L'agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe

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Francesco Giuseppe in una fotografia del 1885Lo scrittore e critico letterario Claudio Magris ha coniato la fortunata espressione di “mito asburgico” per esprimere l’immagine, sorta in ambito letterario presso alcuni scrittori della Mitteleuropa, d’un impero asburgico ordinato e cosmopolita, capace d’assicurare la convivenza fra i suoi vari popoli componenti.

Si tratta però appunto d’un “mito” d’origine letteraria: la realtà  storica era ben diversa.

Il Magris stesso ha dichiarato che il suo libro nasce appunto come critica e demolizione del mito stesso, nonostante esso sia stato ben presto frainteso e considerato da certuni quale una sua esaltazione.

L’impero austriaco ha avuto nel secondo dopoguerra una ricostruzione letteraria che ha colpito l’immaginario collettivo, ma che trova ben poca corrispondenza nella realtà storica.

Il divario esistente fra la storia effettiva della compagine statale asburgica e la sua visione immaginaria corrisponde, all’incirca, quello fra storiografia e letteratura.

D’altronde, come ha osservato Magris stesso, la medesima letteratura che ha creato il “mito asburgico” si presenta in modo caratteristicamente ambivalente nel suo giudizio sullo scomparso stato imperiale, tanto che il suo autore più rappresentativo, il Musil [1], nel suo L’uomo senza qualità, evidenzia il sostanziale vuoto su cui poggia l’impero nel vano tentativo del comitato creato per i festeggiamenti dell’anniversario di Francesco Giuseppe di reperire un valore unificante.

Questo testo offre un’immagine tagliente dell’impero asburgico prossimo  al tracollo, in una trama in cui all’uomo senza qualità del romanzo s’affianca il finto perno dell’azione (o meglio inazione) drammatica, l’inconcludente “Azione parallela” volta a celebrare i 70 anni di regno di Francesco Giuseppe (ironicamente, Musil immagina che i preparativi incomincino prima della guerra, in attesa del 1918, data del “giubileo imperiale” suddetto, e che sarà invece quella della dissoluzione dell’impero), sullo sfondo di un’entità statale amletica, che non sa chi è e che cosa vuole fare.

È rimasta giustamente celebre la descrizione della “Cacania”, ossia dell’Austria-Ungheria (Cacania è un neologismo musiliano creato da kaka, pronuncia dell’abbreviazione K.K. di Kaiserlich-Königlich, “imperial-regio”) offerta da questo grande scrittore viennese, con la sua intelligente e corrosiva ironia:

«Questo concetto dello stato austro-ungarico era cosî stranamen­te congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza.

Non era fatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si com­pletavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austro­ungarico, e quest'ultimo stava di casa in Austria, per cui il con­cetto statale austriaco era in fondo senza patria.

L'austriaco esi­steva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della Monarchia austro­ungarica rappresentati alla Camera, che sarebbe come dire un au­striaco più un ungherese meno quest'ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un'idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non po­tevan soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più com­plicata.

Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cèchi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni ».[2]

Il “padre nobile” della storiografia americana sull’Austria, Arthur J. May, nella sua importante ed influente opera The Passing of the Habsburg Monarchy è reciso nel giudicare lo stato austroungarico una realtà istituzionale in preda ad una grave crisi interna.

Egli inoltre respinge il mito asburgico, non avendo problemi a riconoscerlo come una realtà posteriore all’impero ed indotta da cause accidentali ed esterne allo stesso.

May ritiene che questa rievocazione nostalgica ed immaginosa dello scomparso stato asburgico sorga soltanto quando Stalin s’impadronisce, al termine della seconda guerra mondiale, di gran parte dei vecchi territori imperiali.[3]

In Italia è abbastanza conosciuto il ruolo dell’Austria asburgica nel mantenere l’Italia divisa al suo interno e sottomessa allo straniero.

È invece meno diffusa la consapevolezza di come l’impero abbia direttamente attentato all’identità nazionale italiana, proponendosi obiettivi di snazionalizzazione e di vera e propria sostituzione etnica.

Già il Lombardo-Veneto si trovò sotto il dominio asburgico in condizioni di crescente dipendenza dal governo centrale viennese[4] e di sua germanizzazione imposta dall’alto, come denunciavano i suoi stessi rappresentanti politici e la sua società civile.[5]

Questo avvenne per la struttura interna stessa dell’impero asburgico, poiché non fu un evento accidentale od una misura secondaria, ma corrispose alla dinamica naturale di questo tipo di stato.

In sostanza, l’autorità imperiale cercava d’inserire il Lombardo-Veneto all’interno di un’area storica, geografica, culturale ed etnica ad esso estranea, la cosiddetta “Mitteleuropa”, subordinandone l’economia e la società agli interessi di quella austriaca ed imponendo leggi e misure contrarie alle sue tradizioni ed interessi.[6]

Significativamente, esso veniva sottoposto ad un intensissimo sfruttamento economico da parte del potere centrale viennese, che si serviva delle risorse locali, drenate con la tassazione, per finanziare le regioni d’oltralpe.[7]

Il feldmaresciallo austro-boemo Josef Radetzky giunse a minacciare gli abitanti del Lombardo-Veneto di far ripetere in Italia le cosiddette “Stragi di Galizia”.

