Procida 1799. Cap. XII "La fine del sogno repubblicano"

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Il quattro di aprile la Repubblica Napoletana a Procida era già finita con la restaurazione della sanguinaria monarchia borbonica. I procidani che avevano scampato l’arresto si erano chiusi in casa a piangere i loro morti; quasi tutte le famiglie avevano perso qualcuno, ma  tutti, proprio tutti avevano perso il bene più prezioso: la libertà.

Festeggiarono alla grande, danzando sul sangue versato, quei realisti che per due mesi avevano  tramato vendetta e si adoperarono con abnegazione a servire la monarchia di Ferdinando: venne fuori trionfante quella schiera di marinai che già da tempo stavano tramando contro il Governo repubblicano, ed a loro si unirono preti e nobili che avevano tanto bramato di riottenere l’oscurantismo dei loro  dogmi e i privilegi elitari garantiti dal Borbone.

Quel tragico  mattino di aprile, all’avvistamento della flotta, dopo  ore di feroci combattimenti, i nostri patrioti incalzati dal nemico avevano cercato di trovare riparo nei luoghi più impensabili: cantine, grotte, presso le case degli amici, nelle cappe dei camini, negli armadi, ma nel giro di un paio di giorni erano stati stanati dagli sgherri guidati dalle spie, fatti prigionieri ed ammassati in catene nelle stive delle navi inglesi.

Finirono nella stessa stiva i tre sacerdoti, Scialoja, Lubrano e de Luca, e poi Vincenzo Assante, Francesco Buonocore, Giuseppe Cacace, Andrea Florentino, Salvatore Schiano, Onofrio Schiavo, Francesco Feola, Giacinto Calise, Cesare Albano di Spaccone, Michele Costagliola, Michele Ciampriamo e Leopoldo D’Alessandro.

Laceri, sanguinanti, e torturati, avevano conservato la loro dignità e l’amore per quel fuoco sacro che li aveva resi eroi nel sacrificio della loro vita. Trascorsero un’interminabile serie di giorni e notti incatenati ed affamati e ben consapevoli del patibolo che li attendeva.

 

-Io voglio solo sperare che Dio ci accolga da martiri e che queste sofferenze siano suffragio per la nostra anima.

Pregava silenzioso Antonio Scialoja, mentre gli altri sacerdoti a stento trovavano la forza di annuire.

-Ho visto mio figlio morire…. – lacrimava Giacinto - È morto da piccolo eroe ed ora che sto per raggiungerlo la morte non mi fa paura, anzi, spero giunga presto, e presto si abbatta sui Borbone la maledizione del nostro tormento e la giustizia divina!

-Hanno preso tutti…. – singhiozzava il Comandante Buonocore – ho visto mia moglie trascinata su una nave con i mie bambini al seguito. Che ne sarà di loro, e di quel figlio che lei porta in grembo e di cui non vedrò mai il viso?  Che ne sarà di loro?

-Tutti abbiamo dei cari che stanno patendo le nostre stesse sofferenze. –  cercava di consolarlo  don Antonio - Non possiamo fare altro che pregare per loro come ora loro staranno facendo per noi. Anch’io sto pensano alle persone della mia famiglia, a quei nipotini che amo tanto ed a quegli amici che non rivedremo più.

-Bernardo!? Cosa ne è stato del Commissario? – farfugliò Calise tra lamenti e lacrime, ripensando agli amici cari.

-Mi pare di averlo visto ad Ischia! – bisbigliò il giovane soldato D’Alessando, raggomitolato in un angolo della stiva.

-No, vi sbagliate, era con noi a Procida quando siamo stati assaliti. Ha combattuto con gli altri soldati per le strade, i campi, poi è stato colpito da una pallottola.  Avrei tanto voluto soccorrerlo, ma gli sgherri mi stavano addosso e così l’ho lasciato nei frutteti giù alla Corricella. Mi dispiace, sono stato un egoista. L’ho visto esanime, perdeva molto sangue, ma non ho potuto fare nulla per lui. -  fece il dottor Assante con pietoso rammarico.

