La storia di Eleonora in una lettera apocrifa

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Grazie al progetto in rete ‘Nuove sol.le cit.azioni - cronisti abusivi’ un gruppo di alunni di quinta elementare del 55°C.D. Maurizio De Vito Piscicelli di Napoli ha realizzato un approfondito lavoro sui temi della cultura della legalità e del giornalismo impegnato.

Alla fine del percorso i bambini, insieme alle loro insegnanti: Gianpaola Costabile, Anna Maria Santullo e Maria Scialò, hanno realizzato, tra l’altro, questo testo da loro immaginato come ultimo ‘pezzo’ della eroina napoletana Eleonora Pimentel Fonseca, scritto alla immediata vigilia del drammatico epilogo della sua appassionata esistenza.

Una sorta di articolo apocrifo costruito dall’assemblaggio dei vari testi prodotti dai bambini, attraverso i quali essi hanno dimostrato di essere riusciti a penetrare empaticamente il cuore di Eleonora, immaginandone i sussulti e raccontando la forza e la passione della sua vita e del suo pensiero.

 

 

Addio Napoli mia

 

Sono Eleonora Pimentel De Fonseca e questo è il mio ultimo articolo, che affido ad una cara amica, che, coraggiosamente, è venuta in gran segreto qui a Castel Sant’Elmo a portare dei viveri per me e per i miei compagni.

Provo angoscia per quello che mi accadrà, ma mi faccio coraggio ripensando a tutte le persone che mi sono state accanto nella mia vita, soprattutto nei momenti più difficili, e che con me hanno affrontato le battaglie più importanti.

A loro e al popolo napoletano dedico i miei ultimi pensieri. Dalla finestra della mia cella a Castel sant’Elmo vedo già arrivare le prime luci dell’alba: fra poco verranno a prendermi.

Sto ripensando a tutta la mia vita, ai miei fratelli, ai miei genitori, al mio figlioletto, morto prematuramente, al mio amore per la letteratura, ai miei sonetti, che scrivevo nelle occasioni più importanti quando frequentavo la corte borbonica, e soprattutto al nostro giornale il Monitore Napoletano, a cui ho lavorato con grande entusiasmo nell’intento di conquistare il popolo alle idee progressiste repubblicane.

Spero che un giorno questo mio ‘ultimo’ articolo, scritto in questi giorni, durante la nostra estrema resistenza nello splendido castello del Vomero, possa essere letto dai napoletani, e che questi sei mesi di appassionata lotta per la libertà non siano passati invano: perché possono uccidere noi, ma non i nostri IDEALI!

So che ormai tutto è finito: presto per me e per i miei compagni Gennaro Serra, il principe Giuliano Colonna, l’avvocato Vincenzo Lupo, il vescovo Michele Natale e Domenico Piatti arriverà il momento del giudizio.

Forse verrò giustiziata, perché ritenuta rea di tradimento, ma se difendere i diritti degli uomini ed affermare i principi di uguaglianza e di libertà è un tradimento, allora sono colpevole.

Non è la prima volta che verrei punita dalla collera dei Borbone!

Maria Carolina, infatti, dopo l’omicidio della sorella, Maria Antonietta moglie del re di Francia Luigi XVI, giustiziata nei moti della rivoluzione francese, ha iniziato ad avere timore di tutto e di tutti qui a Napoli e a far perquisire le abitazioni delle persone che sospettava: praticamente di tutte le persone colte che potevano apprendere delle idee rivoluzionarie; tra queste anche la mia abitazione ha subito la stessa indagine.

Durante la perquisizione è stata trovata l’Encyclopedie di Diderote per questo motivo sono stata arrestata e mandata nella prigione della Vicaria come tanti altri, da dove sono potuta scappare solo quando, con l’occupazione delle truppe francesi, i Borbone hanno abbandonato Napoli, per rifugiarsi nella loro reggia palermitana.  Re Ferdinando IV ha lasciato la nostra città in uno stato di completa anarchia, con le casse vuote mentre i francesi depredavano tutte il nostro patrimonio artistico.                                                                                                        

E’ stato allora che, insieme ai miei compagni, abbiamo capito che eravamo noi a dovere organizzare un governo per Napoli: la “Repubblica Partenopea”, appunto…!

Certo, la rivoluzione partenopea, oramai, è al termine, i Francesi che, promuovevano l'affermazione della Repubblica, ora scappano da Napoli. Il Cardinale Ruffo avanza dalla Calabria in nome della Santa Fede e ci ha messo i “lazzaroni” contro: aiutati dagli inglesi vogliono annegare nel mare di Napoli i valori di libertà, giustizia e democrazia che sono stati gli ideali della mia travagliata vita.

Purtroppo il popolo non capisce che il ritorno del Re li farebbe stare peggio di ora: forse non siamo stati capaci di far capire loro che stavamo lottando per una giusta causa, cioè ottenere diritti che non possiamo sperare di ottenere se soggiogati dai Borbone e dal Papato.

Se non mi dovesse riuscire di andare in esilio nella Francia repubblicana, so che morirò: ma so che non morirò invano, perché avrò provato fino al mio ultimo istante a rendere Napoli un posto migliore, la Napoli che io ho sempre amato, pur non essendo sua creatura, e che con grande dolore dovrei abbandonare.

Spero che la nostra esperienza serva da esempio e che le generazioni future siano in grado di ribaltare le cose, spero che i più deboli si ribellino ai potenti e che in futuro tutti i cittadini abbiano uguali diritti e doveri.

Spero che tutti abbiamo la possibilità di imparare a leggere e scrivere.

Alle future generazioni mi sento di affermare: “Piantate gli alberi della libertà e desiderate di essere cittadini della Repubblica e non più schiavi del Borbone.”

Ricordate sempre che la Repubblica appartiene al popolo, quello vero, quello capace di ragionare e comprendere, quello che suda e spera, quello che crede che tutti gli uomini hanno diritto ad un’esistenza dignitosa.

Lottiamo, lottate insieme per conquistare il diritto di essere tutti uguali, lottate insieme per il sacro valore della libertà.

 

 

 

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