Uno sguardo all’ Africa: voci e volti della rivoluzione. Julius K. Nyerere

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Oltre mezzo secolo è trascorso dalle lotte per l’indipendenza che hanno visto coinvolti la maggior parte dei paesi africani soggetti al dominio europeo.

Il fenomeno della globalizzazione e forme diverse di contaminazione, nel tempo, hanno mutato la condizione sociale e culturale di quei luoghi, tuttavia le immagini di coloro che hanno contribuito a creare quel segmento di storia che ha permesso al proprio popolo di riconoscersi in quanto tale, sopravvivono nella memoria.

Julius Kambarage Nyerere è il volto simbolico dell’Uhuru (‘Indipendenza’) di quello che fino al 1961, data in cui venne dichiarata l’avvenuta liberazione dal dominio coloniale britannico, era noto come Tanganyika Territory e che in seguito all’unione con Zanzibar, divenuta a sua volta indipendente nel 1963, sarà noto come Tanzania.

Nel 1953, Nyerere venne scelto a dirigere il TAA (Tanganyika African Association), sorto nel 1929 come società urbana di mutuo soccorso che, l’anno successivo, si trasformò in TANU (Tanganyika African National Union).

 

Il passaggio del TAA in TANU avvenne a Dodoma, dove si fece portavoce del malcontento africano e definì i suoi obiettivi: guidare il popolo del Tanganyika all’autodeterminazione e all’indipendenza; lottare contro il tribalismo e contro ogni forma di razzismo e di discriminazione; realizzare la democrazia attraverso l’elezione dei rappresentanti degli organi centrali e periferici; organizzare il sindacalismo e cooperare con tutte le organizzazioni i cui fini corrispondessero a quelli del partito.

In Binadamu na Maendeleo (‘L’uomo e il Progresso’, 1974), Nyerere raccoglie i discorsi e gli scritti svolti durante i primi anni della sua presidenza, in cui spicca il suo concetto filosofico di “Stato”:

“Puoi costringere un asino ad andare alla sorgente, ma non puoi costringerlo a bere l’acqua. Con il comando, o con la schiavitù, puoi costruire piramidi e grandi strade, puoi ingrandire i campi, o accrescere il numero dei prodotti nelle tue aziende. Tutto questo (…) lo si può ottenere attraverso l’uso della forza; ma non produrrà progresso sociale…”

(…)

In democrazia due sono le cose fondamentali, mancando le quali la democrazia non esiste. La prima cosa è che ogni uomo debba poter parlare in libertà, che le parole di ognuno debbano essere ascoltate.(…) Ogni tanzano, ogni uomo nel villaggio, ogni rappresentante del Comitato Provinciale, ogni deputato, etc., deve poter parlare liberamente senza il timore di minacce, sia durante le assemblee sia al di fuori di esse. Coloro che la pensano diversamente, quantunque fossero una minoranza, è necessario che abbiano il diritto di esprimere le proprie idee nei dibattiti, senza il timore di essere molestati (…) La seconda cosa necessaria in democrazia è che se una legge viene approvata, tutti hanno il dovere di rispettarla(…). Inoltre, anche se approvata, la legge da sola non basta, ognuno deve sostenerla. Non è sufficiente che un cittadino non rubi, deve anche collaborare con la polizia nell’applicazione della legge denunciando i trasgressori[1]

Sin dalla sua nascita, il TANU si era presentato come un partito d’ispirazione socialista, ma di un socialismo diverso da quello marxista, basato sulla lotta di classe, mirando alla creazione di un regime basato sullo spirito di comunione in un paese popolato da contadini e da operai.

Tale politica trovò la sua collocazione ed elaborazione nella Dichiarazione di Arusha del 1967 la cui pubblicazione segnò un punto di svolta nella storia della Tanzania, poiché con questo testo la filosofia politica, finora presentata in discorsi, passava all’azione: a pochi giorni dalla sua promulgazione, infatti, venne annunciata la nazionalizzazione delle banche, delle imprese commerciali e industriali.

