Niccolò Fiorentino, “genio” illuminato, martire repubblicano

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Di Niccolò Fiorentino, avvocato repubblicano moderato, salito sul patibolo di Piazza Mercato a Napoli il 12 dicembre 1799, si è onorata la memoria recentemente grazie al lavoro sinergico della storica Antonella Orefice e del comune di Pomarico, cittadina della Basilicata dove Niccolò nacque il 23 aprile 1755 da Giuseppe e Giulia Sisti di Melfi.

Nonostante la tentata distruzione della memoria storica operata dai Borbone, lo studioso Mariano D’Ayala, riuscì a ricostruire una esauriente biografia del personaggio, raccogliendo notizie da fonti scritte e orali durante la prima metà dell’Ottocento. Bambino prodigio, a dieci anni Niccolò studiò nel seminario di Tricarico e a quattordici anni, era già un vero e proprio genio, tanto da vincere la cattedra di matematica presso il Liceo di L’Aquila; tuttavia, siccome non aveva ancora compiuto i quindici anni richiesti per legge, non poté assumere servizio.

 

Proseguì gli studi e si laureò in giurisprudenza a Bologna intraprendendo  una brillante carriera, dapprima come docente  di matematica e filosofia razionale a Bari, poi come soprintendente agli studi della Regia Scuola, e in seguito come Governatore in Calabria e Campania.

Le pubblicazioni dei  "Princìpi di giurisprudenza criminale" del 1782, e “Principi e Istituzioni di pratica criminale” nel 1785 segnarono la svolta nell’avvocatura. Sulle orme del successo dell’opera di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”, Fiorentino fece suoi i princìpi dell’illuminismo.

E’ storia nota che, dopo la rivoluzione francese del 1789, nel regno borbonico gli intellettuali illuminati che avevano fatto propri i  princìpi di libertà ed eguaglianza iniziarono ad essere perseguitate. Ciononostante,  Fiorentino riuscì a pubblicare un altro testo importante “Riflessioni sul Regno di Napoli”  nel 1794, e da allora la sua scelta, seppur graduale, verso quelle che allora erano idee rivoluzionarie, lo accomunò agli altri illuministi del Regno. Il momento cruciale fu la fuga del re Ferdinando IV.

L’adesione al nuovo governo rivoluzionario avvenne con la composizione di un Inno a San Gennaro in cui si rivolgeva al Santo protettore della città, per chiedergli di conservare la libertà, dopo la vile fuga del re, e di ispirare nei cuori dei cittadini “l’ardore per l’Eguaglianza e la Libertà” affinché nel nuovo governo  potessero finalmente trionfare non i privilegi e le adulazioni, ma il merito e la virtù, e che  le prigioni non fossero piene di “zelanti Cittadini, ma di veri “rei e di malandrini”.

Confidando  che solo il giusto e la ragione, ossia le Virtù Repubblicane avrebbero reso vane le menzogne e il potere dei tiranni, l’Inno si concludeva con una  invocazione al Santo della città: “Istruisci, o San Gennaro, Nostro caro Padre amato, lo Montracchio e lo Mercato sul governo popolar”.

Molto nobile e memorabile fu l’appello di Niccolò Fiorentino ai giovani cittadini studiosi, con cui li invitava alla mobilitazione attiva:

“Giovani cittadini, distruggete quel terribile mostro divoratore delle Repubbliche, chiamato egoismo”.

Questa citazione è stata recentemente apposta dal Comune di Napoli e l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, su una targa commemorativa nella basilica del Carmine Maggiore di Napoli, in prossimità dei sacelli nei quali furono seppelliti i resti di Fiorentino e di altri martiri della Repubblica Napoletana del 1799.

Anche Niccolò Fiorentino, come Onofrio Tataranni, era cattolico e  pertanto convinto che non ci fosse contrasto tra il messaggio umanitario e democratico dei filosofi illuminati e quello che appare nei Vangeli.

Sebbene  non avesse ricoperto alcun incarico  nel corso della Repubblica, durante l’ecatombe controrivoluzionaria Fiorentino venne arrestato e condannato solo per aver  pubblicato un commento sulla Costituzione Repubblicana, un Inno a S. Gennaro per la conservazione della libertà, e due proclami, uno indirizzato alla gioventù studiosa, l’altro contenente un Ragionamento su la tranquillità della Repubblica.

In effetti egli fu semplicemente arrestato per eccessivo amore della libertà.

Mariano D’Ayala, nel ricostruirne la biografia, riportò alla memoria dei posteri  le memorabili parole con cui l’avvocato di Pomarico difese davanti al giudice carnefice, non tanto se stesso, ma quel sogno democratico e indelebile che Napoli con fierezza visse nel 1799.

“Il re fuggì lasciando il regno povero e scompignato e voi, ora, ministro di quel re, parlate a noi di legge, di giustizia di fede. Quali leggi? Quelle emanate dopo le azioni! Quale giustizia? Il processo segreto, la nessuna difesa, le sentenze arbitrarie! E quale fede? La mancata nella capitolazione dei castelli! Vergognate di profanare i nomi santi della civiltà al servizio più infame della tirannide! Dite che i principi vogliono sangue e voi di sangue li saziate; non vi date il fastidio dei processi e delle condanne, ma leggete sulle liste i nomi dei proscritti e uccideteli; vendetta più celere e più conforme alla dignità della tirannide. E infine, poiché amicizia mi protestate, io vi esorto ad abbandonare il presente ufficio di carnefice, non di giudice, e a riflettere che se giustizia universale, che pure circola sulla terra, non punirà in vita i delitti vostri, voi, nome aborrito, svergognerete i figli, e sarà per i secoli a venire la memoria vostra maledetta”.

 

 

Bibliografia:

M.D'Ayala, Vite degli italiani benemeriti della libertà e della Patria uccisi dal carnefice, Torino 1883.

 

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