Torino capitale della Cultura oppure città sotto devastazione

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Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesima blindatura della città. La presenza dei Ministri europei della cultura è coincisa con un lampante esempio del “vivace” e stretto legame che contraddistingue sempre più il rapporto cittadino – amministratori eletti. Un'unione, quella tra eletti ed elettori, fatto di cordoni di polizia a protezione dei primi; di piazze chiuse al transito anche pedonale (in ultimo piazza Carignano causa spettacolo e conseguente cena lusso al Cambio); controlli capillari ed infinite distanze tra i padroni del vapore e chi li ha messi sul loro scranno.

Abbiamo assistito, durante il summit culturale governativo, alla vera idea di Cultura che lor signori coltivano da tempo tra le pareti dei ministeri: gran galà, spettacoli di lusso e ricevimenti tra stucchi ed affreschi decorativi. In parole povere una visione culturale che si pone all’opposto dell’inclusione.

Mai come ora, al contrario, la Cultura dovrebbe essere popolare, diretta ed aperta soprattutto agli strati più deboli della cittadinanza (coloro che leggono, quando lo fanno, solo la “rete” credendo ad ogni panzana in essa collocata).

Cultura non può trasformarsi in vernissage a corte ed eventi per molti ma non per tutti (emulando uno slogan pubblicitario in voga tempo addietro). Se poi guardiamo a Torino il disorientamento diventa assoluto nel valutare l’assegnazione fattale di “Capitale della Cultura”: titolo che la città stessa con la sua ricca Storia merita ma assolutamente no che la ha amministrata in questi ultimi venti anni.

Il capoluogo piemontese ha assistito negli anni ad un vero e proprio deperimento culturale, paragonabile solamente all’ultimo periodo bellico e le sue vaste demolizioni da bombardamento. Tra incendi (dal Duomo sino alla Cavallerizza), devastazioni da opere pubbliche (gallerie Pietro Micca, piazza San Carlo, piazza Castello  ed in ultimo piazza Carlina) ed uso di fondi quanto meno legati al criterio “ad simpatia” (associazioni private stra foraggiate a fronte di altre private di ogni sostegno pur curando beni unici nel loro genere) hanno annichilito il nostro territorio sino a spegnerlo.

Affermazioni queste avvalorate dalle ultime dichiarazioni provenienti da consiglio regionale che lamenta di non aver potuto vendere palazzo Lascaris (storica e bellissima sede) a causa dei troppi vicoli posti sull’immobile dalle Belle Arti: siamo alla mercificazione pura di tutto, altro che Cultura.

Sicuramente credo che la nostra classe dirigente non meriti di vedere assegnata la Capitale della Cultura a Torino. Per averne prova invito chi legge a recarsi poco distante dalla città pedemontana, ad esempio portandosi a Marsiglia od Avignone: esempi reali di cosa significhi “Cultura”.

 

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