Cos'era la Città della Scienza di Napoli

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Tra cenere e capannoni ormai distrutti dal rogo, resta viva l'idea che senza sapere scientifico non c'è progresso. Ecco la storia del polo scientifico napoletano.

Danni ingentissimi: l’interno dei padiglioni devastato, in piedi solo i muri perimetrali e un unico edificio risparmiato dalle fiamme.

Con la Città della scienza di Napoli va in cenere non solo quella che l’Eurispes ha riconosciuto nel 2010 come una delle cento eccellenze italiane, ma anche un’idea che si proponeva come un vero e proprio modello per la società della conoscenza.

Un’idea diventata una realtà che negli anni ha avuto l’apprezzamento di tanti: è stata insignita nel 2005 del titolo di miglior museo scientifico europeo, premiata dall’Unione europea nel 2006 col Premio Descartes per la comunicazione scientifica e nel 2007 come migliore incubatore di nuova impresa.

Il fronte del fuoco che, col passare delle ore si pensa sempre più di origine dolosa e che si è esteso per oltre un centinaio di metri, è stato spento da decine di pompieri dopo ore di lavoro.

Città della scienza era stata realizzata nell’area ex Italsider negli anni Novanta, sul modello de La Villette di Parigi.

Era il volto migliore della nuova Bagnoli e il più grande attrattore di  turismo scientifico del nostro paese: un luogo di incontro per insegnanti, studenti, famiglie, i bambini, tanti che amano l’avventura scientifica e hanno sete di conoscenza.

Il progetto iniziale della Città della scienza, visitata ogni anno da circa 350mila persone, era stato avanzato agli inizi degli anni Novanta. Il 23 novembre del 2001, poi, l’inaugurazione del museo interattivo vero e proprio.

Il polo scientifico era stato realizzato nel quartiere Bagnoli, l’ex area industriale che ha ospitato per decenni l’Italsider.

La struttura era ospitata in gran parte nella più antica fabbrica della zona, la ex vetreria LeFevre, i cui ex padiglioni industriali risalgono ai primi dell'ottocento e sono stati restituiti all'antico splendore da una fine operazione di restauro, tornando in vita per dare l’input al progetto di recupero dell'area.

Dopo una fase di sperimentazione cominciata nel 1987 con programmi di attività temporanee , nacque la prima edizione di Futuro Remoto, che si svolse alla Mostra d'Oltremare.

A seguito del grande successo riscosso dall’89 al ‘92, che si svolse all’Osservatorio astronomico di Capodimonte, si immaginò, fin dall'inizio la realizzazione di un vero e proprio Science Centre nell'area, favorendo la riconversione della zona in un polo high-tech che arginasse al tempo stesso l’emorragia di posti di lavoro nello storico quartiere operaio.

L’Italsider, la grande fabbrica siderurgica che alla fine degli anni Ottanta era ancora attiva ma che di lì a poco sarebbe stata chiusa. Era giunto il momento, in quegli anni, di dare un nuovo modello produttivo alla città, fondato sulla conoscenza, un modello che dovesse appartenere a tutti e che per tutti dovesse essere un’opportunità.

Nei primi anni Novanta venne quindi elaborato il progetto di Città della scienza e inaugurato il primo insediamento a Bagnoli.

Nel 1996 fu possibile aprire al pubblico il primo, embrionale, nucleo del complesso museale che si è esteso fino ad arrivare, nel 2001, come si è detto, all’inaugurazione del Science Centre nella sua configurazione finale, un progetto completato due anni dopo con l'apertura del Centro congressi, del Centro di alta formazione e del Business Innovation Centre.

Un sogno che si realizzava. E che ora è bruciato: in cenere le esposizioni storiche come Futuro Remoto, l’ Officina dei piccoli, grande spazio dedicato ai bambini, il Planetario e tanti altri progetti.

Praticamente l’intero centro, a eccezione del Teatro delle Nuvole, un corpo separato che ospitava rappresentazioni che coniugavano teatro e scienza. L’area distrutta dalle fiamme è stimata in 10-12mila metri quadrati: in pochi minuti il fuoco ha divorato i padiglioni dall'interno, diventando indomabile.

Si perde un pezzo importante della città che dava lavoro, in modo diretto e indiretto, a oltre mille persone, andando ad aggravare le condizioni critiche di una regione con tassi di disoccupazione ormai elevatissimi e una economia al tracollo.

Non è un bel segnale perché arriva in un momento in cui la vita della città è stagnante, in rapido regresso e con questo incendio viene meno l’unico luogo di produzione nell’area di Bagnoli, uno dei pochi luoghi  fondato sulla conoscenza, altamente avanzato, con grandi riconoscimenti a livello internazionale e una grande capacità di lavorare nel contesto internazionale e con uno spirito positivo, solidaristico.

L’acqua dei pompieri che ha spento il fuoco lasciando emergere le rovine di questo luogo sembra disegnare una grande metafora cittadina e nazionale. L’unico sviluppo possibile, fondato sulla conoscenza, esce sistematicamente sconfitto, ignorato, deriso Ma lo spirito della ricostruzione c’è già.

Se Napoli e l’Italia sapranno ricostruire Città della scienza in tempi rapidissimi significherebbe che c’è ancora capacità di reazione. In caso contrario staremo a celebrare il funerale non solo di Città della scienza ma di un’intera macroarea, il Mezzogiorno, e di un intero Paese.

 

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