-Si, l’ho visto anch’io! Lo hanno preso in pieno! Ho chiesto ad un altro contadino di andare a soccorrerlo nel frutteto, poi gli sgherri mi hanno catturato. Ma, se non ricordo male mi  pare di aver visto una donna accanto a lui. Si, c’era una donna che lo stava aiutando! – confermò  sottovoce Cesare Albano.

-Aurora! Doveva essere Aurora, la donna che lui tanto ama. Volesse il cielo che fosse lei, volesse il cielo! Povero ragazzo, già così tanto martoriato per quell’amore impossibile. Se almeno lei lo avesse soccorso ed aiutato a scappare! – sperava e implorava don Antonio con gli occhi pieni di lacrime  rivolti  al cielo.

-Se almeno Caracciolo venisse a liberarci! -  borbottò rabbioso Florentino.

-Caracciolo!!!! Doveva essere qui prima ancora di farci cadere nelle mani dei carnefici! Il povero  Alberini era andato lui stesso a Napoli, dietro mia ambasciata, ad informarlo su quanto stava per accadere, e Caracciolo  aveva garantito il suo intervento se fossimo stati attaccati! Siamo qui sotto da un mese e mezzo e lui non si è nemmeno visto! La verità è che da Napoli ci hanno abbandonato a noi stessi! Da quando è stata proclamata la Repubblica ed hanno affidato a noi l’amministrazione delle isole se ne sono lavate le mani! Nessun soldato francese ci ha mai presidiati e noi da soli non potevamo certo far miracoli! La gente non ci ha mai voluti ed hanno atteso con gioia il ritorno del Borbone. Quando mi hanno arrestato, prima ancora delle guardie, sono stati gli ischitani a darmi addosso per trucidarmi!  Ma come volevamo sperare di cambiare questo maledetto popolo di lazzari! - recriminava disperato il Comandante Buonocore.

-Napoli…Napoli! Ma se non hanno i mezzi nemmeno per difendere loro stessi, come potevano venire difendere noi! La verità è che questa rivoluzione l’hanno voluta solo un pugno di uomini, è stato il sogno di pochi e i più hanno fatto presto a stroncarlo nel sangue! Speriamo che almeno la storia ci renderà giustizia!! - ribatté nervoso don Antonio.

-E questo vi consola? – riprese incollerito Buonocore – Sapete cosa vi dico? Il Borbone manipolerà anche la storia, cancellerà i nostri nomi e quelli che verranno non sapranno mai la verità. Passeranno ignari sulle nostre tombe ed il nostro esempio non gioverà a nessuno!

-Parlate da uomo ferito – replicò il sacerdote – e non vi biasimo per questo – ma perdere anche questa speranza è un peccato che commettete contro voi stesso. La storia farà fatica e darci giustizia, probabilmente passeranno dei secoli, ma alla fine sono sicuro che la verità tornerà alla memoria dei nostri posteri e ci sarà resa giustizia!

-E la giustizia di cui parlate ci restituirà la vita? Siete consolante don Antonio, ma la verità è che abbiamo vissuto finora di speranze e stiamo per morire da disperati! Il dolore che stiamo provando adesso la vostra estrema fede non lo mitiga!

-E invece dovrebbe! Ora sto per essere sconsacrato e quindi posso anche concedermi la possibilità di credere in qualcosa che quest’abito finora non mi ha mai consentito di fare. Ora ripenso alla speranza di cui mi parlava con tanto calore l’amico Bernardo. Ebbene, voglio credere anch’io nella possibilità di una vita nuova, in un’epoca diversa, quando tutto questo che stiamo vivendo sarà storia e noi, da uomini liberi, torneremo a parlarne!

