ll socialismo libertario di Vincenzio Russo

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Ai repubblicani napoletani del 1799 si attribuisce indifferentemente l’appellativo di giacobini”, ma molti di essi non lo erano affatto.

Non erano giacobini, per citare alcuni esempi rilevanti tra le centinaia di pensatori e protagonisti di quella esperienza repubblicana, Mons. Michele Natale, Vincenzo Cuoco, Domenico Cirillo, Mario Pagano e la stessa Eleonora de Fonseca Pimentel.

Essi facevano riferimento al grande movimento illuministico e riformatore meridionale e, per come ha scritto con acume un liberale quale Indro Montanelli, costoro ebbero solo il torto di nascere nel Settecento e di precorrere i tempi in cui si sarebbero affermati i valori e i princìpi di libertà e uguaglianza nell’ambito di una repubblica democratica.

Vicino all’ideologia dei giacobini fu  senz’altro Vincenzo Russo (Palma Campania, 16 giugno 1770 – Napoli, 19 novembre 1799), il cui pensiero politico si era forgiato attraverso lettura di autori proto-socialisti quali Mably e Morelly.

Vincenzo Russo, da socialista utopista, vagheggiava uno Stato in cui gli uomini sarebbero stati eguali e liberi di esercitare la sovranità  in maniera diretta, tramite l’istituzione di un governo transitorio di tipo rappresentativo, su mandato popolare generale.

Esso valeva finché l’educazione politica dei cittadini non trovasse compimento in  uno “Stato senza Stato” utopistico in cui comunità di piccoli agricoltori si sarebbero autogestite in maniera indipendente, senza che vi fosse bisogno né di retribuzioni, né di tributi ai cittadini prestanti servizio in queste comunità a base economica agraria, fortemente egualitarie e conformiste.

 

Quindi, per Vincenzo Russo le cariche pubbliche non dovevano considerarsi un onere, ma “il più alto punto al quale potesse innalzarsi la dignità umana”. Bisognava ridurre, pertanto, al minimo, l’apparato statale,  la proprietà privata, con i piccoli appezzamenti di terreno non trasmissibili in eredità alla morte del proprietario.

“Come il diritto di proprietà suppone un bisogno, ogni diritto di proprietà finisce al finir della vita. Chi fa testamento, dispone de’ beni per un tempo, in cui non ha più diritto sopra di essi. Quale più grande assurdo di quello di trasmettere un diritto in un tempo in cui quel diritto più non si ha? Leibnitz sentì tutta la difficoltà; e con uno scherzo metafisico motteggiò la quistione, dicendo, che come l’anima esiste ancora dopo la morte, può quindi ritenere al di là di questa vita i suoi diritti, e così trasmettergli altrui. Il motteggio di Leibnitz dee far sentire abbastanza il ridicolo della quistione ai sostenitori del testamento”- scriveva il Russo nei suoi Pensieri Politici.

E nella stessa opera, in relazione al principio di uguaglianza, annotava che “la disuguaglianza comincia finalmente allora quando io non posso avere abbastanza pe’ miei bisogni, e tu hai al di là de’ tuoi. L’eguaglianza suppone dunque essenzialmente l’indipendenza. Se io per conservare l’esistenza mia ho bisogno di te non sono più indipendente, né più tuo eguale: tu puoi far senza di me, io senza di te non posso. Ecco stabilita la disuguaglianza di fatto, ed ecco la schiavitù. E’ questa quella schiavitù per natura, di cui parlò Aristotile nella sua Politica”
La società, teorizzata dal Russo, avrebbe dovuto reggersi su una sorta di “generazione di contadini filosofi” e lo Stato doveva corrispondere ai propri funzionari solo il necessario per il proprio bisogno in quanto “chi ha da sé quanto gli basta pel suo necessario, non può ricevere alcuna cosa”.

Inoltre lo Stato doveva perseguire l’uniformità di pensiero e di sentimento dei suoi cittadini in piccole e frazionate “repubbliche” di liberi e di eguali. Tali istanze egualitarie, d’ impronta comunitarista, mirate a far sì che la rivoluzione da realizzare a Napoli dovesse essere di un’impronta molto più radicale della stessa rivoluzione francese, lo portarono in conflitto con gli stessi compagni repubblicani.

Spartano nei costumi e intransigente nei princìpi, le idee politiche di Vincenzo Russo rimasero, in quegli anni, ai margini del dibattito politico e furono accolte con non poche ironie. Contro la sua “fretta rivoluzionaria” polemizzò, tra gli altri, Gregorio Mattei, gettando in burletta il suo ideale di società.

“Poi tu figurati che tre mesi d’immatura e inaspettata rivoluzione bastino per renderci virtuosi come gli spartani dei tempi della prima guerra persiana, o i romani della prima guerra punica? Vuoi tu ridurci alle antiche ghiande[…] e porci infine sul cocuzzolo di un monte[…] Lì saremo sicuri che le montagne allontaneranno il nemico; ci faremo crescere le unghie e i capelli, e insieme con te mangeremo ghiande e cipolle”[…] scrisse il Mattei, rivolgendosi direttamente al Russo. Tuttavia Vincenzo Russo fu tra coloro che compresero che fosse necessario, al di là dei sogni utopici, una radicale, decisa e subitanea abolizione della feudalità.

Inoltre, come scrisse Benedetto Croce, quando si trattava di prendere le armi e difendere la Repubblica, “il Russo accorse tra i primi”.

Nel mese di giugno era, insieme a Salfi e Azzia, nella Commissione per coscrizione della Guardia Nazionale del Cantone Sebeto fino al 13 giugno, allorché, combattendo al ponte della Maddalena, cadde in mano dei lazzari che lo trascinarono prigioniero ai Granili.

In seguito fu condotto alla corvetta “Stabia” e alla Vicaria, dove, secondo le testimonianze dei suoi compagni di prigione tra cui Vincenzo Cuoco, dimostrò tutta la sua “fortezza” nel sopportare ogni genere di ingiurie e tormenti.

Fu accusato, come scrive Alfonso Sansone in “Gli avvenimenti del 1799 nelle Due Sicilie” “di essere stato uno degli elettori del Volturno, per aver mostrato in Capua tutto l’impegno di democratizzare tutti i siti del suo dipartimento, per essere stato uno dei componenti della Commissione Legislativa, per aver esercitato una tal causa con tutto l’impegno e zelo patriottico in sostegno della democrazia, sostenendo fra l’altro di dover far erigere un busto alla memoria di Gaetano Filangieri nella Sala d’Istruzione, e infine per aver formato un proclama pieno e zeppo di tutto il foco di deciso e sedicente repubblicano, pieno di invettive e maldicenze contro la Sacra persona di Sua Maestà”.

Affrontò con calma i suoi ultimi giorni e le sue ultime ore prima di essere impiccato, il 19 novembre 1799, con l’avvocato Nicola Magliano. Sul patibolo le sue ultime parole, furono: “ Io muoio per la libertà! Viva la Repubblica!

Vincenzo Cuoco, pur avendo avuto idee diverse dal Russo nel corso dei mesi della Repubblica Napoletana, ne riportava un discorso nel suo “Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799”: «dagli ufficiali che vi assistevano, con quella forte impressione che gli spiriti sublimi lascian perpetua in noi, e con quella specie di dispetto con cui gli uomini vili risentono le irresistibili impressioni degli spiriti troppo sublimi».

 

 

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