Dal punto di vista iconografico, lo stemma della nazione racchiude immagini simboliche:


  • I colori della bandiera: il nero ad indicare la popolazione del paese, il blu per il mare e le isole, il verde per la terra, il giallo oro per le Confessioni presenti nel paese.
    • L’uomo e la donna: la coppia rappresenta  simbolicamente la famiglia: Libertà e Unità insieme costruiranno la nuova nazione.
    • La montagna del Kilimanjaro: vanto della Tanzania.
    • La torcia: simbolo della luce che illuminerà l’oscurità ovunque nel paese e fuori dai suoi confini.
    • Le zanne d’elefante: la ricchezza originaria che proviene dalla fauna locale.
    • Le piante: profitto del commercio.
    • Lo scudo e la lancia: la difesa.
    • La zappa e il martello: le “armi” dei contadini e dei lavoratori.[2]

Nyerere sarà portavoce dello spirito dell’Ujamaa[3], ovvero del socialismo africano e in particolare tanzano basato innanzitutto sulla comunità e sul rispetto dei valori culturali tradizionali:

“ (…) La danza è un segmento della cultura tribale o nazionale. Ma da sola la danza non (significa) cultura. Un Tedesco può danzare il sindimba tanto quanto un Makonde, ma il Tedesco non ha nel sangue lo spirito makonde. Così accade per la lingua, per l’arte o per l’abbigliamento. Una donna africana può indossare un ‘sari’ indiano se le piace, senza accettare lo spirito indiano. Tutte queste cose, la danza, la lingua, l’abbigliamento, l’arte, la costumanza etc. sono aspetti culturali; ma non è possibile che uno soltanto di questi sia definito “cultura”.

La cultura è l’insieme di tutti questi aspetti, uniti dall’accettazione dell’individuo di volere nel suo sangue la vita della sua tribù o della sua nazione…”[4]

Nella società africana tradizionale ogni individuo viveva sicuro all’interno del proprio gruppo, ciascuno poteva contare sui beni posseduti dalla comunità di appartenenza alla quale dava il proprio contributo di lavoro, al fine di formare la ricchezza comune. La famiglia estesa, uno dei significati del termine “Jamaa”, viene concepita come a comprendere l’intera popolazione del nuovo Stato.

Riconosciuto ufficialmente con l’appellativo di Baba wa Taifa (‘Padre della Nazione’), Nyerere verrà celebrato come la ‘Speranza’ che diviene realtà, il ‘Salvatore’, al quale comuni cittadini come K. Mariamu Hamisi dedicano poesie di lode:

“[…]

E-ee Che ti dico, o signore eletto,

le mie non sono parole nuove, mi credi lo so,

Le conosci da tempo, e in verità siamo oppressi,

Salute a te, Onorevole, Julius Salvatore.[5]

Di grande spessore intellettuale e politico, Nyerere è il Mwalimu (‘Maestro’),

“ (…) Mwalimu J.K. Nyerere è il maestro. All’inizio insegnò ai bambini di questa nazione in classe. Oggi il suo insegnamento si è ampliato. Oltre ad essere maestro dei bambini e della nazione, è anche maestro per ognuno di noi, nel suo impegno di guidare questo Stato…”[6]

Con queste parole G.A. Mhina non solo si riferisce a quella che fu per Nyerere la prima attività, fu insegnante presso la scuola St. Mary’s a Tabora e poi alla Secondary School di Pugu, ma pone in evidenza la sua capacità di guida per il Paese.

A un mese dalla Dichiarazione di Arusha viene pubblicato Elimu ya Kujitegemea, Education for Self-Reliance, in cui si definisce l’importanza di preparare i futuri cittadini al servizio della comunità: l’educazione costituiva un elemento cruciale nella costruzione della nazione.