In questa regione asburgica una grave crisi agraria determinò nel 1846 un’estesa insurrezione di contadini ruteni, che condusse al massacro di diverse centinaia di proprietari terrieri polacchi.

La rivolta non incontrò nessuna efficace resistenza dalle autorità militari e di polizia asburgiche e si sospettò che gli amministratori imperiali avessero fomentato e favorito l’insurrezione, per poter meglio controllare la regione galiziana aizzando tra di loro le sue diverse etnie.

Anche nel Lombardo-Veneto vi furono nel 1846-1847 diversi tumulti provocati dalla crisi agraria, che furono attribuiti da buona parte dell’opinione pubblica all’azione sobillatrice del governo.[8] Scrive uno studioso competente sulla materia come lo storico Marco Meriggi: «La definizione di germanizzazione, che i contemporanei coniarono e che quasi tutti gli storici hanno ripreso, trovandosi a descrivere la caratteristica saliente delle dinamiche politiche dell’Impero nel periodo in questione, è sicuramente fondata».[9]

Il “regno” del Lombardo-Veneto chiudeva la propria esistenza nel 1866. Rimanevano però sotto il dominio asburgico altre regioni abitate da italiani: il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, la Dalmazia.

L’imperatore Francesco Giuseppe decise pertanto di procedere alla loro de-italianizzazione, tramite la sistematica “germanizzazione e slavizzazione” di queste terre.

La sua decisione in tale senso fu formalizzata nel Consiglio della Corona del 12 novembre 1866. Il verbale recita testualmente: «Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno».[10]

L’ordine imperiale è abitualmente tanto conosciuto dagli storici quanto sconosciuto al grande pubblico, ad ulteriore  riprova del contrasto fra la realtà storica ed il falso “mito asburgico”.

La citazione del verbale del consiglio dei ministri asburgico del 12 novembre 1866, con l’ordine categorico di procedere alla germanizzazione e slavizzazione delle popolazioni italiane suddite dell’impero, si ritrova in innumerevoli studi, compiuti da storici di differenti nazionalità, in anni diversi e nel corso di studi indipendenti fra loro.[11]

Si può riportare a suo commento il parere espresso dal professor Luciano Monzali nel suo fondamentale studio sugli italiani di Dalmazia.

«I verbali del Consiglio dei ministri asburgico della fine del 1866 mostrano l'intensità dell'ostilità antitaliana dell'imperatore e la natura delle sue direttive politiche a questo riguardo.

Francesco Giuseppe si convertì pienamente all'idea della generale infedeltà dell'elemento italiano e italofono verso la dinastia asburgica: in sede di Consiglio dei Ministri, il 12 novembre 1866, egli diede l'ordine tassativo di “opporsi in modo risolutivo all'influsso dell'elemento italiano ancora presente in alcuni Kronländer e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione, a seconda delle circostanze, delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo”».[12]

La decisione di Francesco Giuseppe non segnava comunque una frattura radicale con la politica austriaca del recente passato, sia perché, come si è visto, già nel Lombardo-Veneto s’erano attuate politiche di germanizzazione, sia giacché questo famoso verbale del 1866 dava corpo a progetti coltivati in precedenza da altissime personalità dell’impero.

Ad esempio, già il feldmaresciallo Radetzky aveva progettato una pulizia etnica in Dalmazia, affermando: «Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione».[13]

Minacce analoghe contro gli italiani erano giunte ben prima del 1866 anche da un governatore di Trieste, il generale Ferencz Gyulai (poi feldmaresciallo, vicerè del Lombardo-Veneto e comandante l’esercito austriaco nella guerra del 1859).

Nel 1848 fu pubblicato sul giornale ufficiale governativo l’Osservatore Triestino un articolo di sua ispirazione, in cui s’avvisava in termini minatori che era possibile incitare le masse slave dell’Istria contro gli italiani, provocando una guerra civile.[14]

L’idea espressa dal Gyulai era quindi analoga, ancora una volta, allo schema delle “Stragi di Galizia”, con il proposito di sobillare un’etnia più fedele all’impero per aggredire un’altra che desiderava l’indipendenza.

Per gli intenti di snazionalizzazione prefissi dal consiglio dei ministri imperiale nel 1866 più che di novità si può pertanto parlare di continuità.

Questo indirizzo politico si manifestò in Venezia Giulia e nel Trentino in misure ed iniziative che interessarono specialmente il settore scolastico (favorendo gli istituti in lingua tedesca o slovena, non aprendo oppure chiudendo istituti scolastici italiani) ed il pubblico impiego e la burocrazia (avvantaggiando le assunzioni e promozioni di slavi, la cui immigrazione era fortemente favorita, mentre al contempo si procedeva ad espulsioni d’italiani), mentre nella stampa s’adottarono restrizioni contro i giornali liberali (ad esempio, in un caso Il Piccolo fu soggetto a sequestro, mentre L’Indipendente fu colpito da sospensione).

La comunità italiana, talvolta per tramite del comune di Trieste o dell’episcopato di Trento, criticò sovente le scelte delle autorità statali, contestando anche la politica religiosa (con la nomina di vescovi slavi per Trieste e l’aumento d’ecclesiastici sloveni e croati, spesso sostenitori dei rispettivi movimenti nazionali, oppure le politiche di germanizzazione con connotazioni anticattoliche e vagamente protestanti nel Trentino) e l’attività della polizia (accusata d’arbitri a scapito degli italiani).

