Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Carlo Iazeolla, il marchese rivoluzionario

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Carlo Iazeolla [San Giorgio la Molara (BN); 1747-1818], Marchese di Montefalcone, fu un facoltoso banchiere e affarista a Napoli, dove partecipò attivamente alla Repubblica Partenopea del 1799 come membro dell’Amministrazione Municipale.

Condannato a morte nella restaurazione borbonica, sfuggì all’esecuzione e morì in circostanze misteriose a San Giorgio la Molara nel 1818.

Carlo nacque da Urbano e da Donna Lucia Tardioli di Sant'Elia, primo maschio di cinque figli, il 4 aprile 1747 a San Giorgio la Molara nella grande “casa palazziata” o castello che era divenuta dal 1684 dimora della famiglia.

Originaria di Colle Sannita, la casata era stata insignita dell’arma nel 1647 dal Viceré di Napoli Don Rodriguez Ponz de Leon Duca d’Arcos.

Per ragioni ereditarie, Carlo dovette assumere prematuramente la grave incombenza di amministrare il cospicuo patrimonio familiare.

 

Il monopolio delle carte da gioco

Nel 1772, a soli ventiquattro anni, ottenne con decreto Reale di far parte di quella ristrettissima cerchia dei monopolisti dello Jus prohibendi delle carte da gioco del Regno di Napoli.

Così figura negli elenchi accanto al Principe Capece Minutolo, al Duca di Sangro, al Marchese Caracciolo e ad alti magistrati e borghesi di condizione.

La sua partecipazione economica al monopolio delle carte da gioco durò per trentaquattro anni fino al 1806 (anno dell'abolizione di questo privilegio) durante i quali egli fu attivo a Napoli come banchiere, come lo definiscono il Meomartini “uno dei primi banchieri in Napoli” ed il Rotili “banchiere ed economista illuminato”.

Nel 1772 Carlo sposò Maria Gioconda Spicciati Riccardi figlia del Barone Federico e di Anna dei Marchesi Frangipane di Mirabello.

Vivevano a Napoli per affari, ma si ritiravano spesso a San Giorgio, dove nacquero i suoi dieci figli.

Dal 1794 gli venne affidato il feudo di Montefalcone, che tenne fino al 1812. Il prolungato periodo di dominio gli conferì il diritto al titolo di Marchese.


Fermenti rivoluzionari a Napoli

Nel 1794 cominciavano a serpeggiare a Napoli spiriti rivoluzionari, echi della recente Rivoluzione Francese.

Società patriottiche napoletane si formavano in circoli giacobini, tramavano e cospiravano contro la monarchia. Erano i nobili i primi cui il fanatismo rivoluzionario aveva riscaldato le menti e assieme ai figli Urbano e Girolamo, Carlo era stato conquistato dalle nuove idee di libertà e uguaglianza.

Le sue attività economiche furono solo marginalmente intaccate dalla crisi bancaria del 1796, quando Re Ferdinando, preparandosi al conflitto con Napoleone, accorpò i sette istituti di credito della capitale in unico Banco Nazionale al quale ordinò di congelare tutto il contante ivi esistente per le necessità della Corte.

Ai depositanti delle banche restarono delle Fedi di Credito che non poterono essere monetizzate per la carenza di contanti.

Gli eventi precipitarono nel 1798 quando le truppe francesi avanzarono su Napoli.

Il 21 dicembre Re Ferdinando fuggì a Palermo e la città cadde in preda all’anarchia. L'armata francese al comando del generale Jean E. Championnet, dopo dure battaglie ingaggiate con i Lazzaroni napoletani, entrò alla fine a Napoli il 20 gennaio 1799.


Il banchiere Carlo Iazeolla al governo della nuova Repubblica

Il 23 gennaio 1799 venne proclamata la Repubblica Napoletana e Championnet designò i venticinque membri del Governo Provvisorio alla cui testa era Carlo Laubert.

Il 25 gennaio venne eletta l'Amministrazione Municipale di Napoli composta da venti elementi, fra i quali era Carlo Iazeolla.

La scelta dei personaggi era tale da rappresentare ogni ceto della popolazione, ma non si può ignorare che la città, dopo le precedenti lotte, aveva bisogno di aiuti. Per questo, tranne rare eccezioni, si cercarono membri facoltosi.