-Io non credo più a niente, non ho più un Dio né Santi, so solo che ho dato la mia vita per la Repubblica e la Repubblica se l’è presa, e con la mia vita quella delle persone che più ho amato. Nulla ha più senso, cosa ne sarà di me dopo la morte, se c’è un mondo dall’altra parte, se ci sarà una nuova vita dopo. L’unica amara certezza è che sto per morire e tutto finirà con me!

-Non vi biasimo, Comandante, non vi biasimo! Nella disperazione ognuno ascolta il proprio cuore e se il vostro vi detta queste parole, non posso essere io a farvi intravedere una nuova luce. Siamo tutti avvolti nelle tenebre adesso. Il mio intento è solo quello di aiutarci ad affrontare un comune destino con un’estrema speranza nel cuore.

-A me piacerebbe tornare in una nuova vita e ritrovare tutto ciò che ho lasciato – sibilò  il giovane D’Alessandro, raggomitolato su se stesso  e tremante per la febbre alta.

-Anch’io ho amato una donna che avrei voluto sposare, con cui avrei voluto avere dei figli, una vita serena e comprendo che le pene del Comandante Buonocore sono più gravi delle mie perché lui ha avuto tutto questo e lo perde, mentre io perdo solo la speranza di ciò che avrei voluto avere. Ma tutti noi amiamo la vita e non possiamo non desiderare di averne una migliore in un’epoca diversa. Grazie don Antonio, non so se le nostre parole si riveleranno vane,  ma di certo hanno donato luce e calore all’anima mia. Penserò alla mia nuova vita quando sarò sul patibolo e questo mi darà la forza per affrontare la morte perché segnerà l’inizio di una nuova esistenza.

 

Il castello d’Avalos, da quartier generale dei repubblicani fu trasfigurato in macabro tribunale di morte. Iniziarono i processi sommari con le sentenze di condanna a morte già scontate: i patrioti più noti  furono portati dinanzi alla corte per il malvagio gusto di svillaneggiarli, altri furono condannati direttamente,  senza che per nessuno di loro fosse presente un avvocato a difenderli.  Al terribile giudice Vincenzo Speciale  si affiancarono il governatore Michele De Curtis, un certo capitano Chianchi, giunto da Salerno, e due scrivani portati da Palermo, Gaetano Leanza e Giovanni Scurto.

I primi a comparire dinanzi al tribunale dell’orrore furono i tre sacerdoti Scialoja, Lubrano e De Luca.

Era riuscito a sfuggire alla cattura il buon Antonio Scialoja, rifugiandosi in un vicino pagliaio della campagna chiamato le Cantine, ma non volle ascoltare i consigli di un amico fidato che lo esortò ad imbarcarsi con lui ed a fuggire in Sardegna. Braccato dalle guardie borboniche fu scovato dalla spiata di un altro prete che gli era sempre stato contro.

-Siete voi Antonio Scialoja, nato a Procida il 6 luglio 1744 dal medico Donato Scialoja e da Rosa Schiavo?

-Si, sono io.

-E’ vero che già da un po’ stavate disonorando corona, scrivendo libri proibiti?

-Sono sempre stato un repubblicano!

-Un repubblicano, di cosa? Della vostra Repubblica della schifezza?

-Della Repubblica degli uomini liberi!

-Degli uomini illusi, volete dire! Siete stato il braccio destro di quell’altro pazzo scellerato Bernardo Alberini! E’ vero? Ditemi dove si nasconde e cercherò di essere indulgente con voi!

-Siamo repubblicani non traditori!

-Avete aiutato Alberini ad impartir regole ed avete predicato il catechismo dei senza Dio come voi. E’ vero?

-Sono pronto a rifare tutto ciò ho fatto, con il cuore e la ragione. Ma voi non meritate risposta, sarà Dio a giudicarmi. Voi siete solo un servo del  Borbone tiranno!