S’ebbero anche accuse di germanizzazione o slavizzazione dei nomi geografici e dei cognomi, con pubbliche proteste e denunce per iscritto.

Il contrasto politico fra l’autonomismo degli italiani ed il centralismo dello stato, in cui era egemone l’establishment austriaco, s’intersecò in tal modo alla rivalità nazionale fra italiani da una parte, austriaci e slavi del sud dall’altra.[15]

Uno dei più grandi storici italiani, Ernesto Sestan, nel suo classico studio sulla Venezia Giulia ha dato risalto alla duplice azione di difesa condotta dagli italiani di tale regione sia contro la germanizzazione proveniente dal centralismo statale sia contro la slavizzazione operata dai nazionalisti slavi e croati.

Germanizzazione e slavizzazione, ossia potere centrale e nazionalismo slavo, erano alleati fra loro, in parte perché Vienna riteneva più fedeli sloveni e croati, in parte perché il senso nazionale di questi ultimi trovava spesso espressione nel cosiddetto austro slavismo, un’ideologia politica che si prefiggeva il raggiungimento delle finalità nazionalistiche degli slavi del sud all’interno della compagine statale asburgica e con l’appoggio dell’impero.[16]

Un recente studio di Gerd Pircher contribuisce invece a documentare quale destino si progettasse per il Trentino durante il primo conflitto mondiale: una volta ottenuta la vittoria si doveva conservare parzialmente la giurisdizione militare, proclamare il tedesco come unica lingua ufficiale, imporre il tedesco nelle scuole, procedere ad una epurazione dell’amministrazione, germanizzare i toponimi e le insegne (come già s’era iniziato a fare), favorire l’immigrazione austriaca con fini di colonizzazione ecc.

Questi piani erano sostenuti da una cerchia di militari, capeggiati dall’arciduca Eugenio e dai generali Alfred Krauss e Viktor Dankl, che si proponevano la snazionalizzazione del Trentino e la sua germanizzazione, ritenendo praticamente ogni italiano un individuo potenzialmente ostile all’impero ed internando o deportando chiunque  fosse ritenuto politicamente inaffidabile.[17]

Anche se coinvolse pesantemente pure il Trentino e la Venezia Giulia, la snazionalizzazione degli italiani ordinata dall’imperatore raggiunse comunque il massimo della sua pressione in Dalmazia.

Lo strumento principale per slavizzare la regione fu la cancellazione sistematica della cultura italiana nelle scuole.

Osserva il professor Monzali: «Da questi presupposti ideologici, che negavano una realtà di fatto esistente, quella delle città dalmate bilingui e multietniche […] il passaggio ad una politica di snazionalizzazione e assimilazione nei confronti dei dalmati italiani e italofili fu rapido.

La questione scolastica divenne ben presto centrale, con l’abolizione dell’italiano come lingua d’istruzione nelle scuole dalmate ed il rifiuto delle autorità provinciali e comunali nazionaliste di finanziare con soldi pubblici le scuole in lingua italiana che sopravvivevano.»[18]

A partire dal 1866 non solo nessuna scuola italiana fu aperta dalle autorità, ma finirono con l’essere chiuse quasi tutte quelle che esistevano, questo in una regione in cui in pratica da sempre la cultura scritta e dotta era stata principalmente od esclusivamente in lingua latina prima, italiana poi.

Su 84 comuni in cui era ripartita all’epoca la Dalmazia, rimasero scuole primarie in lingua italiana in uno solo, quello di Zara, mentre scomparvero in tutti gli altri: si finì così con l’avere sole 9 scuole elementari in lingua italiana su 459 complessive.

Rimasero come scuole superiori in lingua italiana soltanto due istituti, oltretutto bilingui, e solo perché legati al mondo marinaresco, in cui l’impiego dell’italiano era una tradizione fortissima ed esisteva una terminologia specifica, assente in lingua croata: si trattava infatti delle scuole nautiche di Ragusa e Cattaro.

Naturalmente, non esistevano università in lingua italiana, né in Dalmazia né in tutto il resto dell’impero. In sintesi, gli studenti italiani di Dalmazia potevano avere scuole primarie nella propria lingua solo a Zara (1 comune su 84, nonostante gli  italiani fossero presenti ovunque), scuole secondarie solo Cattaro ed a Ragusa (in 2 comuni su 84, e si trattava di due soli istituti nautici), mentre il sistema scolastico terziario ossia l’università non vedeva in tutto l’impero una sola facoltà italiana.[19]

La questione scolastica, per quanto importantissima, non fu l’unica a travagliare la comunità italiana dalmata. Un’altra forma di slavizzazione della regione fu la «croatizzazione completa dell’amministrazione statale»,[20] che faceva del croato la lingua ufficiale ed in sostanza espelleva l’italiano, nonostante tentativi da parte dei rappresentanti politici italiani d’ottenere una forma di bilinguismo, che poteva essere concesso soltanto a facoltà dei singoli funzionari, che però erano quasi tutti croati.[21]

Lo stesso personale politico era stato progressivamente croatizzato, con la sostituzione continua delle vecchie amministrazioni italiane con altre croate.