Forte appare la volontà di definire una propria identità, tuttavia, “taifa lisilo na lugha yake ni taifa mfu”, “una nazione che non abbia una sua propria lingua è una nazione morta”, con queste parole Nyerere espresse la sua idea che affinché ci fosse coesione identitaria era necessario un codice di comunicazione comune. Ecco quindi che il Kiswahili fu proclamato lingua nazionale benché il processo di standardizzazione fosse già stato iniziato negli anni Venti dall’ Inter-Territorial Language Committee che, nella fase successiva all’indipendenza diventerà East Africa Swahili Committee e poi Institute of Kiswahili Research.[7]

Questa scelta rientrava nella visione di ritorno alla tradizione e di riappropriazione dell’identità culturale swahili che era sempre esistita:

“ The Swahili world was (…)a cultural unit, not a racial or tribal one. Swahili was the language spoken as a first language by virtually all the inhabitants of the coastal settlements between Barawa in the North and Lindi and Mikindani (near what is now the Mozambique Tanzania border) in the South. Ll this people likewise shared, to a remarkable degree, a single, homogeneous culture that gave them a sense of community stronger than that created by any ties of origin or ethnicity which they may have had in common with smaller groups or with outsiders...”[8]

L’adozione del Kiswahili appare essere una scelta politica e pragmatica derivata da motivazioni linguistiche e politiche che è opportuno ricordare: già le autorità coloniali- i tedeschi prima e gli inglesi poi – vi avevano fatto ricorso in ambito amministrativo come lingua franca in un territorio che comprendeva più di cento idiomi.

Un inno alla lingua swahili è “Kiswahili”, del grande poeta Shaaban Robert, cultore e propagatore della sua lingua già in epoca coloniale. In questa poesia, di cui si riportano pochi versi, l’autore presagisce ciò che avverrà qualche decennio più tardi:

“[…]

La lingua swahili è ricca, e duttile per natura

Permettete che vi dica, ben presto il tempo verrà

Della sua efficacia, la gente beneficerà

Il seno materno è dolce, altro come esso non c’è

Vedremo apparir presto, migliaia di testi scritti

E’ un tesoro nascosto, che porterà buoni frutti

E io lo trovo giusto, i suoi pregi son tanti

Nei libri troverà posto, e sulla bocca di tutti

Il seno materno è dolce, altro come esso non c’è

[…][9]

Finora utilizzata per delle precise funzioni di mediazione, il Kiswahili assunse un ruolo diverso allorquando i responsabili del TANU lo scelsero per diffondere il loro messaggio politico nel paese. I responsabili del movimento nazionalista avevano percepito la forza mobilitatrice del Kiswahili che avrebbe loro permesso di raggiungere le masse poiché l’uso della lingua inglese era limitato a una minoranza di africani. Da medium pragmatico il Kiswahili divenne il simbolo dell’unità interetnica e della lotta contro il colonizzatore.

Al momento dell’indipendenza, le autorità fecero dell’istruzione e della swahilizzazione del paese il loro obiettivo principale: il Kiswahili divenne quindi la lingua della contestazione, in quanto contrapposta alla lingua del colonizzatore, e lingua dell’unità partecipando alla definizione dell’identità nazionale[10].

Negli anni Sessanta fu quindi iniziata una fervente opera di promozione della lingua attraverso la creazione della figura del Promoter all’interno del Ministero della Cultura, nel 1966 un comitato venne incaricato di far sì che al Swahili Youth Festival – finora accessibile solo agli studenti – partecipassero anche operai e contadini. Nello stesso anno venne fondata la KIUTA (Kiwanda cha Uchapishaji cha Taifa – National Printing Company) con la funzione di stampare i giornali del partito Uhuru e Nationalist.[11]

L’anno successivo fu istituito il BAKITA (Baraza la kiswahili – National Swahili Council) per promuovere la lingua in tutto il territorio della Tanzania e incoraggiarne l’uso nella conduzione degli affari ufficiali e culturali e della vita pubblica in generale.[12]

