consiste in primo luogo nel fenomeno costituito dall’invariabilità di fatto delle forme concrete con le quali Napoli si presenta a tutti noi nel vissuto sia quotidiano che riflessivo.

Tale invariabilità sfida poi molto direttamente in primo luogo le speranze che da sempre i migliori tra noi ripongono da sempre nel «cambiamento in meglio» di questa città e terra. Il che poi pone inevitabilmente lo spinoso problema costituito da quella tendenza retorica (che oggi subisce un’intensissima recrudescenza) (3) la quale – per principio, dogmaticamente e violentemente – si esprime contro qualunque tematizzazione ritenuta «pessimistica» (nel senso dell’auto-critica) della realtà partenopea.

Ma sta di fatto che la soluzione di tale mistero è impossibile se non ci si interroga anche sull’essenza dell’oggetto al quale ci si trova di fronte, e cioè l’essenza stessa di Napoli nella forma specifica di «problema». E secondo me tale essenza trova la sua forma primaria molto più nella dimensione antropologico-culturale che non invece in quella politico-sociologica, civile ed economica.

 Questo significa pertanto che la mia analisi diverge sensibilmente da quella propria di certo «meridionalismo». Per quanto io non mi sogni nemmeno di porre in forse la qualità ed il valore delle relative riflessioni.

Devo infine anche dire che la mia presa di posizione non è affatto preconcetta e di puro principio. Essa è invece maturata nel contesto di una vera e propria intensissima esperienza sul campo, e cioè l’opera che ho svolto per ben 35 anni come Pediatra di Famiglia in diversi quartieri periferici di Napoli. Qui è nata infatti in me l’intuizione che forse è esattamente in questi luoghi così estremi e tragici (autentico «retrobottega» negativo della città) che risiede l’essenza di Napoli come «problema».

E ciò mi sembra vero soprattutto perché è esattamente qui che va cercata, a mio avviso, anche la sostanza antropologica che letteralmente impregna di sé la problematicità della città.

Ma, per porsi in maniera davvero appropriata al cospetto di tutto questo, bisogna partire dalla più radicale delle domande su Napoli, e ciò unitamente alla più semplice e stentorea risposta che ad essa può essere data.

In particolare si tratta di una domanda-risposta che coincide perfettamente con l’evidenza imposta dai fatti. Partendo da questo, dunque, noi possiamo sperare di evitare di in partenza una grande serie di presupposti illusori, e che quindi possono portare solo fuori strada.

Ebbene la domanda è: – «Perchè Napoli è così com'è?». E l’unica vera risposta possibile è: – «Perchè è così, e basta!». E, a veder bene, questo insieme domanda-risposta corrisponde perfettamente al possibile atto ideale e generale di interlocuzione che interviene tutte le volte che il napoletano pieno di speranza interroga la città nella sua sostanza davvero più intima.

A me sembra che ciò sia stato descritto davvero alla perfezione da Enzio Striano (4) nell’episodio de’ Il resto di niente, in cui egli descrive il colloquio tra il generoso nobile giovane rivoluzionario ed il lazzaro al quale egli offre la solidarietà dei rivoltosi.

Ebbene, in tale occasione quest’ultimo non fa altro che far notare all’altro che il vero protagonista dell’essenza napoletana, nella sua più effettiva autenticità, è proprio lui stesso, ossia l’Eterno Lazzaro.

Dunque è solo lui il vero padrone degli eventi, e conseguentemente vero primo attore della scena. Tutti gli altri, pertanto – ancor più se animati da sentimenti che il Lazzaro rigetta con sdegno (in quanto negazione della cinica ed autarchica scaltrezza violenta che lo contraddistingue) –, sono appena delle patetiche comparse.

Di questi ultimi gli eventi possono quindi tranquillamente fare a meno. In sintesi, allora, se c’è qualcuno che può davvero offrire sapienza, forza e solidarietà questo è il Lazzaro. Non certo invece il Liberale!