Nel 1861, tutti gli 84 comuni esistenti nella regione amministrativa della Dalmazia avevano sindaci italiani. Nell’anno 1900 ne era rimasto uno solo, Zara, che significativamente fu l’unico a conservare scuole primarie italiane, chiuse invece in tutti gli altri comuni.

Allo stesso modo la Dieta provinciale, che era sempre stata a maggioranza italiana, divenne a maggioranza croata.

Le sconfitte elettorali degli italiani furono dovute in misura determinante a pesanti brogli elettorali, compiuti con la connivenza delle autorità governative, in cui ebbero il loro ruolo anche forme di corruzione ed estese violenze ed intimidazioni.

Il potere centrale viennese era infatti in grado di condizionare in maniera decisiva le elezioni di Dalmazia ed aveva scelto d’appoggiare i nazionalisti croati e la loro politica italofoba.[22]

Questo accadde anche aggredendo le tradizionali ed antichissime prerogative giuridiche della Dalmazia, le cui città, latine sin dal II-I secolo a. Cristo, avevano conservato sino al secolo XIX alcune norme e leggi risalenti all’Alto Medioevo, che ne riconoscevano determinate forme d’autonomia ed autogoverno.

Siffatte prerogative, che erano state rispettate nel corso della lunghissima dominazione veneziana, furono invece cancellate in poco tempo sotto l’impero asburgico.

Soltanto in questo modo fu possibile, nel giro di pochissimi anni, portare la Dalmazia, regione nella quale gli italiani avevano sempre avuto il ruolo di classe dirigente anche politica, grazie ad un’indiscussa superiorità culturale ed economica, ad un predominio degli croati, che se ne servirono per slavizzare a forza l’intera area.

Anche la slavizzazione della toponomastica e dell’onomastica in Dalmazia fu parte integrante del tentativo d’assimilare interamente il gruppo etnico italiano.

La toponomastica dalmata era abitualmente italiana sulla costa e sulle isole, slava all'interno, tuttavia, essendo sempre stata quella italiana la lingua di cultura, tradizionalmente anche i nomi croati erano trascritti in forma italiana.

Bisogna ricordare inoltre che l’intero territorio dalmata ha avuto un plurisecolare insediamento latino ben prima che vi giungessero e s’infiltrassero, lentamente, gruppi d’invasori od immigrati slavi.

In breve, fin dal II secolo a.C. queste aree erano interamente latinizzate, mentre invece le prime presenze slave in Dalmazia risalgono al VII secolo d.C. e rimangono piuttosto deboli sino al secolo XIV.

La toponomastica latina ossia italiana era quindi originaria ed anteriore di gran lunga a quella slava.

La snazionalizzazione in corso dopo il 1866 condusse ad una cancellazione di nomi italiani oppure all’imposizione d’un bilinguismo anche laddove ci si era sempre serviti della forma italiana.

La Luogotenenza della Dalmazia giunse al punto d’emettere un decreto, nel 1912, che dichiarava abrogati per sempre i nomi italiani di 39 località che erano state interamente croatizzate.

Lo stravolgimento della toponomastica riguardava gli atti del catasto e le stesse carte geografiche, con una slavizzazione pervasiva.[23]

Al contempo si  procedeva ad una trasformazione in forma slava persino dei cognomi. Scriveva lo storico Attilio Tamaro, autore fra l’altro d’una monumentale Storia di Trieste: «Cooperavano a questo sistema di snaturamento dei lineamenti storici ed etnici della Regione Giulia e della Dalmazia i preti.

I vescovi delle provincie, fuorché quello di Parenzo, ligio però con cieca devozione al Governo austriaco, erano tutti slavi, per espressa volontà di Vienna.

Come tali, per mezzo dei seminari vescovili e per mezzo delle loro relazioni con le provincie dell'interno, aumentarono con grande intensità la produzione di sacerdoti slavi e, approfittando dello scarso numero di preti italiani che le provincie potevano dare, empirono con quelli tutte le parrocchie, anche le italiane.

Tengono i parroci in Austria i registri dello stato civile. Gli slavi, non curanti delle proteste degli abitanti, forti della protezione del Governo, con cui erano organicamente collegati nell'opera e nel fine, slavizzarono i cognomi nei libri delle nascite, in quelli matrimoniali ed in quelli delle morti.

Il fine era di ottenere dei dati statistici, dei documenti ufficiali che, per una dimostrazione necessaria alla politica del Governo, sembrassero comprovare o la non esistenza o la graduale estinzione dell'italianità.».[24]

Un’altra forma ancora di slavizzazione riguardò la chiesa cattolica stessa, con la liturgia, i testi sacri, il clero.

Il legame fra trono ed altare era stretto nell’impero, specie dopo il concordato del 1855 che concedeva all’imperatore notevole ingerenza negli affari ecclesiali, e gli ecclesiastici si potevano considerare in una certa misura funzionari imperiali.

Inoltre, i croati ebbero per tutto il secolo XIX come capi del proprio movimento nazionalista proprio preti e vescovi.

L’aspetto più visibile e più sentito da larga parte della popolazione italiana di tale operazione di slavizzazione fu l’introduzione forzata d’un rito in lingua slava, il cosiddetto glagolitico.