Nel 1968 la lingua swahili entrò a far parte delle materie d’insegnamento nelle Scuole Primarie e l’anno successivo, nell’ambito del Piano Quinquennale per lo Sviluppo, fu proposto per le Scuole Secondarie un graduale cambiamento che nel 1974 avrebbe dovuto portare il Kiswahili ad essere il medium dell’istruzione in sostituzione dell’inglese, ma questo programma non trovò attuazione.[13]

Dal 1969, il processo di formazione Ujamaa sarebbe stato diretto dal Partito. Nel settembre 1973, la conferenza biennale del TANU approvava una risoluzione in cui si dichiarava che alla fine del 1976 tutta la popolazione doveva essere concentrata in quelli che vennero definiti “vijiji vya ujamaa”, villaggi socialisti. Fino al luglio 1976 si registrarono 5767 villaggi, come risulta da una statistica contenuta in un opuscolo del Partito[14]. Gli insediamenti del 1973 erano stati definiti ‘villaggi pianificati’, decisi dalla burocrazia e gestiti nelle varie regioni da diverse agenzie internazionali di aiuti, dalla Banca Mondiale ad organismi di governo quali Svezia, Danimarca e Canada.

Dei principi considerati nella Dichiarazione di Arusha, si era realizzata solo la nazionalizzazione dei principali mezzi di produzione. Quando nel 1973 il TANU decise di convogliare per il 1976 tutta la popolazione nei villaggi, tacendo riguardo alla produzione comunitaria, tutto il corso politico-economico apparve modificato da un sempre maggiore controllo dall’alto di cui si andavano perfezionando gli strumenti di attuazione verso la massimizzazione della produzione nazionale, sia agricola sia industriale.

Tappa fondamentale di questo processo fu il Manuale del TANU (‘Mwongozo wa TANU’), emanato dall’ala più radicale del Partito, che investì il Partito stesso del controllo di tutti gli organi dello Stato.

La capacità di mobilitazione del TANU venne estesa oltre che sull’esercito regolare anche sulla milizia popolare creata per l’occasione. Il Mwongozo segnava l’inizio di una reale supremazia della classe dirigente. Gli organi locali vennero ristrutturati e al loro interno si andò indebolendo la componente elettiva e partecipativa a favore di un dirigismo diffuso, affidato a funzionari di partito nominati e stipendiati dal centro con parte dei fondi di dotazione regionale o distrettuale.

Il Piano del 1979 si focalizzò su due questioni: il recupero dell’economia di Zanzibar e il ruolo prioritario concesso allo sviluppo industriale come conseguenza del fallimento produttivo della villaggizzazione.

In posizione chiave restava il TANU che, nel 1976, si fuse con l’Afro-Shirazy Party di Zanzibar dando vita al CCM (Chama cha Mapinduzi – Partito della Rivoluzione).

L’inasprirsi del dirigismo politico ebbe come ovvia conseguenza l’eliminazione della partecipazione popolare al processo decisionale. Il 27/03/1982, l’Uhuru commentava la fine dello spirito Ujamaa, riportando il caso di Nyerere che, durante la sua visita a Songambele nel distretto di Mpwapwa, si era reso conto della fine del villaggio ‘ujamaa’ in quel luogo.

Il giornale si chiedeva se quello di Songambele fosse un caso unico o forse rappresentava la fine di un’era. A dare adito alla seconda ipotesi, la testimonianza di Sir M. Brown, Alto Commissario Britannico di Tanzania, il quale sostenne che durante la sua corrispondenza epistolare con J. K. Nyerere, quest’ultimo gli avesse riferito che a Butiama, il suo villaggio natìo, su 600 famiglie residenti, solo un centinaio continuavano a svolgere lavoro comunitario. In altre parole, il concetto di Ujamaa in agricoltura esisteva solo in qualità di atto volontario.