La solenne proclamazione della Repubblica avvenne il 23 gennaio 1799.

Il Corpo Municipale che governava Napoli, oltre a presiedere ai sei Cantoni in cui era stata divisa la città, aveva assunto precisi compiti per il miglior funzionamento dei vari servizi. Furono costituiti sei comitati tra cui quello delle Finanze, al quale partecipò lo Iazeolla.

Nelle prime settimane della nuova Repubblica si abbatté su Carlo una grave calamità economica. Due bastimenti carichi di 10.000 tomoli di grano (pari a 400 tonnellate) spediti per suo conto dai granai di Manfredonia vennero sequestrati a Palermo dagli Inglesi per rifornire la Sicilia di Re Ferdinando. La perdita costò ben 30.000 ducati.

Nel mese di febbraio il figlio Girolamo, ventuno anni, già tenente dell’esercito Regio, si arruolò con il Conte Ettore Carafa per andare a contrastare la controffensiva borbonica. La sua brillante carriera militare gli varrà il titolo di Barone, conferitogli nel 1813 da Murat.

A Napoli Carlo non trascurò gli impegni presi come amministratore della città anche quando, in marzo, il generale Championnet fu sostituito dal generale Mcdonald.


La cruenta dissoluzione

Come noto, le truppe messe in moto dal Cardinale Fabrizio Ruffo per riconquistare Napoli giunsero nella capitale il 13 giugno 1799 e, dopo aspri scontri, ebbero la meglio il 19 giugno.

Erano trascorsi solo cinque mesi dalla proclamazione della Repubblica. I tristi giorni che seguirono la resa, dopo che anche i patti vennero vilmente lacerati dai vincitori, non hanno pari nella storia di tutti i tempi, perché «mai come allora, scrive Croce, in Napoli si vide il monarca mandare a morte tutto il fiore intellettuale» a cominciare dal Principe Francesco Caracciolo che fu il primo a soccombere il 20 giugno.

Ma già da maggio le navi inglesi comandate dall'ammiraglio Nelson erano approdate sull'isola di Procida dove il primo giugno avvennero le esecuzioni di decine di patrioti, tra cui il sacerdote Antonio Scialoja, cugino di Marcello Eusebio Scotti (anch'egli sacertodote giustiziato in Napoli nella piazza del Mercato), ed il commissario dell'isola Bernardo Alberini.

La Giunta di Stato per le condanne, capeggiata dal famigerato Vincenzo Speciale, non tardò a spiccare le sue inique sentenze contro i patrioti fin dalla fine dello stesso mese di giugno: oltre cento condanne a morte, (al capestro o alla decapitazione) con un ritmo ossessivo. Fu, afferma Montanelli, “una delle più ignobili feste di sangue che si fossero mai viste”.

Alla strage si aggiunsero l'esilio forzato e le carceri per altre centinaia di patrioti al punto che, prosegue lo stesso Montanelli, “nell'aristocrazia e nella borghesia non c'era famiglia che non avesse il suo decapitato o deportato”.


Nel vortice: il carcere e la condanna

Carlo Iazeolla venne imprigionato nel carcere di Santa Maria Apparente in attesa di giudizio e condanna.

Il decreto di condanna era chiaro: “Sono dichiarati rei di lesa maestà in primo capo (e perciò degni di morte) tutti coloro che hanno occupato i primari impieghi nella sedicente repubblica”.

Il dispositivo doveva, pertanto, comprendere lo Iazeolla che era stato  eletto nel Corpo Municipale di Napoli come rappresentante della Repubblica.

Anche se il suo nome non è riportato nei numerosi elenchi, come affermano molti autori, è certo che venne condannato a morte per le ragioni che esamineremo più avanti.

Nel carcere, Carlo conobbe un tale Raffaele Passaro, affarista bene introdotto negli ambienti del napoletano. Fu costui che, conoscendo le grandi possibilità economiche dello Iazeolla, dovette proporgli la salvezza.

Gli furono quindi pagati 21.000 ducati: una somma altissima di cui pochi potevano disporre. Nel prezzo dovette essere concordata anche la cancellazione da tutti gli elenchi di condanna e di carcere.