Ma sta di fatto che proprio il Lazzaro stesso fu il protagonista della contro-rivoluzione che poi rappresentò la prima più schiacciante evidenza dell’impossibilità di fatto di nutrire reali speranze di cambiamento nella nostra terra. Infatti (come descritto da La Capria) (5) proprio dall’estremamente pragmatica presa d’atto di tale evidenza scaturì quel cinismo totalmente disilluso della borghesia, che da allora rappresenta il nucleo stesso dell’irriducibile negatività persistente in cui ogni progetto e speranza invariabilmente naufraga.

Dunque, noi non possiamo nemmeno cominciare a comprendere la «questione-Napoli», in quanto «problema-Napoli», se non partiamo proprio da questi presupposti. Il che implica poi l’essere disposti ad avere davanti agli occhi, senza alcuno sconto né edulcorazione, la provocazione costituita della domanda-risposta che ho poc’anzi illustrato.

Con ciò noi siamo insomma consapevoli che Napoli è nella sua essenza davvero assolutamente invariabile. Perché se non lo fosse, essa sarebbe invece tutt’altra cosa, tutt’altra città. Ciò che però essa non è affatto.

Ma l’evidenzia fattuale ancora più fondamentale è che ciò non scaturisce né da un caso arbitrario né da un’oscura Necessità puramente impersonale ed oggettuale ed oggettiva. Ciò scaturisce invece dall’atto di una soggettualità, ovvero da una volontà.

Ovvero, Napoli non può essere diversa da com’è, soprattutto perché essa non lo vuole. E quando usiamo il termine «Napoli», parliamo quindi proprio di una soggettualità volente. Ancora più importante è però che essa di fatto si muove comunque come qualcosa di oggettuale, e quindi proprio come un’oscura Necessità impersonale ed oggettiva.

Oscura perché, proprio nel suo volere, essa è totalmente cieca verso i suoi effetti. E ciò è ulteriormente aggravato dal fatto che anche questo, essa lo è del tutto volutamente. Essa insomma realmente «non sa» ciò che intanto a tutti i costi «vuole».

E questo altro non è se non il voler essere così tanto sé stessa, da opporsi a qualunque modulazione di tale atto. In primo luogo, dunque, essa si oppone a quella modulazione riducente che sarebbe costituita dalla disponibilità a cambiare (recedendo così dall’ostinazione a restare ciò che essa è vuole essere) allo scopo specifico di muoversi verso uno status «migliore»; ossia uno status la cui determinazione non si assoggetti alla sola cieca volontà, ma invece ad una consapevolezza che tiene lucidamente presente non solo l’etica ma anche perfino il vero e proprio utile.

È allora evidente che qui viene allo scoperto l’agire di una volontà, la cui radice è una vera e propria «essenza». E ciò precisamente nel senso di una ben definita, precisissima e rigorosa determinazione ad essere, in obbedienza ad un ben preciso e inderogabile «dover essere».

Ebbene tale essenza sta, a mio parere, non solo in diretta continuità con la sostanza antropologica partenopea una volta colta nella sua autentica profondità, ma anche in qualche modo la impersona come potenzialità. E lo fa evitando che qualunque imperativo morale ideologico inibitorio (politico, sociologico o più in generale culturale) intervenga intanto a mitigare la costatazione sorretta nei fatti da un’evidenza davvero schiacciante.

Bene. Una volta preso atto della dimensione «antropologica» qui all’opera, verrà poi del tutto naturale cogliere la dimensione «culturale» che ad essa è intimamente correlata.

Il dover essere appena posto in luce si muove infatti come un vero canovaccio che detta i modelli di azione, intanto accettati incondizionatamente in forza dell’azione irresistibile dell’essenza. Quest’ultima si rivela pertanto agire nell’interiore stesso del Napoletano elementare e basico (ovvero sostanziale) così delineatosi.

Si tratta insomma dell’agire di un vero e proprio codice di comportamenti che, sottilmente ma con una forza schiacciante, determina in maniera precisissima l’agire degli individui e della stessa collettività che essi costituiscono.