Julius K. Nyerere, il figlio del capo della tribù dei Wazanaki, il primo Presidente della Repubblica Unita di Tanzania continua ad essere studiato sui testi scolastici. Julius Kambarage Nyerere il Mwalimu, il Baba wa Taifa continua a vivere nell’immaginario collettivo.

 

 

Note


[1]“… Punda unaweza kumlazimisha kwenda kisimani, lakini huwezi kumlazimisha kuyanywa maji. Kwa amri, au kwa utumwa, unaweza kujenga ma piramidi na mabarabara makubwa makubwa; unaweza kupanua mashamba, au ukaongeza idadi ya vitu vinavyotengenezwa viwandani mwako. Vitu vyote hivi (…) vinaweza kupatikana kwa kutumia nguvu; lakini havileti maendeleo ya watu..”

(…) Lakini kuna mambo mawili ya lazima katika demokrasi; ukiyakosa hayo demokrasi hakuna. La kwanza ni kwamba kila mtu lazima aweze kusema kwa uhuru kabisa, na maneno ya kila mtu lazima yasikilizwe. (…) Kila Mtanzania, kila mtu kijijini, kila mjumbe wa Halmashauri ya Wilaya, kila Munge, n.k., lazima aweze kusema kwa uhuru bila hofu ya vitisho – ama katika mutano ama nje ya mutano. Watu wenye mawazo tofauti, hata wakiwa wachache, lazima wawe na haki ya kutoa mawazo yao katika majadiliano bila ya hofu ya kusumbuliwa (…) jambo la pili la lazima katika demokrasi ni kwamba sheria ikisha pitishwa lazima kila mmoja aitii sheria ile (…) Isitoshe, mara sheria ikipitishwa kuikubali peke yake hakutoshi, lazima kila mtu aitetee. Haitoshi mwananchi kuacha kuiba; lazima pia ashirikiane na polisi katika kuitimiza sheria, na lazima awapeleke polisi wale wanaoivunjia sheria…” J.K. Nyerere, “Uhuru ma maendeleo”, in J.K.Nyerere, Binadamu na Maendeleo, Dar es-Salaam, OUP, 1974, pp. 31-35.

[2] G.A. Mhina, Mwalimu Nyerere na Tanzania, Dar es-Salaam, Black Star Agencies, 1980, p.28.

[3] L’ Ujamaa- termine che deriva dal sostantivo jamaa, società, famiglia estesa, comunità- rappresenta la comunità e le sue strutture relative al possesso della terra e ai modi di produzione, alla condivisione del lavoro e sul consenso. D. Komba, “Contribution to Rural Development”, in C. Legum & G. Mmari, Mwalimu. The influence of Nyerere, Trenton, Africa World Press, 1995, p. 36.

[4] “(…) Ngoma ni sehemu ya utamaduni wa kabila, au wa nchi. Lakini ngoma peke yake si utamaduni. Anaweza Mjerumani akacheza sindimba sawa sawa na Mmakonde, lakini Mjerumani huyo asiwe na Umakonde ndani ya damu yake. Vivyo hivyo lugha, au sanaa, au mavazi. Anaweza mwanamke wa Kisukuma akavaa sari ya ki-Banyani. Vyote hivyo, ngoma, lugha, mavazi, sanaa, destri, n.k., ni sehemu ya utamaduni; lakini haiwezekani kimoja – kimoja kikaitwa ndiyo utamaduni. Utamaduni ni vyote hivyo pamoja, vikiunganishwa na ridhaa ya mtu kukubali katika damu yake maisha ya cabila lake au taifa lake…” Mwongozo wa TANU, Ibara ya I.

[5] “[…]

E-ee Nikwambie nini, bwana wa kuteuliwa,

Nisemayo si mageni, ukadhani nimelewa,

Unayajuwa zamani, kwa kweli twaonewa,

Salamu Mheshimiwa, Julius Muokozi.