Si trattava d’una forma di liturgia sorta in era moderna in ambito cattolico ma per imitazione della liturgia ortodossa, che era stato tacitamente tollerato dalle autorità ecclesiastiche della Chiesa ma era rimasto limitato a piccole zone.

Nel secolo XIX esso era comunque praticamente scomparso, quantomeno nelle terre di popolamento italiano della Venezia Giulia e della Dalmazia.

La Curia pontificia, e per essa i papi Leone XIII e Pio X, richiamarono i sostenitori del glagolitico ai principi del rito latino e li diffidarono dalla reintroduzione della liturgia paleoslava laddove non fosse mai stata praticata.

Nonostante l’opposizione delle popolazioni italiane della Dalmazia e la diffidenza dell’autorità pontifica stessa, la liturgia romana in lingua slava (anziché latina) finì con l’essere introdotta sotto la pressione del clero nazionalista croato.

La diffusione della liturgia in lingua slava, che s’accompagnò anche a prediche, canti ecc. in croato, fu un modo con cui questi nazionalisti  tentarono di slavizzare a forza le popolazioni italiane.

Il culto glagolitico non solo fu reintrodotto, ma venne imposto anche in località che non l’avevano mai conosciuto ed in cui gli abitanti erano in stragrande maggioranza italiani. Il malcontento fu naturalmente molto forte fra le popolazioni, che sovente preferirono abbandonare le funzioni religiose in rito glagolitico.

L’isola di Neresine fu teatro di ripetuti tentativi di slavizzazione nel culto religioso, in contrasto all’ortodossia cattolica, alle consuetudini ivi vigenti ed all’esplicita volontà degli abitanti.

Un frate croato, tale Smolje, pretese di celebrare la messa in glagolitico nella parrocchia di Neresine, la domenica 22 settembre 1895, determinando l’abbandono della cerimonia da parte di tutti i presenti e l’inizio di un vero tumulto.

Questo stesso sacerdote pretendeva d’impartire il battesimo in croato, in modo da slavizzare i nomi, rifiutandosi di farlo in latino anche qualora fosse direttamente richiesto dal padre del bambino.

Il padre guardiano del convento francescano di Neresine, Luciano Lettich, pretese d’imporre il croato alla cerimonia di sepoltura delle salme dei coniugi Sigovich, Antonio e Nicolina Sigovich, provocando da parte dei parenti e degli altri fedeli l’abbandono volontario del rito. Si può citare un altro episodio fra i tanti, accaduto nella seconda domenica d'aprile de1 1906, quando un frate croato pretese di celebrare in rito glagolitico nella chiesa di San Francesco di Cherso, isola prettamente italiana di storia e cultura.

I fedeli, dinanzi a questa celebrazione, che appariva loro come un abuso nazionalistico, abbandonarono in massa l’edificio religioso, lasciando da solo il frate croato.

Dopo queste ed altre vicende simili, gli abitanti di Neresine e di altre località minacciate di slavizzazione forzata (Ossero, Cherso, Lussinpiccolo) s’appellarono inutilmente al vescovo di Veglia, Mahnich. Vista l’inanità dei loro tentativi presso il presule slavo, decisero di fare ricorso direttamente a Roma.

La gravità dei fatti riferiti spinse Pio X ad intervenire, rimuovendo Mahnic dal suo incarico di vescovo.

Anche in seguito il Vaticano dovette intervenire direttamente per denunciare e condannare sia l’abuso liturgico del ricorso al rito glagolitico, sia l’appoggio diretto di sacerdoti slavi al nazionalismo sloveno e croato, come avvenne ad esempio il 17 giugno 1905, quando il Cardinale Segretario di Stato, per ordine del papa Pio X, trasmise una lettera dura e preoccupata al ministro generale dell’ordine dei frati minori francescani, con l’ordine preciso d’intervenire in modo energico per porre termine al comportamento dei francescani croati in Dalmazia, che operavano per introdurre la propria lingua nazionale nella liturgia.

La stessa chiesa cattolica non vide per nulla con favore la pretesa dei nazionalisti croati di ripristinare il rito glagolitico, sia per ragioni strettamente liturgiche, sia perché spesso tale richiesta proveniva da panslavisti con palesi simpatie per il cristianesimo greco-ortodosso. In conclusione ed in sintesi, il glagolitismo ricomparso dopo il 1848 fu quindi un’innovazione liturgica imposta da nazionalisti slavi con cariche ecclesiastiche, che ferì profondamente i sentimenti sia nazionali, sia religiosi dei cattolici italiani di Dalmazia, i quali si videro obbligati a riti in lingua straniera e di dubbia conformità all’ortodossia cattolica.[25]

Le persecuzioni rivolte agli italiani per cercare di costringerli ad assimilarsi ai croati compresero anche l’esercizio della violenza, che divenne praticamente endemica nei loro confronti, con aggressioni quotidiane alle persone od alle proprietà italiane:

«Nel 1910, a Cittavecchia, gente sconosciuta penetra di notte nei locali dell'Unione italiana dalmata, scassinando le porte: ruba e getta in mare qualche specchio, due quadri veneti storici, un busto di Dante, la lampada, un orologio da muro. È un vandalismo che urta. A Sebenico, un operaio regnicolo, che, interrogato per via in croato, risponde in italiano che non capisce, è aggredito e malmenato. Per questi usi il podestà di Sebenico ha potuto un giorno consigliare i croati di Zara: “Fratelli zaratini! Fate come noi a Sebenico: scendete nelle strade, con le pistole in pugno, e sparate. Gli italiani saranno buoni. Se c'è bisogno di me chiamatemi: verrò con voi”. Sono episodi di ogni giorno.»[26]

