Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vincenzo De Filippis, il filosofo illuminato

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Una figura importante della Repubblica Napoletana, fu Vincenzo De Filippis, matematico, filosofo, letterato e ministro, autore di un saggio dal titolo: “De Terremoti della Calabria Ultra nel 1783 al 1789”.  

Vincenzo De Filippis fu denominato, il “martire dell’oscurantismo” per aver professato idee progressiste, ma negli anni che seguirono alla sua morte, non ebbe la notorietà e la fama che si addiceva ad un uomo della sua levatura culturale.

Citato dagli storici unitamente a Francesco Caracciolo, Mario Pagano, Domenico Cirillo e agli altri eroi, con i quali ebbe in comune la sorte di essere un uomo dalle idee illuminate.

A Mettere in evidenza le gesta del De Filippis furono gli studiosi, Bartolomeo Capasso e Benedetto Croce, che iniziarono ad interessarsi alla sua figura, con l’intento di fare maggiore luce sulla sua persona e sulle sue opere.

Grazie all’interessamento di questi eminenti studiosi oggi abbiamo un quadro ben chiaro sull’opera e sulla figura del De Filippis. Egli nacque a Tiriolo il quattro aprile del 1749 ed appartenne ad onorata famiglia di possidenti.

Della sua fanciullezza ben poco conosciamo, ricevette la sua prima istruzione nel paese natio e giovanetto, dimostrò tale trasporto ed amore allo studio, che i suoi genitori, Vito e Laura Micciulli, si sentirono obbligati a farlo proseguire nella via del sapere, fu pertanto, mandato a Taverna a scuola presso un tal Preti.

Chi fosse questo precettore, quale educazione gli avesse impartito, quale influenza abbia avuto sulla sua formazione non sappiamo, è certo però, che , dopo qualche tempo, si trasferì a Catanzaro e frequentò il Real Collegio.

Il Collegio, fondato dai Gesuiti nella seconda metà del seicento era, a quei tempi, fiorente centro di studi ed uno dei pochi esistenti nella ragione e vantava professori valenti, qui il De Filippis, tra gli altri, ebbe a maestro il padre Saragò dell’Ordine dei Minori, uomo colto, versato nelle scienze matematiche.

Non è da dubitare che questo religioso dovette avere sul giovane discepolo un grande ascendente e che fu proprio lui ad infondergli quell’amore e predilezione per le scienze.

Ma Catanzaro, dopo qualche anno, in fatto di istruzione, non aveva più nulla da offrire al De Filippis che, assecondato dai genitori non esitò a spostarsi a Napoli, era la città ideale per mettersi in luce. Quando il De Filippis arrivò a Napoli da poco il regno non era più governato da Carlo III, ma dal suo primo ministro Bernardo Tanucci nominato tutore, dell’Infante Ferdinando IV.

In questa città il De Filippis si trovò a suo agio, si introdusse negli ambienti della cultura, frequentò gli uomini più rinomati dai quali fu apprezzato per la vivacità dell’ingegno e per la passione allo studio.

Antonio Genovesi, il grande economista, colui che occupò la cattedra universitaria di economia politica istituita in Italia, lo ebbe come discepolo prediletto e amico carissimo in seguito, si racconta che questo insigne maestro, una volta, stando in compagnia con i colleghi, elogiò il giovane discepolo e lo presentò come: “la grande speranza d’Italia”.

Godette l’amicizia di Eleonora de Fonseca Pimentel, la poetessa, la giornalista che nei pochi mesi di vita della Repubblica Partenopea, interamente da sola scrisse Il Monitore Napolitano. Eleonora gradiva la compagnia e la conversazione dello studioso calabrese perché, oltre ad essere una letterata, possedeva conoscenze scientifiche e matematiche ed entrò in amicizia con altri uomini illustri quali, Mario Pagano.

Tuttavia il fatto più importante di questo soggiorno napoletano è l’adesione del giovane matematico calabrese all’illuminismo.

Questo movimento di pensiero, nato all’alba dell’età moderna, che preparò la rivoluzione francese, nel sostenere la fede assoluta nella ragione e nel respingere il passato come era di superstizione e di errore, affermava la necessità di riformare le istituzione di una società ormai decrepita, voleva il progresso dei popoli, bandiva la fratellanza tra gli uomini, auspicava l’abolizione di ogni barriera e confine, perché tutti siamo  cittadini del mondo.

A queste idee il De Filippis aderì con entusiasmo ad esse impronterà più tardi il suo operato di ministro. Ma c’era in lui qualche cosa comune a molti uomini del settecento, c’era cioè uno spirito di inquietudine e di avventura che lo spingeva a muoversi, a viaggiare, a cercare nuove esperienze, Napoli dopo qualche tempo, non dovette più soddisfarlo e trovò la maniera di allontanarsene.