Ciò spiegherebbe la scomparsa del suo nome da ogni documento ufficiale. Scomparsa, come afferma Giustino Fortunato, alla quale contribuirono anche le fiamme delle quali furono preda le carte, ma soprattutto i Borboni che con “grazioso invito regale, in segno d'oblio autorizzarono a bruciare per rendere ignota e ignorabile tutta l'epoca fortunosa della Repubblica Napoletana”.

Non sappiamo quanto Carlo restò rinchiuso nella prigione. E' da supporre, comunque, che non vi sia stato fino all'editto del maggio 1800 che perdonava i delitti politici.

Probabilmente si avvalse di quel perdono per uscire in pubblico, ma con molta cautela a causa delle persecuzioni filoborboniche che a San Giorgio la Molara e in tutta la provincia minacciarono senza tregua, sia lui sia il figlio Urbano e che, per tenerle lontano, costarono altre migliaia di ducati alla famiglia.

Carlo pagò la sua fede repubblicana molto più duramente che se fosse andato al patibolo.

Col ritorno delle armi borboniche subì la spoliazione e il sequestro dei beni (esecuzione del Real dispaccio del 23 gennaio 1799). “Le sciagure politiche furono causa principale della rovina del suo vistosissimo patrimonio” (come afferma Meomartini e più tardi Rotili).

E’ per questa ragione che  lo storico Mariano d'Ayala ne eternò  la memoria sulla lapide che nel 1865 fece affiggere sulla facciata del Palazzo San Giacomo ora sede del Municipio di Napoli.

Egli “volendo vendicare la memoria –scrive- dei Napoletani del 1799, di coloro specialmente i quali non furono rammentati come meritavano”, inserì Carlo Iazeolla fra quelli che “andarono al patibolo per riscattare la Patria dai Borboni”, come si legge nell'intestazione.

Il D'Ayala venne criticato da molti scrittori che non trovarono traccia né della condanna dello Iazeolla, né dell'esecuzione.

Fra i più noti, Giustino Fortunato che nel 1884 accusò l'autore di aver inserito nella lapide “...a torto, dice, Carlo Iazeolla che non è negli annotamenti dei Bianchi”  (cioè dei frati che assistettero alle esecuzioni).

Più tardi, nel 1901, il Sansone accennò ad un “tal Carlo Iazeolla” non giustiziato, dimostrando di non sapere che quel “tale” era stato membro del Governo di Napoli nella Repubblica Partenopea.

Evidentemente il D'Ayala, attento e partecipe studioso degli avvenimenti dell'epoca, nel compilare la lista delle due lapidi (“frutto di amorose ricerche”, come afferma il Sansone) ebbe conferma della sentenza di condanna emessa contro Carlo e ritenne giusto annoverare lo Iazeolla fra i 116 martiri. Questi, infatti, anche se sfuggì in quel momento al patibolo “dovette essere vittima delle stragi successive”, come vedremo e come afferma anche Onofrio Pasanise.


Il dopo rivoluzione, ombre e luci

Nel 1803 si celebrò il matrimonio di Urbano, primogenito di Carlo, con la figlia di Biase Zurlo, Carlotta. Il fratello di Biase, Giuseppe Zurlo, era Ministro delle Finanze del Regno di Napoli.

Personalità di spicco, potente uomo di governo, accanto alle sue alte qualità intellettuali Giuseppe Zurlo aveva il grave difetto, come testimonia il suo biografo Giacomo Savarese, di vivere a carico di amici e parenti nonostante le laute retribuzioni percepite.

Il vincolo con i Zurlo costò alla famiglia molto caro: “si ebbero non lievi dispendi per soccorrere la famiglia Zurlo in tanti rincontri allora bisognosa ed esposta a sostenere una dignità nella società” scriveva in una memoria uno dei figli di Carlo.

Ma alle disgrazie economiche si accompagnarono presto anche altre vicissitudini.

Quando il vento della vittoria di Napoleone ad Austerlilz giunse a Napoli, spazzò via anche i Borboni. Il 30 marzo 1806 nel Regno s’insediò Giuseppe Bonaparte. L'avvento dei francesi provocò, inizialmente, disordini, insurrezioni e brigantaggio alimentati dai borboniani che in numerose bande di ex appartenenti all'esercito di Ruffo e sotto il comando dei famosi banditi Fra Diavolo, Vuozzo ed altri ponevano a sacco paesi e campagne, estorcevano e uccidevano al grido di “morte ai giacobini!”.

