Pescara, i due Gabriele e il Conte di Ruvo

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Sono stato sabato 17 e domenica 18 novembre 2012 a Pescara per il “Festival Mediterraneo della Laicitá” (lodevole, annuale manifestazione, che si appoggia sul tenace lavoro organizzativo di Silvana Prosperi e alla direzione del prof.Giacomo Marramao, docente di filosofia politica all’Università di Roma3).

Il tema di quest’anno era “Laicità e critica dell'economia”, anche se quest’ultima è stata egemone e di ‘laicità’ si è parlato poco o niente (ho proposto una sessione dedicata annualmente allo stato di essa nella nostra società formalmente repubblicana, libera, democratica, ma esposta ai condizionamenti clericali del cattolicesimo vaticano ed ora anche delle pervasive religioni islamica ed ortodossa, attraverso i tumultuosi milioni di immigrati).

Il Festival si è svolto in due sale della splendida ed estetica struttura culturale polifunzionale, di proprietà comunale, nella pineta di Pescara, dagli echi dannunziani, presso il lungomare, che ha nome ‘Aurum’.

 

L’Aurum era una famosa distilleria (che ha prodotto fino agli anni Sessanta l’omonimo, notissimo liquore a base di brandy ed infuso di arance), che aveva inglobato nel 1919, ampliandola per per la nuova destinazione, una precedente estetica costruzione del 1910, con due bracci semicircolari, con ampio e luminoso cortile interno, così come lo erano gli ambienti di lavoro, configurando un esempio memorabile dei luoghi di lavoro, che dovrebbero sempre essere funzionali e riposanti, dovendo i lavoratori trascorrervi tante ore di vita.

Pescara, dalla fine della sua destinazione militare di fortezza, si è sviluppata man mano, specialmente nello slancio civile risorgimentale prodotto dall’Unità d'Italia (che poco è illuminato, appiattiti gli storici e gli studi spesso solo sugli aspetti complessi, difficili, inevitabilmente intricati del “fare gli italiani liberali e moderni”, divisi da secoli e secoli e immersi nel tradizionalismo, nel provincialismo, nell’analfabetismo, nel dogmatismo religioso blindato dall’indice dei libri proibiti e dall’Inquisizione, come è avvenuto per tutti i processi di unificazione dei paesi europei).

Con l’Unità ad esempio è finita la configurazione ‘napolicentrica’ dei secoli precedenti e si sono poste le condizioni di una fioritura delle cittadine provinciali, divenute sedi di uffici statali, scolastici, militari, con la nascita, nel benefico clima liberale e costituzionale, di tante iniziative civili, culturali, economiche.

Così Pescara è andata crescendo e si é configurata come un capoluogo civile, amministrativo e poi turistico con lo sviluppo di una diffusa articolazione di ville e villette estetiche, spesso di caratteristico gusto liberty, fino a configurarsi quasi come una città- giardino.

Oggi, con la sua armatura urbana razionale e funzionale, raccordata alle grandi reti autostradali e ferroviarie, nonchè col suo porto-canale e con il suo aeroporto, si colloca come uno dei cuori pulsanti del vivacissimo mondo Adriatico, di quella “Italia Adriatica”, che da Trieste scende a Lecce e che si distingue fortemente da quella tirrenica, per avere avuto anche altro destino storico di sostanziale ‘lago veneziano’ e poi anche asburgico, non di spazio drammatico, come quello tirrenico, esposto alla pirateria arabo-saracena o all’egemonia di forze storicamente poco propulsive in senso moderno, come la Spagna.

La città è dominata in modo esagerato nel suo immaginario collettivo dalla personalità del suo più noto cittadino: Gabriele D'Annunzio.

Di lui restano, oltre una delle vie più importanti della città, la palazzina di famiglia nel centro storico, dove trascorse la prima parte della vita, divenuta monumento nazionale e dipendente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la vicina Cattedrale di Pescara, fatta erigere per sua sollecitazione dopo il Concordato fascista del 1929, e perciò chiamata anche “Tempio della Conciliazione”, con la cappella a sinistra dell’altare tutta dedicata alla madre, Luisa de Benedictis (1839-1917), il cui sarcofago, con il profilo della defunta, domina il centro dello spazio, mentre una frase poetica del vate pescarese campeggia a giro in alto.

Il teatro all'aperto nello spazio della pineta è intestato a lui, come un obelisco vicino, che si nota per vasto spazio. La stessa Università di Pescara-Chieti (che ha dodici facoltà con 31.500 studenti circa) è intestata a D’Annunzio (mentre potrebbe essere intestata all’altro grande abruzzese Benedetto Croce).

Alla madre di  D’Annunzio è intitolato il Conservatorio (istituito nel 1969), nato nel 1935 come Liceo Musicale, sempre su sollecitazione del poeta pescarese. A lui è sempre intestato il Liceo Classico della città, intestazione che si lega a tante altre nella penisola.

Per chi ha la diffidenza istintiva per quella vita smisurata, egocentrica, di superuomo, di esteta, versione italiana di superficiali, schematiche, deformate posizioni nietzchiane, complessa, aperta in tante direzioni, finita nella tragicommedia del fascismo che lo usò strumentalmente come sua ufficiale icona nel Vittoriale di Gardone Riviera sul Lago di Garda fino alla morte nel 1938, come ‘principe di Montenevoso’, ma è anche legato per obiettività storica e per emozioni di lettura al grande poeta dell’Alcyone (la raccolta di liriche del 1903) e allo scrittore di novelle, di romanzi, di testi teatrali, la visita della casa, dove nacque nel 1863 e vi trascorse l’infanzia e larghi tratti di adolescenza, riserva sorprese.