I Borbone avevano fondato a Bologna un importante centro di studi, il “Collegio Ancarano”, che sostenevano a proprie spese,  ad esso potevano accedere gratuitamente  e per merito, i giovani nati nel regno, di buona famiglia intelligenti e capaci.

Il De Filippis partecipò al concorso per i posti in questo Collegio, lo vinse brillantemente, si trasferì quindi a Bologna per compiere il regolare corso di studi e per conseguire il dottorato, qui fu discepolo del celebre matematico Sebastiano Canterzani al quale si legò di duratura amicizia e col quale tenne una assidua corrispondenza che mai interrupe, nemmeno quando fu costretto a soggiornare nella lontana Calabria. 

Furono questi, anni di Bologna, per lo studioso calabrese, un periodo di lavoro intellettuale costante ed intenso, ampliò la sua cultura, approfondì questioni matematiche, si aggiornò sui recenti ritrovati e scoperte della fisica, meditò severamente su vari sistemi filosofici.

La sua personalità si arricchì, si completò, non è da dubitare che su questa esperienza poggerà successivamente la sua attività di scienziato e di filosofo.

Conseguito dottorato, da Bologna si portò a Napoli e vi rimase qualche anno cercando di ottenere un incarico o un ufficio che gli consentisse di vivere e di poter ancora studiare, purtroppo i suoi tentativi fallirono, a corte non trovò terreno favorevole, i vari ministri non lo seppero apprezzare.

Ritornò pertanto a Tiriolo verso il 1777 e qui passò molti anni della sua vita, il Canterzani, scrivendogli, nel deplorare l’incomprensione della corte di Napoli, gli invidiava il “ritiro” nel luogo natio che gli avrebbe consentito di lavorare in perfetta tranquillità.

Nel suo proprio paese dimorò circa dieci anni, fino al 1787 cioè, e furono anni di fatiche aspre, di meditazioni profonde, la solitudine in cui viveva, la pace dei luoghi, la serenità dell’animo favorirono il suo lavoro: unico ristoro alla instancabile attività erano la contemplazione delle superbe bellezze, naturali e la conversazione con l’umile gente, incolta si, ma di animo grande e di sentimenti primitivi e nobili, sentì il bisogno di crearsi una famiglia, e sposò una donna virtuosa e gentile si chiamava Rosalinda Stella, dalla quale ebbe diversi figli, alla cui educazione si dedicò con l’impegno di un padre veramente esemplare.

Ma il bisogno di evadere, la nostalgia di tornare alla città della sua giovinezza, ogni tanto lo attanagliavano e quindi si doveva recare a Napoli, rivedere gli amici che gli facevano festa, si aggiornava sugli studi, erano tuttavia assenze di poca durata, il richiamo della famiglia e del lavoro interrotto lo restituivano presto alla terra natale.    

Ed in un crescendo di amorevole fecondità, egli scrisse le sue più importanti opere di filosofia, di matematica e di fisica, è cioè: “Corso di etica” “Scritti filosofici e metafisici”, “Statica e dinamica”, “Scritti di fisica e di meccanica”.

Alla corrispondenza con gli amici, egli dedicava tempo e fatica dato che egli abitando in piccolo centro sentiva la necessità di comunicare gli studiosi napoletani e bolognesi, in particolar modo con il Canterzani , dove buona parte delle loro lettere avevano carattere scientifico-filosofico.

Si diffondeva intanto la sua fama, questo matematico- filosofo che, vivendo sperduto in un angolo remoto della Calabria, dava esempio di come sotto qualsiasi cielo si possa pensare, meditare, creare, attirava su di sé l’attenzione degli uomini di pensiero e di scienza: l’Accademia Cosentina dei Pescatori Cratilidi lo accolse tra i suoi soci; la Real Accademia di Scienza e Belle Lettere di Napoli, sorvolando sopra ogni formalità, lo iscrisse, nel 1799, tra i suoi componenti.

Nel contempo Bologna lo chiamava a ricoprire una cattedra universitaria che egli rifiutava a favore di colui che era stato già suo maestro a Napoli, riceveva l’invito del canonico Gerolamo Saladini, e Caterina II di Russia ad insegnare a Pietroburgo, ma le affettuose sollecitazioni , gli furono di grande gradimento, ma lo indussero a declinare l’invito.

Nel 1787 Don Giovanni Bianhi, valente medico e professore nel Real Collegio di Catanzaro, lasciava, perché avanzato in età, la cattedra di matematica che aveva tenuto competenza ed onore, a succede gli nel posto fu Vincenzo De Filippis.

Il ministro dell’epoca Francesco Caracciolo, gli scriveva: “Sua Maestà, avendo avuto favorevole rapporto non meno dei talenti di V.s. che dei suoi ottimi costumi si è degnata di conferirle La vacante cattedra di Matematica nelle Real Scuole di Catanzaro”.