-Siete la vergogna dei preti! Vi farò strappare quell’abito che non siete stato degno di portare e il giorno della vostra esecuzione porterò tutta la vostra famiglia vestita a festa ad assistere davanti al patibolo!

-Oltre ad essere un sevo del Borbone siete un demono. Solo un  demonio può servire Lucifero!

-All’inferno ci andrete voi e quelli come voi che hanno creduto di essere più forti del nostro glorioso re. A morte!

 

Niccola Lubrano aveva cercato di sfuggire alla cattura, nascondendosi nella cappa di un camino in casa di un maestro, Ignazio della Terra, ma una donna che era stata rimproverata più volte dal rigido sacerdote per le impudiche vesti o maniere, lo denunciò alle guardie e lo fece arrestare. Come Scialoja, dopo il processo sommario, fu incatenato su una nave inglese per essere sconsacrato a Cefalù per poi ritornare a Procida ad ascendere al patibolo. Dimostrò  imperturbabilità e rassegnazione e la sua lunga carcerazione fino all’esecuzione della sentenza fu una vera e straziante agonia.

-Siete voi Niccola Lubrano nato a Procida, o meglio a Vivara, nel 1733?

-Si.

-Siete stato curato e vicario di Terra Murata?

-Si.

-Vergogna, vergogna! Voi e Scialoja appartenete a due famiglie tra le più in vista dell’isola, e vi siete venduti ai traditori predicando le loro bestemmie assieme quell’altro di Ischia ed a quello di Napoli, Antonio de Luca e Marcello Eusebio Scotti! Sappiamo i nomi di tutti e a nessuno di voi sarà risparmiata la forca! Siete stati dei preti sacrileghi!

-Predicare la libertà e l’uguaglianza non ha nulla di sacrilego!

-Ah, no, e predicare contro il vostro re? Non è un sacrilegio questo?

-Io sono un uomo libero!

-Fandonie! Voi siete un uomo morto! Portatelo sulla nave!!!Sconsacrazione e capestro!

 

Don Antonio De Luca, stretto collaboratore del Comandante Buonocore, così come lo era stato Scialoja per Alberini, aveva piantato l’albero della libertà ad Ischia e predicato la Repubblica nella chiesa dello Spirito Santo. Non ebbe nemmeno il tempo di scappare che subito fu arrestato ad Ischia  a furor di popolo e portato a Procida dinanzi al suo giudice assassino.

-E voi siete Antonio De Luca, nato ad Ischia da Francesco ed Anna Maria Santangelo nel 1737.

-Si.

-Tre preti con la testa bianca. Voi, Scialoja e Lubrano avreste dovuto dare il buon esempio ed invece vi siete mesi a piantare alberi della vergona ed a predicare diavolerie!

-Abbiamo parlato al popolo della libertà!

-Vergognatevi, davanti al re e davanti al Dio!

-Non esiste alcun re. Per la Repubblica morirò da eroe. Dio ci prenderà in gloria perché saremo martiri e non assassini come voi!

-Serpi, erba velenosa! Vi sradicherò tutti, fino all’ultimo come i vostri alberi infami! Via! Anche voi a Cefalù con gli altri due. Il vescovo dovrà strapparvi di dosso un abito sacro che non siete stati degni di portare! A morte, senza pietà! A morte!

 

Ultimo a comparire davanti a quel giudice mostruoso  fu Francesco Buonocore. Su di lui Speciale esercitò un accanimento perverso, umiliandolo oltre ogni umana misura, più degli stessi popolani di Ischia che, nel consegnarlo alle guardie borboniche, lo avevano massacrato a botte e sputi, riducendogli a brandelli la divisa repubblicana, tanto da farlo giungere sulla nave inglese insanguinato e vestito solo di catene.  E come se non bastasse avevano inveito ferocemente anche sull’albero della libertà, sradicandolo e riducendolo in  pezzi, e con l’albero la bandiera tricolore ed il suo palazzo: lo saccheggiarono da capo a piedi, mettendo in fuga la moglie incinta coi  tre bambini inorriditi che finirono rinchiusi nelle celle del castello d’Ischia.

