Machiavelli, un repubblicano democratico
Nella seconda metà del Novecento l’affaire Machiavelli ha avuto sviluppi su questioni meramente erudite. Emblematica è stata la querelle tra Gennaro Sasso, che ha interpretato Machiavelli come un filosofo e pensatore politico a tutto tondo e dall'altra parte Michele Martelli il quale ha incardinato l'attività di Machiavelli come un uomo politico pratico, dove la sua attività intellettuale è stata ancillare a quella pratica. Se le ricerche filologiche hanno per un certo periodo di tempo assopito le astratte opinioni teorico-filosofiche, ad oggi il filologismo è stato assunto come metodo per dare un'analisi interpretativa di carattere filosofico politico dove si incontrano e scontrano diverse interpretazioni. Gli studi che necessitano di particolare interesse sono quelli di Gaetano Lettieri, storico del cristianesimo, che nei suoi studi su Machiavelli (Nove tesi su Machiavelli) lo descrive come interamente votato alla causa politica della famiglia Medici, in modo particolare dei papi Leone X prima e il cugino di quest'ultimo Adriano VII. Teorizzando ciò Lettieri è molto vicino alla tesi di Paul Goldman (From Poliziano to Machiavelli. Florentine humanism in the High Renaissance).
Quest'ultimo sostiene che Machiavelli sia stato un “repubblicano ambiguo”, pronto a conformarsi al potere religioso dei Medici con lo scopo di poter essere utilizzato dal cardinale Giulio dei Medici. Un'altra prospettiva è quella teorizzata da Maurizio Viroli che inquadra Machiavelli, sempre su base filologica, come teorico e pratico di un modello di Stato moderno di tipo repubblicano, come già si evince dal titolo inequivocabile dell'ultimo saggio pubblicato da Editori Laterza, Machiavelli repubblicano. Viroli si pone sulla tradizione della cosiddetta Cambridge School, che già dalla seconda metà del Novecento si affermò nel mondo accademico statunitense, partendo dal civic humanism di Baron, per passare a Najemy, Skinner e per finire allo stesso Viroli che nel 1992 nel testo From Politics to Reason of State: The Acquisition and transformation of the Language of Politics 1250-1600 e nel 1998 nel saggio divulgativo Il sorriso di Niccolò. Ma tornando all'ultimo saggio preso in esame, la sua economia è divisa in due parti: nella prima parte l'autore cerca di interpretare, da un punto di vista ermeneutico, il pensiero di Machiavelli tramite alcune analisi su alcuni testi del suo vasto e variegato corpus letterario, in modo particolare: dall’epistolario e agli scritti di cancelleria, ai trattati politici e alle opere storiografiche. Nella seconda parte, in rapporto diretto con la prima, viene analizzato il repubblicanesimo teoretico e pratico di Machiavelli, prendendo come fonte principale solamente i trattati politici e le opere storiografiche. Secondo la tesi di Viroli, Machiavelli è il teorizzatore e propugnatore del regime politico del “governo misto”, caratterizzato da un equilibrio da parte dei gruppi sociali costituenti in cui nessuno di questi deve avere il predominio all'interno delle istituzioni. Senza tale check and balance l'ordine repubblicano avrebbe fatto posto al regime tirannico oppure alla licenziosità della plebe. Libertà repubblicana che può essere messa in pericolo da due forme contrapposte: l'insolenza degli aristocratici e la licenza dei plebei, come enunciato nel primo libro, capitolo trentasettesimo nei Discorsi sulla prima decade di Tito Livio (I,37). Il Repubblicanesimo di Machiavelli per Viroli è improntato secondo una concezione cosiddetta moderata, lontano dal radicalismo di tipo popolare. Viroli è quindi contrario a inquadrare il segretario fiorentino come un antiaristocratico, come teorizzato da Gabriele Pedullà (Machiavelli in tumulto) ed anche da Christopher Holman (Machiavelli and the Politics of Democratic Innovation). Quest’ultimo, in modo particolare, ha sostenuto che Machiavelli sia stato un repubblicano democratico di stampo radicale proto socialista. Viroli teorizza anche che il repubblicanesimo di Machiavelli non è improntato all’imperialismo esterno, bensì solamente in difesa della patria, come ne deduce dall'analisi del secondo libro, capitolo quarto dei Discorsi. La stessa ammirazione di Machiavelli per l'uomo eccezionale, come Mosè e Romolo, va inquadrata in una speculazione politica di tipo eminentemente repubblicana, dove per l’appunto un regime repubblicano non può nascere o mantenersi senza l’azione di un individuo fondatore oppure un riformatore, dato che le istituzioni politiche, essendo un corpo materiale, sono soggette alla corruzione. Viroli pone anche in evidenza come la concezione repubblicana di Machiavelli si fonda sulla rielaborazione della tradizione repubblicana ciceroniana, in modo particolare prendendo a prestito come dal De Officiis e dal De Repubblica, riprese a modello in precedenza dalla tradizione umanistica-politica fiorentina, da Coluccio Salutati a Leonardo Bruni e successivamente da un contemporaneo di Machiavelli, Donato Acciaiuoli. Con questo saggio si pone, dunque, a summa degli studi di Viroli sul pensiero filosofico-politico di Machiavelli, ed apre inevitabilmente la strada ad una interpretazione di un “repubblicanesimo moderato” che non può non essere oggetto di dibattito e che contribuisce a rendere ancora aperta la questione sull'interpretazione del pensiero politico del quondam fiorentino.
Lorenzo Bravi
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La fortuna sugli scritti di Machiavelli ha avuto una crescente diffusione sin dai primi decenni successivi alla sua morte, avvenuta nel giugno del 1527, in cui si ebbe l'inizio dell'interpretazione di due nozioni e decodificazioni antitetiche: "machiavellismo" e “antimachiavellismo”, categorie che poi si sono protratte fino all'Ottocento.