Le testimonianze sulla diffusione massiva della violenza contro gli italiani da parte dei nazionalisti croati nella Dalmazia asburgica sono numerose e dettagliate, descrivendo un contesto nel quale anche la polizia era connivente con le aggressioni italofobe, talora mortali:

«La pubblica amministrazione era terrorizzata; la poli­zia dei vari municipi era un congegno di partito. A Spalato un poliziotto del Co­mune ha ucciso con un colpo di rivoltella un pescatore chioggiotto; e l'omicida fu salvato dallo psichiatra; a Sebenico, un poliziotto di quel Comune ha tagliata, netta, la testa a un cittadino; a Traù un poliziotto, certo Macovan ha freddato con due sciabolate un povero operaio, di par­tito avverso a quello del Comune, che si trovava in istato di completa ubbriachezza. II partito croato scusava la persecuzione col dire che gli italiani rifiutavano di riconoscere il carattere nazionale croato della Dalmazia.»[27]

L’archivio storico del Ministero degli Esteri italiano serba un’ampia documentazione sui moltissimi incidenti che avvennero ad inizio Novecento non solo in Dalmazia, ma anche in Trentino e Venezia Giulia.[28]

La finalità era quella di spegnere ogni vita politica e culturale autonoma ed obbligare gli italiani dalmati a croatizzarsi.

L’impatto di questa serie combinata di misure contro gli italiani fu devastante, determinando una rapidissima diminuzione del gruppo etnico italiano di Dalmazia.

Scrive il professor Monzali: «Nei primi studi statistici austriaci non ufficiali compiuti negli anni Sessanta e Settanta, il numero dei dalmati italiani variava fra i 40 e i 50.000; nel censimento ufficiale del 1880, il loro numero scendeva a 27.305, per poi calare drasticamente nei decenni successivi; 16.000 nel 1890, 15.279 nel 1900, 18.028 nel 1910 (su una popolazione dalmata complessiva di 593.784 persone nel 1900, di 645.646 nel 1910)».[29]

Dati parziali riferiti a singole località esemplificano egregiamente l’andamento demografico complessivo sopra enunciato ed il tracollo della popolazione italiana. Si può riferire brevemente del caso di Lissa.

Questa piccola isola, latinizzata in epoca romana, rimase per lunghi secoli popolata quasi esclusivamente da dalmati autoctoni, quindi da una popolazione neolatina, prima d’entrare a far parte dei territori di Venezia, a cui appartenne ininterrottamente per molti secoli. Sino al 1797 ed a Campoformio, gli abitanti di Lissa parlavano praticamente tutti il cosiddetto “veneto da mar".

Il censimento tenutosi nell’epoca napoleonica calcolava, anche se in maniera approssimativa, gli italiani quali l’80% della popolazione di Lissa.

Rispetto a tale cifra, il primo censimento asburgico accurato, quello del 1880, vedeva già un netto declino dell’etnia italiana, che però rimaneva nettamente maggioritaria: essa era valutata al 64% del totale.

Ma dopo solo vent’anni gli italiani di Lissa apparivano quasi scomparsi. Secondo il censimento asburgico dell’anno 1900 gli abitanti di Lissa erano per il 97% slavi e solo per il 2,4% italiani.

Il censimento asburgico dell’anno 1910 confermò che il gruppo etnico italiano era ridotto al lumicino nell’isola, poiché contava solo un 2,5% degli abitanti. Riassumendo, gli italiani di Lissa erano passati dall’80% circa all’inizio del XIX secolo al 64% del 1880, infine al 2,4% del 1900.

Spicca particolarmente la differenza fra le dimensioni del gruppo etnico italiano nel 1880, con 3.292 unità (il 64%) e quello di soli vent’anni dopo ridotto a sole 199 (il 2,4%), con un calo del 94%.

Stime analoghe della diminuzione del gruppo etnico italiano si possono rintracciare in molte altre località della Dalmazia: dal 1880 al 1900, sempre sulla base dei censimenti asburgici, gli italiani calarono nell’isola d’Arbe da 567 a 223, a  Cittavecchia di Lesina da 2.163 a 169, a Comisa dal 1197 a 37, a San Pietro della Brazza da 421 a 43, in una città di medie dimensioni come Spalato da 5.280 a 1.046, a Traù da 1960 a 170 ecc.

Sempre nello stesso periodo i documenti amministrativi asburgici segnalano la totale scomparsa degli italiani in una serie di località: Bua, Isto, Meleda, Sestrugno, Zirona Grande ecc.

Un’enumerazione completa dei dati statistici che descrivono il crollo della presenza italiana in Dalmazia sarebbe troppo lungo e d’altronde inutile, poiché sfonderebbe una proverbiale porta aperta: si tratta di fatti da tempo noti.[30]

Per farla breve, il numero dei dalmati italiani aveva subito in pochi anni un tracollo, sia in termini numerici assoluti, sia nel rapporto percentuale con la popolazione complessiva, come si può affermare sulla base delle stesse fonti statistiche dell’impero asburgico.

