Vesuvio, una surreale visione

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Non è un racconto dell’orrore; tuttavia, se non è una storia macabra, non manca certo di elementi drammatici.

L’orrore il Vesuvio lo ha di certo diffuso, ma si può ritenere che non sia stato mai fine a se stesso, che sia stato anche molto utile.

Ciò vale sempre, dunque, anche se ha distribuito a piene mani vicende drammatiche, sia notturne che diurne; brividi improvvisi mentre si era affaccendati in gesti d’amore, di quotidiana normalità, di ovvi e previsti funerali.

Immaginiamo lo abbia fatto anche mentre si recitava, sull’inchino di attori e attrici e gli applausi a scena aperta, sui sorrisi entusiastici del pubblico e sul finale di canzoni epiche.

E tutto deve necessariamente essere apparso come un segnale divino, capace di gonfiare a dismisura ogni condizione emotiva.

È finalmente giunto il tempo di dirlo: il Vesuvio nasconde un segreto.

Tra i suoi antri si respira un odore speciale, che lascia intuire qualcosa di non banale e davvero sorprendente.

E non si allude all’odore di zolfo, che pare sia solo un espediente diabolico per nascondere ben altre essenze.

Il Vesuvio è un colorificio, formato da mille sezioni che contengono sia colori per tinteggiare banalmente, quelli un po’ più sofisticati, dove si trova il rosso pompeiano, tanto per essere chiari; sia quelli per le scocche delle Vespe; sia quelli per i palazzi; sia quelli per gli indumenti.

Se ti fai un giro dedicandoci il tempo necessario, puoi scorrere tutte le declinazioni del rosso, del verde, del giallo, del blu.

Non diciamo nulla sul nero, giacché non può che uniformarsi al buio degli angoli più cupi dei mille e mille anfratti.

Ma, proseguendo il giro, con sguardo ammirato, non potrai che spalancare gli occhi e la bocca per la meraviglia.

Ti imbatterai in un luogo sterminato dove i colori urlano, ti assordano con la loro bellezza e la eco ti trascinerà indietro nel tempo, sino a giungere a una epoca che tanto lontana poi non è, di cui restano tracce straordinarie.

 

Ti potrai imbattere, ad esempio, nei pittori fiamminghi, che proprio in questo luogo venivano a rifornirsi dei colori necessari per dipingere quella Napoli, quella religiosità, quei ritratti.

Sicuramente questa è una immagine sorprendente: si è in un magazzino insolito che crea meraviglia, curiosità, da cui si possono dipanare ragionamenti di narratori esperti, come di scolaresche rumorose, di sacerdoti che la sanno lunga, di politici che finalmente perdono un po’ di baldanza giacché colti a dover ammettere che non ne sapevano nulla, che hanno perso l’occasione per sfruttare la notizia, distogliere l’attenzione da altri falsi o esagerati problemi.

E ci si vede costretti a chiedersi: ma il segreto, questo segreto, come è stato possibile celarlo, tenerlo custodito fino alla fine, fino a oggi?

E come mai ora si può rivelarne tutta l’entità, il peso specifico dell’unico vero scoop di fine anno? Anche in questo caso la stampa e l’informazione televisiva sembra giungere tardissimo sulla notizia.

Neppure Internet è valso a fornire e far girare velocemente la notizia in tutto il globo terrestre attraverso la fantomatica rete.

Ma ciò lo comprendiamo: sono scattati i soliti scherzetti del cervello, quelli di natura mentale, ovvero umana: ciò non fa notizia.

E, a fronte del quasi ovvio disinteresse della gente, presa da drammi legati alla vita, alle struggenti reazioni a guai che sta vivendo, che non sarebbe stata disposta a far deviare il proprio viaggio mentale, va anche sottolineato l’infinito numero di volte in cui vi è stato chi ha saputo distogliere l’attenzione da questa verità incontestabile.

C’è stato chi, come fa il prestigiatore, ha saputo far orientare lo sguardo verso altro, trascinando tutti in altre suggestive vicende, in un altro tipo di viaggio, meno vero, ma facendolo apparire veritiero.

E già, il viaggio mentale! Il cervello, da questo punto di vista, è come una nave: va dove è abituato ad andare, segue rotte consuete, predeterminate.

Non occorre più la bussola per giungere nel luogo dove si è stati mille volle.

Anche il ciuccio sa ritornare alla propria stalla; e noi, più o meno come fa questo bellissimo animale quando ritorna, con portamento sereno, al luogo dove può riposare ed essere sicuro, sappiamo solo ritornare sempre sugli stessi pensieri, verso le medesime sofferenze, verso le stesse vacuità, ma con minore tranquillità, accettando e assolvendo le proprie debolezze, i limiti.

Anche quando sembra che sappiamo guardare nell’abisso del nostro cuore, dove ogni dolore lacerante viene sedato se non ti colpisce direttamente, con meccanismi che restano nascosti nelle sue oscure profondità, ci manteniamo sulla superficie del mare, della coscienza.

Accettare di andare a visitare ciò che è sotto la cima del Vesuvio è come scendere nel proprio mare. E forse anche in fondo a questo troveremo, oltre al mostro che pare vi alberghi, mille colori.

 

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