L’addio di Corradino di Svevia
Era l’epilogo di una vicenda politica che per anni aveva incendiato l’Italia e la Germania, un nodo di tensioni che intrecciava papato, impero, nobiltà tedesca e ambizioni angioine. La scena, riportata dalle cronache, è di una semplicità crudele: il giovane principe, pallido ma composto, guardava verso il mare prima di chinare il capo. «Una folla silenziosa assisteva alla decapitazione di Corradino di Svevia…», scrissero i testimoni. Era il tramonto di un mondo. Corradino era figlio di Elisabetta di Wittelsbach e Corrado IV re dei Romani, erede di Federico II di Svevia, che era salito al trono in un clima di ostilità, dovendo fronteggiare la Chiesa di Innocenzo IV, i principi tedeschi e il fratellastro Manfredi, reggente del Regno di Sicilia. Le cronache riportano persino un tentativo di avvelenamento ai suoi danni nel 1251, segno della tensione che circondava la casata sveva e della fragilità di un potere che, dopo Federico II, sembrava destinato a sgretolarsi. Nel 1253 Corrado IV scese in Italia per rivendicare il trono. Conquistò rapidamente Acerra, Caserta, Capua e poi Napoli, ma il papa reagì scomunicandolo e investendo Edmondo d’Inghilterra del titolo di re di Sicilia. Corrado morì nel maggio 1254 lasciando un solo erede: Corradino, due anni appena, affidato alla tutela del papa Alessandro IV. Il bambino, cresciuto tra corti tedesche e custodie ecclesiastiche, divenne presto un simbolo: l’ultima speranza degli Hohenstaufen, l’ultimo filo che legava la Germania all’eredità mediterranea di Federico II. Intanto Manfredi di Svevia, figlio illegittimo di Federico II, reclamò il trono, si fece incoronare re a Palermo nel 1258, e divise la penisola tra guelfi (filopapali, guidati da Carlo d’Angiò) e ghibellini (fedeli agli Svevi). Ma battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266, segnò la sua fine e l’ascesa degli Angioini. Fu allora che i sostenitori degli Hohenstaufen invocarono il ritorno di Corradino. Non era solo una richiesta politica, ma anche un appello alla memoria, alla continuità, alla stagione imperiale che aveva dato ordine e prestigio al Mezzogiorno. Nel settembre 1267 il giovane principe attraversò le Alpi. Molte città del Nord gli aprirono le porte, e persino Roma lo accolse con entusiasmo: sembrava il ritorno della grande stagione sveva. Le cronache raccontano di cortei, di vessilli imperiali riapparsi dopo anni, di un popolo che vedeva in quel ragazzo la possibilità di invertire il corso della storia. Ma il sogno durò poco. Il 23 agosto 1268, nella battaglia di Tagliacozzo, Corradino cadde vittima di una manovra angioina e venne sconfitto. La battaglia, ricordata per l’inganno di Alardo di Valleri, fu uno spartiacque: la cavalleria sveva, convinta di aver vinto, venne sorpresa e annientata. La fuga verso Roma non portò salvezza: gli alleati erano diventati ostili, le promesse si erano dissolte. Con pochi fedelissimi Corradino raggiunse Torre Astura, sperando di imbarcarsi verso territori sicuri, ma qui avvenne il tradimento decisivo. Il nobile romano Giovanni Frangipane, che lo aveva accolto con apparente benevolenza, lo fece catturare e consegnare a Carlo d’Angiò che lo condannò a morte. Non un processo politico, non un esilio, ma la decapitazione pubblica, per spezzare definitivamente la linea sveva e inviare un messaggio all’Europa. Nella piazza del Mercato morì l’ultimo erede della dinastia degli Hohenstaufen. Le sue spoglie mortali furono inumate nella Basilica di Santa Maria del Carmine Maggiore. «Asturis ungue leo pullum rapiens aquilinum hic deplumavit acephalumque dedit.» Il leone catturò con i suoi artigli la piccola aquila dell’Asturia, strappandogli le piume e la testa.
Mario Grimaldi
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