Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Napoli 1799. Cap. V - Il governo di Napoli dopo la fuga del re

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Quando il re Borbone scappa in Sicilia, il 23 dicembre 1798, Napoli si trova in enormi difficoltà di governo. Il vicario del re, infatti, il principe Francesco Pignatelli, proprio perché rappresenta un monarca dal potere annullato, non riesce ad esercitare l’autorità che la carica rivestita ed il particolare momento storico richiedono. Per di più il vicario si è discretitato agli occhi del popolo, dopo il precipitoso ordine del 28 dicembre col quale, per evitare l’eventuale caduta in mano nemica, ha decretato di dare fuoco alle lance cannoniere ancorate nel porto.

Dalla palese difficoltà del Pignatelli cerca di trarne vantaggio “La Città o Senato della Città”. E’questa un’antica istituzione del Regno che rappresenta la municipalità di Napoli e le province. ”La Città” è un organo di potere, formato da sette membri, di cui sei rappresentanti dei nobili ed uno rappresentante del popolo. I nobili, per antica consuetudine, sono eletti nei cinque “sedili”[1] –istituzioni succedute alle fratrie[2] in cui era divisa Napoli sino all’undicesimo secolo- mentre il popolare, che pur rappresenta l’intera popolazione, è eletto dal re.

Per la verità,l’autorità del “Senato della Città”, con gli Spagnoli e con il primo Borbone non ha molta autorità.”Però, partito Ferdinando, gli Eletti cavaron fuori un vecchio privilegio elargito da Federico II e confermato poi da vari sovrani, compresi quelli di Spagna, secondo il quale, vacando il trono,spettava agli Eletti, alla Città,come dicevasi, il governo dell’intero Reame”.

E così il 30 dicembre gli Eletti della Città nominano una “Deputazione del Buon Governo”, che ha il compito di organizzare la milizia urbana e di intavolare trattative con i Francesi, per raggiungere una pace onorevole ed evitare, nel contempo, i danni economici di un’occupazione straniera ed il pericolo di un governo giacobino.

Anche il popolo pensa anarchicamente di costituire un “potere”, le cui finalità non sono ben chiare. Infatti, è diviso tra le idee dei pochi agitatori giacobini e quelle degli infiltrati della regina Carolina, che spera in un’immediata sommossa che allontani i Francesi e restituisca il trono a Ferdinando.Vicario ed Eletti non riescono, però ad incanalare il dissenso popolare che diventa sempre più pericoloso.

La Giunta degli Eletti, intanto, non riesce a trovare un progetto di governo, anzi si divide su due ipotesi. Una parte, infatti, che fa capo ad Antonio Capece Minutolo principe di Canosa, sogna una rerepubblica aristocratica, una “Real Repubblica di Napoli”; un’altra parte, invece, pensa che il tutto si possa risolvere con un accordo con i Francesi, ritenendo che il nocciolo della questione stia nella possibilità di affidarsi a dinastie diverse.

Mentre i due schieramenti della Giunta si confrontano, il vicario Pignatelli intavola le trattative con Championnet, che portano al gravoso armistizio di Sparanise del 12 gennaio 1799.

A tale decisione il popolo si ribella e,ritenendo di potersi difendere da solo, si affida al comando di Girolamo Pignatelli principe di Moliterno e di Lucio Caracciolo duca di Roccaromana, fedeli ufficiali borbonici che già hanno combattuto contro i Francesi. Il 15 gennaio il popolo, con furia e  rabbia, assale i castelli del Carmine, di Sant’Elmo, dell’Ovo e Castelnuovo. Sono liberati i detenuti ed i galeotti. Tutta la città soffre di tumulti, violenze e saccheggi.

Il 16 gennaio il vicario del re Pignatelli lascia la città per fuggire a Palermo. 

Nei giorni immediatamente seguenti succede di tutto. Il Moliterno ed il Roccaromana tentano di arginare la sommossa popolare; si recano, quindi, da Championnet e chiedono l’annullamento del precedente accordo e la stipula di un nuovo trattato. Di fronte al diniego del generale francese si lasciano andare a minacce di battaglia che non impauriscono certo Championnet.

Il risultato negativo dell’ambasciata napoletana presso il campo dei Francesi consolida il dissenso e fomenta i tumulti nella città. Con mossa repentina, infatti, in un clima di anarchia generale, il popolo destituisce dal comando il Moliterno ed il Roccaromana e si affida ai capilazzari Michele Marino, Giuseppe Paggio e Antonio Avella. “Rimasta Napoli in potere dei rivoltosi, non è a dire in quali eccessi si arrivò: nulla venne risparmiato di ferocia e di sangue; e, malgrado questo, nissuno osava resistere all’onda incalzante dei disordini e delle devastazioni. Dei liberali, partesi era ricoverata nel campo dei Francesi, parte si era nascosta nella stessa città,per sottrarsi all’ira di quei forsennati. Dei realisti, i migliori erano chiusi in casa, o aveano preso la via dell’esilio; gli altri, vuoi per paura, vuoi per vendetta, si erano confusi con le orde sgfrenate, seguendone compiacenti le efferatezze”.

Dal 19 gennaio Napoli è completamente nelle mani dei lazzari. Ma per pochissimo tempo. I Francesi sono già alle porte della città! Vi entrano, dopo un duro combattimento, alle quattro del pomeriggio del 23 gennaio. Championnet incede maestoso con tutto il suo stato maggiore; alla sua destra vi è il capolazzaro Michele Marino, detto ‘o pazzo, nella sua fiammante divisa da colonnello.

 

 



 

 

[1] A Napoli e in alcune città del Regno delle due Sicile,fino al 1799, si intende ciascuno dei raggruppamenti dei nobili,la cui assemblea era investita di particolari poteri nell’ambito dell’amministrazione locale.

[2] Si definiva fràtria ciascuno dei gruppi in cui era suddiviso il popolo dell’antica Grecia, formatosi dapprima secondo un ordinamento gentilizio e familiare, che radunava famiglie originarie da un reale o presunto capostipite comune, con scopi di difesa e con funzioni sacrali e in seguito secondo un ordinamento tribale con scopi e funzioni civili (di cui la principale era il controllo del diritto di cittadinanza).

 

  

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