Ed ancora una volta questa oscura (ma costantemente agente) voce che istruisce, si lascia riconoscere come paradigma nell’ostinazione violenta con la quale la retorica ideologica pro-partenopea incondizionata reagisce all’ammissione della legittimità di un’auto-critica costruttiva da parte del Napoletano medio. Essa infatti tende con forza a denigrare quest’ultima come un solo negativo e distruttivo autolesionismo vittimista.

Mentre invece esso è l’esatto contrario. E proprio per questo l’istanza che agisce nell’invito pressante all’auto-critica, è l’amore e non invece certo l’odio. È l’amore che i napoletani più auto-consapevoli nutrono per la loro città e terra natale, e che li spinge a sperare contro ogni speranza, e cioè in maniera consapevolmente utopistica, perché non si spenga mai la spinta al cambiamento.

Per quanto esso, proprio in base alle considerazioni che vado qui facendo, vada anche ammesso come sostanzialmente impossibile.

In ogni caso l’argomento ostinatamente opposto alla critica da parte di tale retorica si muove in direzione diametralmente opposta alla pur dovuta constatazione della negatività di fondo dell’essenza-sostanza partenopea. Essa ripropone infatti all’infinito (e restando impermeabile a qualunque argomentazione) il superficiale cliché di un Napoletano che sarebbe invece (in sé ed incondizionatamente) la quintessenza delle umane bontà, apertura, carità, intelligenza, simpatia, ed infine gioiosa e positiva vitalità.

Si afferma dunque così che, per questi motivi, il popolo napoletano sarebbe assolutamente “unico al mondo”. È evidente che questa può essere solo oleografica quanto irresponsabile e disonesta retorica (vuotamente auto-referenziale). Ma soprattutto sta di fatto che ciò contraddice lampantemente quanto da sempre è stato descritto nelle cronache o anche nelle riflessioni sui fatti e costumi, che si sono dovute purtroppo ispirare all’evidenza schiacciante del paradigma costituito dal «paradiso abitato da diavoli» sulfurei (vedi tra gli altri Goethe e Croce). (6)

Bisogna però anche ammettere che ultimamente si sono fatte sentire anche voci del tutto contrarie; e precisamente addirittura le voci di intellettuali ed artisti (perfino stranieri) – il cui status però (per definizione vincolato alla scrupolosa responsabilità etica e civile) obbligherebbe invece costoro ad una ben maggiore obiettività nel giudizio.

E ci sembra che in fondo possano rientrare in questo troppo facile avallo intellettuale alla retorica anche elucubrazioni piuttosto astratte come quelle di Walter Benjamin su Napoli come “città porosa” (Frankfurter Zeitung 1925). (7)

Con questo genere di riflessioni, infatti, per quanto affascinanti, profonde e non poco ispirate – così come vale anche con le così tante (chissà quanto autentiche!) «dichiarazioni d’amore» a Napoli ed ai napoletani da parte di non-napoletani –, va infatti perduta quell’imprescindibile concentrazione sulla tragicità del vissuto, che in realtà può essere patrimonio (inalienabile) solo di chi, essendo nato e vissuto davvero qui, può davvero dire di vivere nella propria carne il così sottile crinale che in questa terra divide l’amore dall’odio.

Ebbene ancora una volta mi vedo costretto a precisare che sono ben lungi dall’esporre queste evidenze per puro partito preso.

Le mie sono infatti semplicemente le costatazioni fatte in molti anni di vita professionale di pediatra territoriale. Nel corso dei quali – all’inizio incredulo, e poi sempre più amaramente consapevole – mi sono dovuto confrontare con la costante decisione incrollabile del genitore medio ad esigere da me ciò che costituiva ahimè l’esatto contrario del vero bene dei loro figli.

Ben presto, insomma, mi risultò chiaro che le loro argomentazioni ed azioni non erano altro che lo strato più superficiale di una sostanza spessissima; soltanto nella cui profondità si potevano ritrovare le vere motivazione a pensare, sentire ed agire in un determinato modo.