Questa situazione presagiva la caccia a coloro che erano stati implicati nella Repubblica Napoletana del 1799 per cui la vita di Carlo Iazeolla e di Urbano era in serio pericolo. Il Castello di San Giorgio offriva discrete garanzie di sicurezza, ma non tali da opporre resistenza alle bande, numerose ed armate, che in quel momento circolavano. Carlo dovette dunque far fronte a diverse incursioni brigantesche, con dispendio di denaro ed energie.


L'impatto con le riforme

Re Giuseppe nel riordino delle finanze ordinò l'abolizione degli arrendamenti, fra cui quello prestigioso delle carte da gioco che, come abbiamo visto in precedenza, era monopolio anche del Carlo che si vide sottrarre quel privilegio goduto da molti anni che gli aveva permesso di passare dal mercantilismo all’industria degli appalti.

Ebbe inizio, allora, la gestione delle Ricevitorie del Regno. Iniziando dalle circondariali, ottenne poi l'affidamento delle grandi ricevitorie di Ariano e Montefusco ed infine anche l’affidamento della Ricevitoria Generale di Avellino, capoluogo del Principato Ultra.

Fu questo un istante di rinascita, breve ma intensa, della famiglia. Era il ritorno ai fasti di un tempo, prima della rivoluzione scaturiti dalla potenza economica, adesso invece da un prestigio sociale.

Ma sull’Europa si andavano addensando nubi di tempesta. Murat era partito per la Campagna di Russia lasciando la Regina alla guida del governo coadiuvata da Zurlo. Dalla disastrosa guerra egli tornò a Napoli nei primi mesi del 1813. Al suo rientro elargì ai suoi fedelissimi vistosi riconoscimenti. Così che Giuseppe Zurlo fu proclamato Conte e Girolamo Iazeolla venne insignito del titolo di Barone.


L'epilogo

Il 13 ottobre 1815 re Gioacchino fu barbaramente fucilato a Pizzo Calabro. Anche se in qualche modo prevista, la restaurazione borbonica del 1815 annientò lo spirito ribelle di Carlo. Egli si ritirò definitivamente a San Giorgio con la moglie Maria Gioconda e la figlia Irene. Qui attese alle sue proprietà pur seguendo da lontano con preoccupazione sia l'operato dei figli, sia i rivolgimenti politici.

La nuova compagine del governo faceva sentire la sua mano pesante contro coloro che erano stati favoriti dai francesi; si avvertiva un costante e sordo ostruzionismo nei confronti degli Iazeolla, nelle loro varie attività.

Dovevano essere queste le sue inquietudini quando 21 luglio 1818 lo “...atterrarono nella campagna di S. Jorio”, come riportato nella memoria del figlio Pasquale con parole che suggeriscono una morte violenta, per mano di un sicario. Il termine stesso atterrarono (si atterra un nemico), il luogo di campagna e la mancata registrazione nei registri del municipio e della chiesa, sembrano essere indizi di un’esecuzione sommaria.

Non si deve dimenticare che al ritorno dei Borboni sul trono di Napoli, molte furono le vendette perpetrate contro i giacobini legati al passato. Lo stesso ministro di polizia Capece Minutolo armò, col beneplacito della corte, la famigerata setta dei Calderari perché sterminasse i responsabili di qualsiasi movimento, compresi i Carbonari.

Fu dunque questa la tragica fine di uno degli ultimi esponenti della Rivoluzione del 1799.


Testo tratto da:

Ermanno Iazeolla, Storia della famiglia Iazeolla nel sogno della Repubblica Napoletana. Iniziative Grafiche Umbre. Roma, 1995.

 

Didascalie

Fig. 1. Ritratto di Carlo Iazeolla. Olio su tela. Cm. 99x71,5. Sec. XVIII. Collezione privata.

Fig. 2. Elenco dei membri della Municipalità (Stampa del 1884, particolare).

Fig. 3. La prima delle due lapidi poste ai lati del portale di Palazzo S. Giacomo. Napoli.

 

Convegni Culturali

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