A Subiaco Zefiro soffia sul giglio

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Più di una volta ho affermato la mia predilezione per Subiaco. Ciò è accaduto perché sono stato colpito dalla bellezza dell’alta valle dell’Aniene, che ha permesso di sentirmi vicino sia a Benedetto che a Dio.

La commozione estetica che ho provato per questo luogo mi ha fatto anzitutto comprendere che la mia anima era sorella a quella di Benedetto, che prima di me era stato affascinato dalla stessa alta valle dell’Aniene, da lui scelta come luogo degno per dar vita alla sua esperienza monastica.

Ma è l’incanto di questo luogo che mi ha fatto soprattutto intravedere in esso  un aspetto del volto di Dio, perché  è soprattutto nella Bellezza  che si palesa la dignità del Creatore, la fonte della sua suprema attrazione e l’effondersi del suo paterno amore che apre il cuore alla gioia.

Subiaco, importante per il suo paesaggio, non è priva comunque di opere d’arte che la fantasia umana ha prodotto  nel suo magico ambiente. Sarebbe un lungo discorso parlare dei tanti capolavori, per lo più pittorici, del Sacro Speco: dall’ “Innocenzo III“ alla “Madonna col Bambino” del Conxolus, dal “S. Francesco d’Assisi”, nella Cappella di S. Gregorio, alla “Madonna Bizantina” nella Grotta dei Pastori, dalla “Statua di S. Benedetto” del Raggi all’ “Ultima Cena con Gesù a capotavola” nell’antico refettorio.

 

 Sarebbe un lungo discorso parlare anche dei capolavori del Monastero di S. Scolastica: dal “Chiostro gotico” col suo arco “flamboyant”, al “Chiostro cosmatesco”, vera sinfonia di colonnine e di archetti, dallo straordinario “Campanile”, ricamato con trifore a quattro facce su cinque livelli,  vera e propria torre contemplativa, da cui si scopre da ogni lato la bellezza del luogo, alla “Chiesa neoclassica” del Quarenghi d’ispirazione palladiana.

L’arte che risplende nei famosi monasteri del Sacro Speco e di S. Scolastica è stata egregiamente spiegata a me e a Luigi Falasca da don Mariano Grosso, monaco benedettino, durante la nostra visita fatta nei giorni 5-6 settembre 2016 a Subiaco. Ma è possibile talvolta scoprire opere artistiche anche in altri luoghi di questa città, come per esempio nella “Rocca Abbaziale”. Non mi sarei mai aspettato che visitando la Rocca, sarei rimasto colpito dai suoi dipinti, e in particolare da quelli dell’appartamento  di Pio VI,  Giovannangelo Braschi,  papa dal 1775 al 1799.

Trionfo di Pio VIMi ha suscitato molta curiosità la quinta sala dell’appartamento papale, cioè quella del Trono, nella cui volta è raffigurato il Trionfo di Pio VI. Ho ancora viva nella memoria le dolci sensazioni provate quando il mio sguardo ha osservato la sommità della volta di questa sala, dove lo Spirito Santo, raffigurato da una colomba, inonda di santi raggi un’ampia  ghirlanda. Questa è costituita nella sua parte superiore da due angeli, che reggono le chiavi e la tiara, mentre nelle altre parti da putti e figure  racchiudenti lo stemma pontificio di Pio VI, raffigurato in maniera artisticamente insolita:  uno Zefiro che soffia su un giglio che gli viene gentilmente mostrato con la mano destra da una figura femminile, che per pudore e timore volge a sinistra il suo capo. Io non sono un esperto di araldica papale, tuttavia mi sono talvolta incuriosito a guardare gli stemmi scelti dai papi e posso certamente dire che quello scelto da Pio VI è uno dei più belli e suggestivi.

E’ bene riuscire a capire il significato di questo stemma. Bisogna anzitutto dire che Papa Braschi inizialmente aveva scelto uno stemma più complesso, formato da uno scudo quadripartito con la presenza dell’aquila imperiale coronata  nella prima e quarta parte e di due gigli intersecati da tre stelle  nella seconda e terza parte. Al centro dello stemma c’era uno scudetto con Zefiro che soffia sul giglio, sormontato da tre stelle auree.

Il papa si rese  subito conto che raffigurare il primo e complesso stemma in pittura, scultura, su monete ecc. era particolarmente difficile, per cui giunse a modificarlo e a lasciare  di esso solo lo scudetto centrale con l’allegoria su Zefiro che conteneva.