Sorprese di autenticità in quegli spazi di operosità, di serietà, di religiosità tradizionale all’estremo (fino all'inginocchiatoio nella sua camera da letto col fratello, contigua a quelle della zia pia e dei genitori), eppur sincera e rispettata dal poeta del piacere, dell’egoità estrema, dell’amoralismo praticato nei rapporti umani, specialmente con le donne che tante sedusse e che istericamente ne erano fanatiche (attratte come sono spesso dalla fama e dal potere).

Quello che offende la bella cittadina adriatica sono lo scarso rilievo, la dimenticanza, la sostanziale rimozione nell’immaginario collettivo di un altro, diverso Gabriele, il grande Martire della Repubblica Napoletana del 1799, Gabriele Manthonè, nato a Pescara nel 1764.

La madre era figlia del comandante della fortezza e il padre, di origine savoiarda, aiutante maggiore. Gabriele venuto a Napoli si legò alla città, sia divenendo una personalità di rilievo in campo militare, nell’importante arma dell'artiglieria, sia sposando Margherita Castagna, dalla quale ebbe nel 1798 il figlio Cesare.

Negli anni precedenti il 1799, si segnalano la sua amicizia militare con Carlo Lauberg, futuro Presidente della Repubblica, e la frequentazione del salotto progressista di Caterina de’ Medici Cavaniviglia, sorella di Luigi, personalità  riformatrice.

Aderì con slancio alla Repubblica, assumendo ruoli sempre più impegnativi fino a divenire nell’aprile del 1799 Ministro della Guerra, Marina e Affari Esteri e infine generale in capo delle Truppe repubblicane.

Egli le guidò personalmente, combattendo valorosamente contro clericali fanatici, sanguinari sanfedisti, inglesi, russi, ottomani, tutti anticattolici (mentre la Repubblica, rispettosissima della religione cattolica, era guidata in massima parte da laici ed ecclesiastici cattolici moderni, liberali, democratici, che dovrebbero anche per questo aspetto essere onorati oggi).

Si ritirò strategicamente nel Maschio Angioino ed era contro la capitolazione, intuendo i rischi, mentre con il controllo anche di Castel S.Elmo si poteva ancora resistere ed ottenere garanzie più solide.

Per il tradimento dei patti sottoscritti dal Cardinale Ruffo a nome della dinastia borbonica, dei plenipotenziari inglese, russo, ottomano, stracciati per la vendetta sanguinaria da Nelson e da Maria Carolina, attraverso la sciagurata sua amica (in tutti i sensi) Lady Hamilton, amante di Nelson sotto gli occhi del marito, anche Manthonè conobbe il martirio a Piazza Mercato il 26 settembre e giace anonimo con gli altri suoi Compagni di gloria eterna (per noi fedeli a quella memorabile esperienza) e di infamia ancora oggi, ora, per i responsabili di ogni colore  (a Napoli e anche a Pescara) nel fango del pronao del Carmine.

Un corso del centro storico  (e proprio quello lungo il quale si affaccia Casa D’Annunzio), un ricordo marmoreo in legame con Ettore Carafa, di cui si parlerà dopo, la denominazione in condominio dell’Istituto Tecnico Commerciale per Geometri “Aterno-Manthonè”(nel sito  dell’Istituto c’è un’essenziale biografia con foto) sono legati al nostro Martire. Ma quasi nessuno lo conosce veramente.

Pescara, come Napoli, colpevolmente occulta poi il nome e il cognome di un altro grande protagonista della storia della Repubblica, legatissimo alla storia di Pescara, che difese eroicamente fino all’ultimo: Ettore Carafa, così giustamente caro a tutti noi ed alla nostra direttrice in particolare, che a Lui ha dedicato studi preziosi e ne coltiva la memoria con Eleonora (La penna e la spada della Repubblica).

Ebbene, a Pescara (come a Napoli) c’è soltanto l’anonimo “Viale Conte di Ruvo”, che ha quindi solo la indicazione ‘generica’ e nessuno lo collega ad Ettore Carafa.

Per completezza e obiettività di informazione,  occorre ricordare che il Comune di Pescara nel 1949, nell’onda delle riconquistate libertà, innalzò proprio sul viale un ricordo marmoreo con medaglione bronzeo a “Ettore Carafa e Gabriele Manthonè - Martiri Epici della prima Libertà Democratica - 1798-1799", ma senza accennare, precisare che Ettore Carafa era il “Conte di Ruvo”, al quale è intestato il viale, per cui la confusione, l’ignoranza e la dimenticanza regnano sovrane ancora oggi a livello anche di professionisti, come ho potuto accertare con qualche domanda durante il convegno.

Nessun Istituto scolastico è intestato a Pescara a Ettore Carafa.

Questa è ancora oggi, ora, la cara, amara, ingrata, immemore, per mille tradimenti e lucide posizioni egemoni volpine e demoniache, annidate nei luoghi più inimmaginabili, Repubblica Italiana Libera e Democratica, troppo spesso solo nominale.

 

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