Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi

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“L’anno mille ottocento trentasette, il dì quindici del mese di Giugno, alle ore 5,30 , avanti a noi Antonio Candida, legale ed ufficiale dello stato civile del Circondario Stella, Comune di Napoli, Provincia di Napoli, sono comparsi Don Giuseppe Ranieri, di anni ventiquattro, di professione impiegato, domiciliato Via S. Giacomo n.° 65, e Lucio Ranieri, di Napoli, di anni 22, di professione legale, domiciliato come sopra. I quali han dichiarato che nel giorno quattordici del mese suddetto, anno corrente, ad ore venti, è morto Don Giacomo Leopardi Conte di Recanati, di anni trentotto, di professione proprietario, domiciliato Vico Pero, n. 2, figlio celibe di D. Monaldo, proprietario, e D. Adelaide Antici”.

Inizia così lo scarno Atto di morte che documenta il passaggio dal finito all’Infinito di uno dei nostri più grandi poeti e pensatori: Giacomo Leopardi.

E inizia così anche il mio ultimo libro Un giallo a Napoli. La seconda morte di Giacomo Leopardi (Guida) dedicato al poeta-filosofo di Recanati.

Una lunga ricerca storica durata oltre sei anni durante i quali ho ripercorso testi e versioni alla ricerca delle primitive fonti degli episodi raccontati e ripetuti negli anni, ritrovando documenti inediti e portandone alla luce altri “dimenticati” (a volte volutamente) dalla critica ufficiale.

Come ben sapeva Leopardi “nelle cose occulte vede meglio sempre il minor numero, nelle palesi il maggiore” e infatti gli avvenimenti legati alla “conversione”, alla morte e alla sepoltura del Poeta sono sempre rimasti oscuri, pur destando interesse in ambito letterario e giornalistico, tanto che periodicamente si assiste alla riapertura di quello che può essere considerato un enigma.

Su queste vicende, che non cessano anche a livello popolare di suscitare interesse e domande, più volte sono state avanzate tesi diverse non sempre suffragate da documenti inoppugnabili, spesso addirittura viziate da visioni ideologiche.

Il sottotitolo che ho scelto vuol sottolineare come dopo la morte di Leopardi sia iniziata una “seconda morte”: quella della verità storica.

Una verità alla quale difficilmente si potrà approdare perché molti documenti e archivi sono andati distrutti nel corso del tempo, ma soprattutto perché Antonio Ranieri seppe tessere una tela così fitta e densa di contraddizioni che dipanarla oggi risulta quasi impossibile.

Il “quasi” è d’obbligo perché, come ci insegnano le cronache, c’è sempre la possibilità che ricompaia all’improvviso un qualche documento sconosciuto sepolto magari in qualche abitazione privata o nei polverosi scaffali di una biblioteca.

Questa ricerca, cui ben si addice il titolo di giallo scientifico, è corredata da un grande apparato di note che si raccomandano alla lettura perché consentono di conoscere, con la massima ampiezza, fatti, circostanze ma soprattutto personaggi sui quali non è stato indagato a sufficienza o addirittura mai.

Prima e durante la scrittura di questo libro ho camminato a lungo nei tanti luoghi della città partenopea e considerando i tanti documenti ho fatto largo uso di quell’immaginazione, tanto cara a Leopardi, per proiettarmi all’indietro riuscendo così a passeggiare ampiamente nella Napoli di quegli anni, lungo i Quartieri Spagnoli, dentro alle botteghe e ai circoli letterari allora ostili al Poeta.

Sono entrata nello scenario lugubre della morte di un Grande: lo scoppio di un’epidemia invincibile, il colera, gli ospedali e i nuovi cimiteri dell’epoca. E ho respirato ovunque il terrore e l’impotenza che dominavano di fronte alla manifestazione eclatante di quella “natura matrigna” di cui parlava Leopardi.

E ancora una volta ho meditato sulle diverse versioni, le menzogne, gli artifizi, le mezze verità e tant’altro ancora, tutto quello che venne ripetuto negli anni da colui che Leopardi chiamava “anima mia”.

Ecco poi altri fatti: il nascondimento dei Sacramenti ricevuti e regolarmente “registrati” in quel X Libro dei Morti della Parrocchia così poco esaminato, la morte “misteriosa” (come già disse il De Sanctis), il seppellimento in una chiesa, fatto questo che già da subito aveva destato perplessità nei contemporanei e, molti anni dopo, nel 1900, la “sorpresa” di tutti all’apertura di una cassa troppo piccola per contenere un cadavere deforme: non i resti di Leopardi vi erano, ma poche ossa di uno sconosciuto frammiste a pochi stracci.

E poi la chiusura frettolosa della vicenda per l’imbarazzo di autorità civili ed ecclesiastiche. Infine il seguito di quella specie di farsa che continuò, quando nel 1939 avvenne la traslazione al Parco Vergiliano.

Dov’è allora il corpo di Giacomo? Quale fu la sua vera sepoltura?

Dov’è scomparso il cofanetto affidato al Museo S. Martino e contenente i resti degli abiti e della cassa aperta nel 1900?

Tanti misteri che chiedono risposta!

Tutte queste vicende che ho ripercorso attraverso i tantissimi documenti sparsi nel tempo e le testimonianze avvenute nel corso degli anni mi hanno portato a formulare una nuova ipotesi che, se ipotesi è, appare però molto plausibile.

Ho ritenuto interessante, infine, riservare un intero capitolo a ciò che si scrisse in ambito cattolico su questi avvenimenti.

I gesuiti di “Civiltà Cattolica” infatti profusero nei loro scritti tesi diverse, a volte contraddicendosi tra di loro.

I loro nomi nessuno li conosceva perché essi scrivevano anonimamente. Ma poiché sono dell’opinione che si comprenda meglio uno scritto quando si conosce il suo autore, ho ricercato e ritrovato quei nomi sconosciuti.

Altri nuovi particolari inediti si sono dunque aggiunti a questo lavoro.


 

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