Zefiro è il vento mite che proviene da occidente e annuncia la primavera. Si diceva che l’alito dolce di questo vento facesse sbocciare i fiori e producesse frutti.  Il giglio è certamente il fiore della  purezza e della santità. Nello stemma di Pio VI è quindi raffigurata l’attività del papa, che  doveva essere simile al vento di Zefiro teso a  promuovere opere che sarebbero state ispirate alla bellezza, alla purezza e alla santità.

Stemma di Pio VIQuesta funzione di alimentatore di fiori  Zefiro ha per esempio nel dipinto “La nascita di Venere” del Botticelli, vera e propria icona fiorentina del rinascimento. La dea, nascendo,  viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a un personaggio femminile con cui simboleggia la fisicità dell'attod'amore, che muove Venere col vento della passione. Forse la figura femminile è la Ninfa Clori. Come si può vedere dal dipinto il soffio di Zefiro è sorgente di sparsi fiori.

Lo stesso accade nell’altro immortale dipinto del Botticelli.”La Primavera”. Zefiro vento primaverile che rapisce per amore sempre la ninfa Clori, donna dallo splendido abito fiorito e dalla cui bocca esce un filo di fiori durante il suo rapimento amoroso.

Lo stemma di Pio VI è la prova quindi lampante del desiderio del papa di mettersi sulle orme dei pontefici rinascimentali.

Papa Braschi ebbe un iter ecclesiastico particolare durante la sua vita: fu ordinato sacerdote a 41 anni,  creato cardinale a 56, incoronato papa a 58 e consacrato vescovo sette giorni dopo essere stato nominato papa.

Nobile di origini e amante come era del mondo neoclassico e della magnificenza voleva suscitare nella Chiesa una nuova primavera, ma soprattutto artistica.

Certamente pensava di utilizzare le sue qualità di uomo di lettere e di arti, nonché le sue capacità di esperto giurista per promuovere un significativo progresso della Chiesa.

Fu fautore di molte iniziative edilizie. Il suo attaccamento alle origini familiari lo portò però a favorire un nuovo nepotismo e a dar un’ impronta di gloria personale alle opere che realizzò. La sua anima era però anche sensibile nei confronti delle classi disagiate e della salute pubblica, per cui cercò di adoperarsi in tal senso. Ma i nuovi tempi erano particolarmente esigenti e non cercavano più paternalismi, ma il trionfo della giustizia e della libertà.

Il  papato di Pio VI divenne più che una nuova primavera uno dei periodi più difficili e tragici della storia della Chiesa. Non fu il dolce fruttifero vento di Zefiro a connotare i suoi eventi, ma quello impetuoso della Rivoluzione Francese, che travolse come non mai il mondo ecclesiastico e anche la stessa persona del papa, che morirà solo, sofferente e prigioniero in terra di Francia. Fu l’ unico papa esiliato e morto in cattività nell’età moderna. A tale riguardo è significativo quanto scrisse pochi giorni prima della morte: “Le tante tribolazioni che troppo Pio VICi hanno colpito, Ci avrebbero sopraffatto se la grazia di Gesù Cristo non Ci avesse aiutato”. Tutto ciò che papa Braschi aveva programmato si era in verità tramutato in un tragico epilogo. Una buona parte della sua vita e la sua morte furono sfortunatamente in antitesi con il senso del suo stemma.

Pio VI ha amato Subiaco, anche quando il vento della Rivoluzione sconvolse tutta l’Europa.  Divenne suo Abate Commendatario nel 1973 e non rinunciò mai a questa carica anche dopo essere stato eletto Papa.

Questa sua predilezione si manifestò in una serie di costruzioni di cui si fece promotore in questa città: dal 1775 al 1780 ampliò il Palazzo del Seminario; nel 1778 ristrutturò la Rocca Abbaziale; ampliò poi la grande Chiesa di S. Andrea facendone soprattutto costruire la facciata tra il 1791 al 1795; nel 1789, proprio nell’anno d’inizio della Rivoluzione Francese, fu eretto l’Arco neoclassico in suo onore nel centro di Subiaco e nel 1794 iniziarono i lavori di costruzione di S. Maria della Valle che termineranno molti anni dopo la sua morte. L’architetto principale di queste importanti opere edilizie fu Pietro Camporese il Vecchio, mentre l’appartamento di Pio VI nella Rocca venne ornata di eleganti decorazioni da Liborio Coccetti.

Come si può constatare molto deve Subiaco a Papa Braschi.  E’ il caso di dire che Zefiro ha molto soffiato sul giglio in questa città. C’è stata certamente una primavera di costruzioni di carattere non monastico, in cui campeggia sempre lo stemma di Pio VI.  Esse  costituiscono un altro aspetto della importante storia di Subiaco.

 

 

 

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