L’esito imponente di questo processo di snazionalizzazione può essere così riassunto: nel 1845 una stima delle autorità calcolava gli italiani essere il 19,7% della popolazione della Dalmazia; il censimento asburgico registrava nel 1865 un totale di 55.020 italiani, pari al 12,5% degli abitanti; il censimento del 1910 ne contava più solo 18.028, pari al 2,7% dei dalmati.

Dal 1845 al 1910 gli italiani di Dalmazia erano quindi passati dal 19,7% al 2,7% della popolazione.[31] In rapporto alla popolazione dalmata totale, la percentuale d’Italiani del 1910 era all’incirca 1/7 di quella del 1845.

La diminuzione del gruppo etnico italiano in confronto a quello dell’insieme complessivo degli abitanti di Dalmazia era stato quindi di 6/7: dal 19,7% del 1845 al 2,7% del 1910.

Il professor Luciano Monzali può parlare esplicitamente per il periodo 1866-1914 di «snazionalizzazione» subita dagli italiani di Dalmazia sotto l’azione congiunta dello stato imperiale e dei nazionalisti croati locali.[32]

Mutatis mutandis, questo giudizio può essere applicato anche alla sorte degli italiani della Venezia Giulia e del Trentino nello stessa fase storica, giacché le misure adoperate contro i dalmati di nazionalità italiana furono all’incirca le medesime di cui ci si servì anche contro giuliani e trentini.

 

 

Note Bibliografiche

[1] C. Magris, Il mito asburgico nella letteratura austriaca moderna, Torino 1963.

[2] R. Musil, L’uomo  senza qualità, Torino 1972, p. 162.

[3] A. J. May, The Passing of the Hapsburg Monarchy. 1914-1918, Philadelphia (Penn.) 1966.

[4] M. Meriggi, ll regno Lombardo-Veneto, Torino 1987, p. 268.

[5] Ibidem, pp. 269-270.

[6] Ibidem, p. 100.

[7] Ibidem, pp. 271 sgg.

[8] C. A. Macartney, L’Impero degli Asburgo, 1790-1918, Milano 1976., pp. 356-359; Meriggi, Il regno, cit., p. 327. Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. III, “Il generalissimo Radetzki, attorniato da uno stato maggiore di teutomani, agognava al momento di far sangue e roba, millantandosi di voler rifare in Italia le stragi di Galizia. Come dubitarne, quando si vedeva comparire nello stesso tempo in Brescia con autorità militare il carnefice Benedek, e con autorità civile il fratello del carnefice Breindl?”

[9] Meriggi, Il regno, cit., p. 100. Uno dei molti osservatori diretti di tale opera di germanizzazione, il Cattaneo, non ha avuto dubbi nel definire l’impero quale una “potenza tedesca”, che perseguiva intenti nazionalistici germanici. Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra, cap. I

[10] La versione originale in lingua tedesca è la seguente: «Se. Majestät sprach den bestimmten Befehl aus, dass auf die entschiedenste Art dem Einflüsse des in einigen Kronländern noch vorhandenen italienischen Elementen entgegentreten durch geeinignete Besetzung der Stellen von politischen, Gerichtsbeamten, Lehrern sowie durch den Einfluss der Presse in Südtirol, Dalmatien und dem Küstenlande auf die Germanisierung oder Slawisierung der betreffenden Landesteile je nach Umständen mit aller Energie und ohne alle Rücksicht hingearbeitet werde. Se. Majestät legt es allen Zentralstellen als strenge Plifcht auf, in diesem Sinne planmäßig vorzugehen.» Essa si ritrova in Die Protokolle des Österreichischen Ministerrates 1848/1867. V Abteilung: Die Ministerien Rainer und Mensdorff. VI Abteilung: Das Ministerium Belcredi, Wien, Österreichischer Bundesverlag für Unterricht, Wissenschaft und Kunst 1971; la citazione compare alla Sezione VI, vol. 2,  seduta del 12 novembre 1866, p. 297.

[11] Senza pretendere d’indicare esaustivamente tutti gli studi in proposito, bastino qui alcuni riferimenti essenziali: G. Novak, Političke prilike u Dalmaciji g. 1866.-76, Zagreb 1960, pp. 40-41; A. Filippuzzi, (a cura di), La campagna del 1866 nei documenti militari austriaci: operazioni terrestri, Padova 1966, pp. 396 sgg.; C. Conrad, Multikulturelle Tiroler Identität oder 'deutsches Tirolertum'? Zu den Rahmenbedingungen des Deutschunterrichts im südlichen Tirol während der österreichisch-ungarischen Monarchie, in J. Baurmann/ H. Günther/U. Knoop, (a cura di), Homo scribens. Perspektiven der Schriftlichkeitsforschung, Tübingen: Niemeyer, 1993, pp. 273-298; U. Corsini, Problemi di un territorio di confine. Trentino e Alto Adige dalla sovranità austriaca all’accordo Degasperi-Gruber, Trento, Comune di Trento 1994, p. 27; H. Rumpler, Economia e potere politico. Il ruolo di Trieste nella politica di sviluppo economico di Vienna, in R. Finzi-L. Panariti-G. Panjek (a cura di), Storia economica e sociale di Trieste, vol. II, La città dei traffici: 1719-1918, Trieste 2003, pp. 87-88; A. Cetnarowicz, Die Nationalbewegung in Dalmatien im 19. Jahrhundert. Vom «Slawentum» zur modernen kroatischen und serbischen Nationalidee, Frankfurt am Main, Berlin, Bern, Bruxelles, New York, Oxford, Wien, 2008, p. 110.