Del resto inoltre ognuno di noi sperimenta ogni giorno l’autolesionismo di fatto comportato dalla tendenza media dei napoletani a comportarsi quasi unicamente in modo ispirato dalla più inflessibile ed insidiosa scaltrezza. La quale poi sempre si muove in maniera soltanto egocentrica e quindi in totale spregio del rispetto per gli interessi e la dignità altrui.

Ebbene, abbiamo a tale proposito sottolineato la necessità (perfino urgente) di lasciar finalmente emergere una riflessione profondamente metafisica sul mistero di Napoli. Ed è evidente che essa può e deve soffermarsi sulla negatività di quest’ultimo; e cercando peraltro di evitarne qualunque relativizzazione.

Ecco che proprio grazie ad essa bisogna lasciar emergere propriamente il «mistero negativo»; e non invece un eventuale mistero indifferente, ossia un mistero qualunque. Ma questo mistero unilateralmente negativo è esattamente quanto ci rivela la natura stessa dell’intento di fondo di tale riflessione metafisica. La quale, come tale, potrebbe invece suggerire fortemente l’impressione di un’inutile sproloquio sul sesso degli angeli.

Essa invece, sottolineando la non-indifferenza (morale e civile) del mistero, ossia la sua primaria negatività, mira di fatto in primo luogo a risvegliare il nostro attivo senso di responsabilità nell’impegno. Non invece ad addormentarlo o annacquarlo!

Risulta pertanto con ciò evidente che il richiamo alla presa in considerazione metafisica della negatività nella forma di negatività invariabile, costituisce di fatto una provocazione prima ancora che una categorica affermazione.

Tale provocazione ci rinvia quindi costantemente allo scenario auspicabile (per quanto da ammettere come utopico) di un possibile futuro cessare di tale necessità. E più precisamente ancora ciò significa l’auspicio che la Necessità nemmeno scompaia del tutto, ma solo perda la sua negatività. Ciò in modo che Napoli si ponga finalmente in una prospettiva di cambiamento senza però in alcun modo rinunciare alla propria identità.

L’auspicio è insomma che Napoli ritrovi la propria autentica sé stessa – quella migliore (cioè quella liberata dall’occultamento prodotto oscura essenza agente sotto e dietro di essa) – proprio nel rinunciare finalmente con coraggio e lucidità alla solo falsa sé stessa – quella peggiore (cioè quella favorita e determinata dall’oscura essenza agente).

Ho però finora parlato di una misteriosa e profonda Necessità metafisica che determina l’invariabilità di Napoli nella sua dimensione negativa. E mi resta quindi da dire più esplicitamente in cosa esattamente essa consiste. Lo farò però solo in un prossimo articolo, anticipando per ora soltanto che essa consiste esattamente nel manifestarsi dell’essenza profonda dell’identità partenopea nella sostanza antropologica che la impregna, ossia quella dell’Eterno Lazzaro. Poi dirò qual è la natura specifica di questa essenza in termini concreti.

Tuttavia ben più utile per ora (in questa esposizione solo introduttiva in quanto fondante) mi sembra essere la riaffermazione del fatto che il dovere di tematizzare l’invariabilità (quale misteriosa negatività di fondo) comporta soprattutto il fatto che il parlare di Napoli senza farlo, equivale necessariamente al non parlarne. Ossia equivale al parlare d’altro, e non invece esattamente di Napoli e solo di Napoli come fenomeno.

E ciò è ancora più vero se il proposito di chi parla è effettivamente quello di «cambiare Napoli». Ebbene questo, a mio modesto avviso, non si può fare in alcun modo se prima non ci si è interrogati sulle ragioni davvero profonde di quel o «non-poter-cambiare» di Napoli, che poi è anche un «non-voler-cambiare».

Ma ciò che a tale proposito bisogna riconoscere è che tale disponibilità comporta uno sforzo davvero tremendo. Tremendo soprattutto perché, nel porsi come secondo me bisogna porsi, noi veniamo fatalmente a trovarci davanti al problema più formidabile dell’invariabilità quale soggettualità che vuole a tutti i costi conservare la propria identità.

Ci troviamo insomma davanti al nucleo più intimo, ed insieme impenetrabile e terribile, del fatto che incontestabilmente «Napoli è solo Napoli e null’altro».