K. Mariamu Hamisi, ‘Mh. Bw. Julius K. Nyerere “Salams”. L’autrice della poesia, firmata in calce, si definisce “Mtanganyika”, ovvero “cittadina del Tanganyika”. La poesia fu pubblicata nel testo Mwito wa Uhuru (‘Il Richiamo della Libertà’) una raccolta di documenti inediti, di corrispondenze epistolari,di testimonianze da parte di coloro che parteciparono attivamente alla preparazione di quella rivoluzione che darà poi vita al nuovo Stato. Il testo fu pubblicato all’indomani dell’indipendenza e curato da S. A. Kandoro, attivista politico della TANU, il cui meticoloso lavoro di raccolta e conservazione dei documenti venne elogiato dallo stesso Nyerere nella prefazione al testo, asserendo che l’opera di Kandoro era il primo passo compiuto per scrivere la storia del Partito. S.A. Kandoro, Mwito wa Uhuru, Dar es-Salaam, Thakers Limited, 1961.

[6] “(…) Mwalimu J.K. Nyerere ni mwalimu. Hapo awali alikuwa Mwalimu wa darasani akifundisha watoto wa taifa hili. Leo ualimu wake umechukua mazingira mapana. Licha ya kuwa ni mwalimu wa watoto na taifa hili, pia ni mwalimu wa kila mmoja wetu katika jitihada yake ya kuliongoza taifa hili…”

G.A. Mhina (1980), op. cit., p.iii.

[7] J. Kiango, “Tanzania’s Historical Contribution to the Recognition and Promotion of Swahili”, Africa&Asia, 5, 2005, p. 159.

[8] J.W.T. Allen, The Customs of the Swahili People. The Desturi za Waswahili of Mtoro bin Mwinyi Bakari and other Swahili Persons, Berkeley, London, University of California Press, 1971, p. 211

[9] […]

Kiswahili ni tapiri, kwa fasaha na methali,

na mimi nafikiri, wakati hauko mbali,

Kitaweza kufasiri, elimu mbalimbali,

Kwa akili na uzuri, kiwape watu fadhili,

Titi la mama litamu, jingine halishi hamu

Maneno bila hesabu, bado watu kuandika

Ni hazina ya dhahabu, inangoja kutumika,

Nami nadhani karibu, siku njema italica,

Yawe katika vitabu, na vinywa kuyatamka,

Titi la mama litamu, jingine halishi hamu.

Shaaban Robert, “Kiswahili”, in Pambo la lugha,Johannesburg, Witwatersrand University Press, 1953

La traduzione in italiano dei versi riportati è a cura di Elena Zubkova Bertoncini.

[10] Oggi il Kiswahili risulta essere una delle lingue indigene più diffuse nel continente africano, presente come seconda lingua in Africa orientale e in buona parte dell’Africa centrale: è lingua ufficiale in Tanzania e nazionale in Kenya. La conoscenza e l’uso di questa lingua è presente anche in paesi limitrofi a quelli prettamente swahilofoni come Burundi, Randa, Uganda. Secondo fonti ufficiali nel 2003, da un computo dei reali parlanti swahili, risultava che il numero ammontasse a circa 100.000.000 di persone. M.M. Mulokozi, “Kiswahili as a National and International language”, Kiswahili, vol. 66, Dar es-Salaam, Dar es-Salaam university Press, 2003.

[11] W. Bgoya, Books and Reading in Tanzania, Parigi, UNESCO, 1980, p. 21.

[12] M.H. Abdulaziz, “Tanzania National Language Policy and the Rise of Swahili Political Culture”, in Cliffe L. & Saul J.S. (eds), Socialism in Tanzania, Nairobi, EAPH, 1975, pp. 155-164.

[13] M.M. Mulokozi, “English versus Kiswahili in Tanzania’s Secondary Education”, in J. Blommaert (ed.), Swahili Studies. Essays in Honour of Marcel Van Spaandonck, Ghent, Academia Press, 1991.

[14] Kujenga Ujamaa Tanzania - Miaka Kumi ya kwanza, Dodoma, 1977.

 


BIBLIOGRAFIA

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