[12] L. Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Firenze 2011, p. 69.

[13] M. Scaglioni, La presenza italiana in Dalmazia. 1866-1943, tesi di laurea, università degli studi di Milano.

[14] B. Benussi, L'Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno 1997, pp. 480 sgg.

[15] La bibliografia su questi temi è sterminata, cosicché ci si limita qui ad alcune indicazioni: B. Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Venezia-Rovigno, 1997; B. Coceani, Un giornale contro un Impero. L’azione irredentistica de “L’Indipendente” dalle carte segrete della polizia austriaca, Trieste 1932; U. Corsini, La questione nazionale nel dibattito trentino, in A. Canavero- A. Moioli (a cura di), De Gasperi e il Trentino tra la fine dell’’800 e il primo dopoguerra,  Trento 1985, pp.593-667A. Fragiacomo, La scuola e le lotte nazionali a Trieste e nell’Istria prima della redenzione, in “Porta orientale”, 29, 1959; M. Garbari, L’irredentismo nel Trentino, in R. Lill-F. Valsecchi (a cura di), Il nazionalismo in Italia e in Germania fino alla prima guerra mondiale, Bologna 1983; V. Gayda, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914; A. Sandonà, L’irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italo-austriache, voll. 3, Bologna 1932-1938; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915; A. Tamaro, Storia di Trieste, Roma 1924; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984

[16] E. Sestan, Venezia Giulia. Lineamenti di una storia etnica e culturale, Udine 1997, pp. 91, 95-103; A. Moritsch, Der Austroslawismus. Ein verfrühtes Konzept zur politischen Neugestaltung Mitteleuropas, Wien 1996

[17] G. Pircher, Militari, amministrazione, e politica in Tirolo durante la prima guerra mondiale, Societa di Studi Trentini di Scienze Storiche, Trento 2005. Essa è la traduzione in italiano dell’opera originale Militar, Verwaltung, und Politik in Tirol in Estern Welkkrieg, Universitatsvelag Wagner, Innsbruck 1995.

[18] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.

[19] G. Deuthmann, Per la storia di alcune scuole in Dalmazia, Zara 1920; A. Ara, La questione dell’Università italiana in Austria, in «Rassegna storica del Risorgimento» LX, 1973, pp. 52-88, 252-280.

[20] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 300.

[21] Ibidem, pp. 297-301.

[22] G. Praga, Storia di Dalmazia, Varese 1981; Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 138 sgg., 168-178.

[23] G. Dainelli, Carta di Dalmazia, Roma 1918; A. Tamaro, Le condizioni degli italiani soggetti all'Austria nella Venezia Giulia e nella Dalmazia, Roma 1915.

[24] Tamaro, Le condizioni, cit.

[25] A. Cronia, L'enigma del glagolismo in Dalmazia dalle origini all'epoca presente, in “Rivista Dalmatica”, Zara 1922; M. Lacko, I Concili di Spalato e la liturgia slava, in A. Matanić (a cura di), Vita religiosa, morale e sociale ed i concili di Split  (Spalato) dei sec. X-XI. Atti del Symposium internazionale di storia ecclesiastica (Split, 26-30 settembre 1978), Padova 1982, pp. 443-482; S. Malfer, Der Kampf um die slawische Liturgie in der österreichisch- ungarischen Monarchie - ein nationales oder ein religiöses anliegen? in “Mitteilungen des Österreichischen Staatarchivs”, 1996, n. 44, pp. 165-193; J. Martinic, Glagolitische Gesange Mitteldalmatiens, Regensburg 1981; G. Valdevit, Chiesa e lotte nazionali: il caso di Trieste (1850-1919), Udine 1979; P. Zovatto, Ricerche storico-religiose su Trieste, Trieste 1984.

[26] V. Gayda, L'Italia d'oltre confine. Le provincie italiane d'Austria, Torino 1914, p. 297.

[27] R. Deranez, Alcuni particolari sul martirio della Dalmazia, Ancona 1919.

[28] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 239.

[29] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., pp. 170-171.

[30] D. De Castro, Cenno storico sul rapporto etnico tra italiani e slavi nella Dalmazia, in Studi in memoria della prof. Paola Maria Arcari, Milano 1978; G. Perselli, I censimenti della popolazione dell'Istria, con Fiume e Trieste, e di alcune città della Dalmazia tra il 1850 e il 1936, Trieste-Rovigno 1993; O. Mileta Mattiuz, Popolazioni dell’Istria, Fiume, Zara e Dalmazia (1850-2002), Centro di Ricerche Storiche di Rovigno-Ades, 2005; Scaglioni, La presenza italiana, cit.

[31] Š.Peričić, O broju Talijana/talijanaša u Dalmaciji XIX. stoljeća, in Radovi Zavoda za povijesne znanosti HAZU u Zadru, n. 45/2003, p. 342.

[32] Monzali, Italiani di Dalmazia, cit., p. 142.

 

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