Mariano D'Ayala e la memoria degli spiriti eletti

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Mariano D’Ayala (Messina, 14 giugno 1808- Napoli, 26 marzo 1877), agli amici che cercavano di distoglierlo da quel suo instancabile desiderio di ricerca storica rispondeva: “Lasciatemi alle mie illusioni. Preferisco le nuvole alla moda. Mi si lascia almeno la libertà di lacerarmi dentro nell’animo, e andarmene a letto alle dieci, maledicendo, ma seguendo sempre la virtù”.

Era il suo ideale del dovere, come lo definisce Antonella Orefice, “una missione da portare avanti fino alla fine dei suoi giorni, un lavoro che non gli recava alcuna mercanzia.

Alla damnatio memoriae operata dai Borbone, Mariano D’ayala oppose il recupero della memoria degli spiriti eletti e non intese sentir ragioni anche quando la salute gli venne a mancare.

 

Gli stessi amici intimi lo esortavano al riposo e di pensare ai vivi. Mi trovo meglio tra i morti lui ripetè spesso, e quando riusciva a trovare un autografo, un documento su Pagano, Cirillo, o su qualsiasi altro martire del 1799, era un giorno di festa; tornava a casa lieto, sorridente, dimentico delle delusioni accumulate in tanti anni di carriera politico-militare. E così continuò fino alla fine.

Dopo aver trascorso anni ed anni cercando al grande archivio (oggi Archivio di Stato di Napoli), o negli archivi municipali dei Comuni vicini, interrogando luoghi, palazzi, i vecchi dei paesi, alla ricerca di ricordi, tombe, cimeli di famiglia, nel suo ultimo febbraio compilò la Cronaca della Repubblica Napoletana del 1799, mettendo in ordine tutto il materiale raccolto. Fu il suo ultimo costante pensiero, come farebbe una persona che sa di dover andare via per sempre e quasi un’intima voce gli dicesse: fra pochi giorni sarai morto. Ed il 26 marzo se ne andò all’alba, stroncato da una polmonite.

Morì con  un sorriso sulle labbra, ultima sua immagine tramandataci dal figlio Michelangelo, con un sorriso che lo aveva sempre contraddistinto pur nelle lotte spietate e le esigenze più impellenti della vita, un sorriso che lo aveva reso vincitore sempre e che nemmeno la morte riuscì a scomporgli. Forse era il sorriso di un’anima che, dopo un’intera esistenza trascorsa tra peripezie e tormenti, affrontava con serenità il suo bardo, consapevole di  aver compiuto con amore e dedizione instancabile la sua più alta missione: consegnare alla memoria storica i martiri della libertà”.

E grazie alle sue reiterate ricerche furono pubblicate opere di una valenza storica notevole ed imprescindibili per studi futuri: “Vite degl’Italiani benemeriti della libertà e della Patria finiti per mano del carnefice”, “Cronache della Repubblica Napoletana del 1799”, “Le nobili donne del 1799”, giusto per citarne alcune.  Il Fondo archivistico D’ayala,  donato dal figlio Michelangelo alla Società Napoletana di Storia Patria, rappresenta una miniera preziosissima di materiale documentario.

Nella descrizione della Orefice, il fondo  “è costituito da una esauribile raccolta di documenti prodotti dall’autore o da lui raccolti durante la vita; un prezioso lascito, una miniera inesauribile di carte e carteggi, per lo più manoscritti, testimonianze di vita vissuta, anni di ricerche e meticolosi studi. Sono l’eredità di Mariano D’Ayala, la più grande ricchezza che uno storico possa donare ai posteri. Il carteggio con personaggi politici e parenti di eroi da commemorare è fittissimo e, tra l’altro, ancora in ordinamento presso la Società stessa. Sono stracolmi i faldoni contenenti appunti relativi alle memorie non solo dei martiri del 1799, ma di tutti i patrioti del Risorgimento[…] materiale edito ed inedito, devotamente raccolto”.

Ed in questa preziosa miniera di reperti  Antonella Orefice, amabilmente definita dal giornalista Carlo Franco ‘una degli ultimi grandi trovarobe della storia contemporanea’,  nel 2012 ha rinvenuto “Il Pantheon dei Martiri del 1799”  un manoscritto raro e prezioso, di autore anonimo, costituito da 57 fogli di carta pergamena, una tavola necrologica, risalente al 1799 o ai primissimi anni dell’Ottocento, in cui i patrioti della Repubblica Napoletana sono commemorati tramite la creazione di sarcofagi immaginari su cui è inciso il loro nome, seguito da un eroe greco o latino e da una citazione tratta dai classici.

Pubblicando il manoscritto e la biografia del D’Ayala, la Orefice ha messo in atto le parole di Cesare Dalbono, pronunciate  il 14 giugno 1878,  per omaggiare le spoglie mortali dell’amico:

“Di Mariano D’Ayala, della sua vita, dei suoi studi, delle sue opere, io so che sarà compiuto un lungo lavoro, quando saranno raccolte tutte quelle notizie che possono concorrere a rendere questo lavoro degno del nostro amico. Amico nostro, se gli uomini a venire ti cercheranno, essi non potranno ritrovarti altrove che nelle tue opere e nel tuo nome il quale non è destinato a perire”.

 

Bibliografia:
Mariano D’Ayala.  Il Pantheon dei Martiri del 1799. a cura di Antonella Orefice, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press,  Napoli, 2012.

 

 

 

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