Nelle parole del ministro napoletano c’è il pubblico riconoscimento, non importa, se tardivo, di quello che lo scienziato calabrese era nella realtà, e cioè uomo di grande talento e di costumi illibati.

Accettò l’incarico e si trasferì a Catanzaro, ebbe così inizio, per lui, quella attività di insegnante che , sebbene di breve durata, lo doveva tuttavia rendere noto ed apprezzato tra gli intellettuali del luogo per i tesori di dottrina che profondeva dalla cattedra.

Si dedicò a questo ufficio con trasporto e zelo, spiegava e dettava le sue lezioni di matematica e di fisica, ma sentiva poi il bisogno di completarle, di arricchirle con conferenze ed esperimenti, non esitava perciò ad un lavoro che andava oltre i limiti del dovuto.

Ed ebbe discepoli che lo amarono ed onorarono in vita e che, dopo la morte, lo ricordarono sempre con venerazione e rimpianto, tra i tanti ci basta citare solamente Giuseppe Poerio, il grande avvocato, il famoso giureconsulto, il patriota che, nel 1801, venuto da Napoli, ove aveva fissato la sua dimora, a Catanzaro, sentì il bisogno di portarsi a Tiriolo per visitare la famiglia del suo maestro.

Ecco quanto egli scriveva alla sua futura moglie Carolina, a proposito di questa visita: “Ho goduto un poco l’aria purissima d’un vicino paese, dove fui quasi educato, dove passai nella mia prima età anni istruttivi e deliziosi dove infine ho rinvenuto la vedova e la sua famiglia del più caro amico dei miei maestri. Se tu fossi stata presente allo spettacolo di quattro ragazze che mi abbracciavano, che mi accarezzavano, che mi chiamavano balbettando loro fratello, che mi domandavano il loro, padre, tu avresti pianto, o Carolina mia.”

Carlo Poerio, figlio di Giuseppe, narrando la vita del padre, nel parlare dei maestri che questi aveva avuto a Catanzaro, cita: “…quell’anima purissima di Vincenzo De Filippis che fu ministro dell’interno nella Repubblica Partenopea, e quindi, consegnato al carnefica. Da quest’ultimo, nella età matura, mio padre soleva riconoscere un immenso benefizio: quello di avere appreso della severa morale, della dignità umana ed il segreto della nostra misteriosa missione sulla terra”.

Questo fu uno dei tanti riconoscimenti che Vincenzo De Filippis, nel contempo l’insegnamento tuttavia non lo distoglieva dagli studi, diletti come amava dire il grande maestro, anzi continuò a lavorare con lena e questo periodo appartengono molti suoi scritti dedicati alla matematica e alla meccanica.

La sua attività di insegnante durò esattamente sei anni, nel 1793, chiese ed ottenne la giubilazione, pur essendo stato in servizio abbastanza breve, ma gli veniva concesso, per i suoi grandi meriti, un assegno di dieci ducati al mese.

Ma la causa del ritiro dall’insegnamento, furono altre e si debbono attribuire alle non buone condizioni di salute. Nel 1789, in Francia, scoppiava la Rivoluzione, borghesia e popolo, stanchi di una secolare oppressione, insorgevano contro la nobiltà ed il clero, le classi privilegiate, e proclamavano i diritti dell’uomo alla libertà e all’uguaglianza.

La Rivoluzione che, agli inizi, poteva sembrare il necessario mutamento di un ordine sociale ormai decrepito, degenerò nella violenza, travolse la monarchia, fece massacro di nobili, e calpestò la religione.  Gli illuministi napoletani parteciparono con il cuore e ad un evento, che di lì a poco cercherà di sconvolgere il Regno delle due Sicilie.

Come sappiamo nella Rivoluzione Partenopea del 1799 Ferdinando IV di Borbone fu colui che grazie al Cardinale Ruffo riuscì a sconfiggere tutti coloro che tramarono contro la corona, partendo proprio dalla Calabria, nel famoso sbarco dell’otto Febbraio del 1799, egli riuscì a mettere in ginocchio Bagnara, Mileto, Catanzaro, Crotone, Cariati, Matera, Altamura, Noia.

Nello scontro finale che avvenne tra gli uomini del Ruffo e le forze Repubblicane presso il ponte della Maddalena, i repubblicani si batterono con coraggio, tra questi combattenti vi era anche Vincenzo De Filippis.

Come sappiamo le forze repubblicane furono sconfitte e tutti coloro che sostenevano, le idee illuministiche furono messi in carcere e decapitati, questo accadeva anche al martire Vincenzo De Filippis, che venne decapitato il ventotto Novembre del 1799 in piazza mercato e fu sepolto nella Chiesa di San Eligio. Egli fu un cittadino esemplare, scienziato e filosofo, martire dell’idea.

 

 

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