-Francesco Buonocore nato ad Ischia nel 1769 da Crescenzo e Giuseppa Corbera di Casamicciola. Anche voi qui! Il re Ferdinando quando ha saputo di voi  non poteva crederci! Proprio voi!  Quale vergogna, quale onta per la vostra famiglia! Proprio voi, persona fidata  di sua maestà con cui avevate anche stretto rapporti di parentela, proprio voi che mettevate a disposizione il vostro palazzo ad Ischia per le sue vacanze, proprio voi che con tante cerimonie ospitavate tutta la corte e vi prendevate cura di far preparare duecento letti comodi,  proprio voi che siete stato da lui stesso consolato quando la vostra prima moglie Maria Luigia Alcubiere morì di parto e lui vi fece ottenere la licenza di sposare la di lei sorella, Francesca da cui avete avuto tre figli ed il quarto in arrivo. Ma come fate a non provare vergogna per voi stesso? Infame, traditore, venduto! Vi farò impiccare e costringerò vostra moglie ed i vostri figli a guardarvi mentre penderete dal capestro! E’ già da un po’ che vi tenevamo d’occhio, sapete? Da quando vi eravate dimostrato amico e generoso verso quei rei che erano stati relegati ad Ischia dopo l’esecuzione di quei tre maledetti nel ’94, Emmanuele de Deo, Vincenzo Vitaliani e Vincenzo Galiani. Il governatore De Curtis ci aveva bene informati in merito alle vostre buone maniere con  Antonio e Francesco Letizia, Fedele Mazzola e Francesco Buono che abbiamo mandato in esilio il più lontano possibile. Serpe, ingrato, lurido giacobino! Farò distruggere tutto di voi, dal palazzo alla famiglia, farò arrestare anche vostra moglie che vi ha appoggiato! Pagherete tutti l’alto tradimento alla corona e voi più degli altri! A morte! Ma prima vi voglio torturato così tanto che dovrete implorarci di portarvi al patibolo!!! Serpe!

-Morirò da uomo libero, tu sarai per sempre un servo e morirai impazzendo al ricordo di tutti noi!

 

Per gli altri patrioti Vincenzo Speciale sentenziò direttamente la condanna a morte: Andrea Florentino, possidente di anni 41, Salvatore Schiano, notaio di anni 53, Onofrio Schiavo, farmacista di anni 46, Vincenzo Assante, chirurgo di anni 55, Francesco Feola, artigiano di anni 40 , Giacinto Calise, marinaio di anni 36, Cesare Albano di Spaccone, contadino di anni 24, Michele Costagliola, mastro d’Atti di anni 32, Michele Ciampriamo, possidente napoletano residente ad Ischia di anni 41, Leopoldo D’Alessandro, soldato ischitano di anni 24 e Giuseppe Cacace, sorrentino di anni 24.

 

 

 

 

Procida 1799. La rinascita degli eroi. Introduzione di Renata De Lorenzo

Procida 1799. Cap. I "Un destino segnato"

Procida 1799. Cap. II "La luce dell'Aurora"

Procida 1799. Cap.III "Il dolce soffio della Libertà"

Procida 1799. Cap.IV "Luci ed ombre della Repubblica"

Procida 1799. Cap. V “Un posto nella storia”

Procida 1799. Cap. VI "Isole nel vento rivoluzionario''

Procida 1799. Cap. VII "Verso Napoli nella tempesta"

Procida 1799. Cap. VIII "Signora Libertà"

Procida 1799. Cap.IX "La sommossa dei realisti"

Procida 1799. Cap.X "Amari presagi"

 Procida 1799. Cap. XI "E venne marzo"

 

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