Ebbene la soggettualità volente che così viene allo scoperto appare essere così intimamente equivalente all’identità partenopea, che da essa noi stessi – ossia perfino coloro che parlano auto-criticamente (e cioè io stesso insieme a voi che mi leggete) – non possiamo in alcun modo chiamarci fuori. In altre parole siamo di fatto coinvolti anche noi in persona nel fenomeno di una Napoli che rifiuta ostinatamente di essere diversa da ciò che essa è.

Il che significa, allora, che abbiamo un bel deplorare (pur giustamente!) il fatto che così frequentemente si usi l’espressione «Napoli» in un modo fin troppo impersonale – «Napoli vuole...», «Napoli rifiuta...», «Napoli ha diritto a...».

In realtà però, tutte le volte che lo facciamo, noi stessi tendiamo (più o meno intensamente) a sottrarci all’evidenza schiacciante rappresentata dal fatto che «Napoli» siamo in definitiva «noi stessi e solo noi stessi». Ed in questo modo noi – per quanto possa essere l’ultima cosa che vogliamo – di fatto ci poniamo in sintonia con l’essenza negativa dell’identità collettiva; e ciò in maniera non meno deplorevole e colpevole di quanto avviene presso il Napoletano inconsapevole e riottoso (l’Eterno Lazzaro).

Certamente però il modo più intenso di cercare per questa via l’alibi al vero impegno da profondere, è quello di negare il fenomeno dell’invariabilità di Napoli, teorizzando così un’azione che possa stare in relazione appena con l’effettiva quanto ragionevole volontà dei singoli (o gruppi) di produrre effetti davvero tangibili.

E questo è in effetti ciò che noi facciamo quando – in forza di analisi prevalentemente politico-sociologiche (che rischiano sempre fortemente di essere mera chiacchierologia) – ci limitiamo appena a fare appello alle ordinarie e fisiologiche «coscienze», senza però intanto esigere (da esse e da noi stessi) una previa consapevolezza davvero profonda del fenomeno.

Ovviamente però la variante ancora più deplorevole e colpevole di questa retorica è quella tipicamente storiografico-complottistica (propria del pro-partenopeismo incondizionato e fanatico), che pretende di vedere come scusanti di ogni invariabilità (o inerzia) del male, cose come passate conquiste ingiuste, «male-unità» e oppressioni varie.

Pertanto, andando anche aldilà di profonde analisi metafisiche, è prima di tutto necessario che tutti noi facciamo davanti a noi stessi una davvero coraggiosa ammissione: – «Napoli è invariabilmente così com’è, principalmente perché noi napoletani lo siamo».

E così il fenomeno che in tal modo emerge, come un vero elementare e basico minimo comun denominatore (di ogni fatto e di ogni interpretazione), finisce per essere quello di un «noi-Napoli». È pertanto quest’ultima la dimensione nella quale dovremmo volerci e saperci muovere.

Ebbene, va allora detto che senz’altro in qualche modo rientra in questo così cogente campo di obblighi morali (obbligo all’estrema onestà e lucidità dell’approccio) anche la stessa imprescindibile riflessione sulla sostanza antropologica (quale manifestazione dell’identità negativa determinata dall’essenza).

In altre parole lo stesso già enunciato dovere di restringere il discorso alla pura interiorità – evitando qualunque scantonamento in quell’esteriorità oggettiva, nella quale fin troppo facilmente si rischia di cercare solo scusanti al dovere di una severa auto-critica – resta a sua volta vincolato al forse ancora più primario vincolo di una semplicità davvero spietata dell’interpretazione e del discorso.

Certo è però che lo spostamento del discorso sul piano dell’essenza identitaria interiore (e quindi della metafisica) obbedisce senz’altro non poco all’obbligo di restrizione appena menzionato. E non solo. Perché con esso si sconfina inevitabilmente anche sul piano etico-religioso. E così la riflessione metafisica si pone anche come un nostro umano prendere in prestito il punto di vista davvero più alto possibile, dal quale le cose possono essere osservate. E cioè esattamente il punto di vista divino.

