Luigi Settembrini e la protesta del popolo delle Due Sicilie

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Luigi Settembrini (Napoli, 17 aprile 1813 – Napoli, 4 novembre 1876), patriota e scrittore napoletano, che visse parte della sua vita nelle carceri più dure del regime borbonico, fu l’autore della Protesta del popolo delle Due Sicilie, nella quale descriveva  il sistema di oppressione che vigeva nel regno ed a cui non volevano sottomettersi coloro che intendevano diventare cittadini e non rimanere sudditi.

“La Protesta” di Settembrini fu scritta tra il 1847 e il 1848, nei  mesi immediatamente precedenti l’anno delle rivoluzioni in Europa, che avrebbe avuto quale primo focolaio d’insurrezione proprio la Sicilia.

Pertanto l’opera costituisce un documento prezioso, testimone di tutte le deplorevoli  ingiustizie e soprusi di un sistema di potere non solo illiberale, ma sottilmente studiato per opprimere le menti pensanti del regno.

Il patriota napoletano scriveva testualmente:

“Questo governo è un’immensa piramide, la cui base è fatta di birri e dai preti, la cima dal re; ogni impiegato, dall’usciere al ministro, dal soldato al generale, dal gendarme al ministro di polizia, dal prete al confessore del re, ogni scrivanuccio è despota spietato su quelli che gli sono soggetti; ed è vilissimo schiavo verso i suoi superiori. Onde chi non è tra gli oppressori si sente da ogni parte schiacciato dal peso della tirannia di mille ribaldi; e la pace, la libertà, le sostanze, la vita degli uomini onesti, dipendono dal capriccio, non dico del principe e di un ministro, ma di ogni impiagatello, di una baldracca, di una spia, di un birro, di un gesuita, di un prete…”.

Settembrini intese far conoscere a tutte le Nazioni civili d’Europa le nefandezze perpetrate dai Borbone contro uomini generosi e coraggiosi  che avevano cercato di opporsi all’oppressione, lottando per i loro diritti civili, e subendo per questo  carcerazioni e torture, fino al sacrificio estremo.

“Scopriremo le nostre piaghe, narreremo i nostri dolori, che sono immensi, insopportabili, indicibili”, scriveva, rimarcando anche la sventura di essere costretti a ricorrere alla “suprema ragione delle armi”.

Luigi Settembrini raccontò l’ingenuità di aver creduto nel 1820 ad un re quale Ferdinando I, che si era già macchiato di una terribile vergogna davanti alle Nazioni europee, anche tra quelle che lo avevano appoggiato, non rispettando l’accordo di resa dei repubblicani nel 1799, sottoscritto dagli stessi rappresentanti delle Nazioni che lo avevano aiutato a riprendere il trono.

Basta ricordare le parole dello zar, cugino del Borbone, che lo invitava a non uccidere il fiore della cultura napoletana del Settecento.

Settembrini rimarcava la buona fede, ma nel contempo l’ ingenuità commessa anche nel 1820 dai patrioti a cui era stata concessa la Costituzione per cui si erano battuti. Ricordava il tradimento, tramite la revoca della costituzione del 1820, che avrebbe portato alla condanna a morte degli ufficiali Michele Morelli e Giuseppe Silvati e alla condanna ai ferri per tantissimi patrioti dai diciassette ai trent’anni di detenzione.

“Nel 1820, sulle montagne di Avellino, un branco di uomini alzò il vessillo di una Costituzione, che fu gridata da tutti i popoli, e solennemente giurata da Ferdinando I. La Nazione non ricordò che questo re era lo stesso che, nel 1799, non riconobbe la capitolazione di Castelnuovo, dicendo che un re non patteggia con i suoi sudditi, e che aveva le mani ancora lorde di sangue; onde ingannata, venduta, svergognata da pochi traditori, credette ch’egli andrebbe a Congresso di Lubiana, per far riconoscere la Costituzione; egli tornò con un esercito della Santa Alleanza”.

In seguito Settembrini faceva riferimento a quella che allora era stata la Protesta del deputato Giuseppe Poerio, che, a nome degli altri deputati ,vedendosi accerchiato da un’armata di stranieri, dichiarò che il Parlamento Napoletano “si scioglieva per forza straniera, ma che non cessava né poteva cessare di esistere perché sempre legale”.

Furono ancora la dignità e il coraggio a prevalere, ma “ tornando Ferdinando in Napoli, rizzò forche, ordinò tribunali, i quali condannarono molte migliaia di uomini alla morte, alla galera, all’esilio, alle carceri, alla frusta”
Di Francesco I,  degno erede di Ferdinando, Settembrini ricordò, tra l’altro, la crudele repressione della rivolta del Cilento, ordinata ad  un ministro di polizia, come il  Del Carretto bramoso di poter liberamente ammazzare.

In merito alle repressioni di Ferdinando II, Luigi Settembrini evidenziava come il sistema piramidale di oppressione fosse basato anche sul “ mantenere i popoli nell’ignoranza”. Dopo aver menzionato, le successive repressioni del 1837 e del 1844, tra cui la tremenda fucilazione dei Fratelli Bandiera, nella sua “ Protesta” Settembrini non mancò di rivolgersi direttamente al Pontefice Pio IX, scrivendo: E voi, padre dei cristiani, riguardate alla nostra miseria, perché anche noi siamo figliuoli e redenti col sangue di Gesù Cristo. Pel sangue carissimo di Gesù Cristo, vi preghiamo di alzare la vostra voce, e dire a un re superstizioso e stolto che non ci costringa a spargere quel sangue, che ricadrà tutto sul suo capo; che il trono dei tiranni spesso cade e si stritola come un bicchiere di vetro; che l’ira dei popoli è l’ira di Dio, e non bisogna provocarla; che noi siamo stanchi, e la pazienza stancata diventa furore.”.

L’opuscolo ebbe un’enorme diffusione non solo in Italia, ma anche all’estero. La polizia venne mobilitata per conoscere l’autore che in breve tempo fu individuato. Il patriota e scrittore dovette rifugiarsi a Malta, tornando il 15 maggio del 1848 a combattere sulle barricate di Napoli per la libertà e la Costituzione

 

 

Bibliografia:
Luigi Settembrini, La Protesta del popolo Regno delle due Sicilie, Archivio Izzi, 2000

 

 

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