È proprio da qui però che noi penseremo, sentiremo, parleremo ed agiremo a partire da quel livello di essere sul quale sempre è stata collocata la dimensione civile nella sua più pura idealità di modello, e cioè come Civitas Dei.

E qui senz’altro faranno per noi da paradigma riflessioni come quelle di grandissimi pensatori come Platone, Sant’Agostino, Gregorio di Nissa ed Eckhart.

Ma inoltre farà con ciò per noi da paradigma anche la fantasticheria metafisica – non poco autorizzata dallo stesso nostro Calvino (e non solo) (8) –, secondo la quale ogni città riconosce verticalmente sopra di sé un suo doppio ideale. Un doppio ideale, e quindi anche sempre essenziale, al quale quindi non si può non guardare nello sforzo di sottrarsi invece all’influsso malefico di essenze solo cthònie.

Ecco. In tal modo mi sembra che sia stato delineato un contesto di riflessione il cui principale merito è quello di far sì che ogni possibile discorso su Napoli si sforzi di rientrare entro limiti in cui (rivolgendosi all’essenza) in effetti viene detto tutto ma in uno spazio ristrettissimo, che non consente alcuna arbitraria estensione. Né consente alcuno scantonamento verso uno spazio ulteriore entro il quale ci si ritroverebbe entro una fin troppo vaga esteriorità.

Questo è per me il principale portato di una riflessione profondamente metafisica su Napoli

È dunque nei limiti di tale estremamente rigorosa restrizione che può e deve porsi un discorso su Napoli nel quale davvero l’amore non sia mai scisso dalla dovuta severità. Severità che però non si rivolge all’altro, bensì in primo luogo a sé stessi.

Insomma – come ci suggerisce proprio Sant’Agostino (affermando che “…l’amore colpisce, mentre l’iniquità blandisce”) (9) – un discorso davvero appropriato su Napoli si lascia riconoscere dal fatto che in esso lo sguardo d’amore acuisce la severità, invece di attenuarla.

E questo non è né pessimismo, né disfattismo, né autolesionismo, né vittimismo. È invece ossequio alla Verità. 

 

 

Note

1) Proprio con questo termine Raffaele La Capria, diversi anni orsono, definì Napoli in una nostra privata corrispondenza: – “Napoli non è una città, è un problema”.

2) Annamaria Ortese. Il mare non bagna Napoli, Rizzoli, Milano 1975; Antonella Cilento, Napoli. Sul mare luccica, Laterza, Roma-Bari 2006; Erri De Luca, Napòlide, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2006.

3) Una delle sue forme più eclatanti e plateali risiede nel cosiddetto movimento «neo-borbonico».

4) Enzo Striano, Il resto di niente, Avagliano, Napoli 1986.

5)Raffaele La Capria, Il mito della “bella giornata”. L’armonia perduta, in: Raffaele La Capria, Opere, Mondadori Milano 2003, p. 629-780.

6) Wolfgang Goethe, Italienische Reise, Beck, München, 2007; Benedetto Croce, Un paradiso abitato da diavoli, Adelphi, Milano 2006; Nicola Leone, Vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello. Rizzoli, Milano 1994; Giorgio Bocca, Napoli siamo noi. Il dramma di una città nell'indifferenza dell'Italia, Feltrinelli, Milano 2006; Francisco Elias de Tejada, Napoli spagnola, Controcorrente Napoli 2004.

7)Benjamin Fellmann, Durchdringung und Porosität. Walter Benjamin Neapel, LIT, Berlin 2014, 1-4 p. 17-98; Cesare De Seta, “Benjamin l’ideologo nella città depravata”, La Repubblica, 11 marzo 2007.

8)talo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino 1998; Alberto Manguel & Gianni Guadalupi, Dicionario de lugares imaginarios, Companhia das Letras, São Paulo 2005.

9)Agostino di Ippona, Commento alla prima lettera di Giovanni, in: Giovanni Reale (a cura di), Agostino. Amore assoluto, VII, 8 p. 345-347.

 

 

 

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