Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Giugno 1963-2020

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Il 1° giugno 1982 fu ucciso in caserma l'appuntato dei carabinieri Giovanni Pepe.

Quarantuno anni, una moglie e due figli. Giovanni Pepe era un appuntato dei Carabinieri in servizio a Lucito, in Molise.

Nella notte del 1° giugno 1982, dopo il fermo di un'auto rubata con quattro persone a bordo, tre malviventi riuscirono a fuggire mentre il quarto venne condotto in caserma. Fu proprio Giovanni Pepe a incoraggiare i colleghi a proseguire le ricerche dei fuggitivi, rimanendo da solo con l'arrestato.

Quell'uomo estrasse una pistola sfuggita ai controlli e fece fuoco. Cinque colpi raggiunsero mortalmente il carabiniere. L'assassino venne catturato pochi giorni dopo e condannato all'ergastolo.

Giovanni Pepe ha servito lo Stato per oltre vent'anni con dedizione e spirito di sacrificio. È stato riconosciuto vittima del dovere e insignito della Medaglia d'Oro al Merito. Ricordare il suo sacrificio significa onorare tutti gli uomini e le donne delle Forze dell'Ordine che hanno perso la vita al servizio dei cittadini e della legalità.

3 giugno 2020. Adnan Siddique aveva 32 anni. Era arrivato in Italia dal Pakistan con la speranza di costruirsi un futuro dignitoso. Lavorava, parlava bene l'italiano e si batteva perché i suoi connazionali trovassero il coraggio di denunciare lo sfruttamento nei campi e il sistema del caporalato. Per questo, nella notte del 3 giugno 2020, a Caltanissetta, fu vittima di una violenta aggressione che gli costò la vita. Il suo impegno in difesa dei lavoratori più deboli aveva infastidito chi traeva profitto dalla paura e dallo sfruttamento. Adnan aveva scelto di non voltarsi dall'altra parte.

Aveva scelto di parlare quando molti tacevano. La sua storia ci ricorda che il caporalato non è soltanto sfruttamento economico: è una ferita alla dignità umana, un sistema che priva le persone dei loro diritti più elementari.

Oggi ricordiamo Adnan Siddique come un uomo che ha avuto il coraggio di schierarsi dalla parte della giustizia, pagando il prezzo più alto. Perché la memoria serve anche a questo: a dare un nome e un volto a chi ha perso la vita difendendo la libertà e la dignità degli altri.

Il 4 giugno del 1979 a Montevago (AG) il Brigadiere dei Carabinieri Baldassare Nastasi, di 40 anni, venne ucciso da una banda di rapinatori che aveva precedentemente assaltato un istituto di credito della zona.

Medaglia d’argento al valor Militare con la seguente motivazione: “Addetto a Nucleo operativo e radio­mobile di compagnia, in occasione di rapina perpetrata in Istituto di Credito della zona, si poneva con militare dipendente alla ricerca di autori e mentre si accingeva ad identificare due individui, successivamente risultati responsabili del crimine, veniva fatto segno a numerosi colpi di pistola esplosi da brevis­sima distanza, benché mortalmente ferito, trovava la forza di reagire con la pistola in do­tazione fino a quando si accasciava al suolo esanime. Luminoso esempio di attaccamento al dovere spinto fino all’estremo sacrificio”.

Il 4 giugno 2003 veniva ucciso a Pago del Vallo di Lauro Antonio Corbisiero, imprenditore vivaista e fioraio di 45 anni, riconosciuto come vittima innocente della camorra.

Fu assassinato a colpi di fucile davanti agli occhi dei suoi tre figli, in un territorio che in quegli anni era segnato dalla violenza e dalle pressioni criminali.

Per il suo omicidio furono processate quattro persone, ma nel 2012 la Corte d’Assise di Avellino assolse tutti gli imputati. A distanza di oltre vent’anni, la morte di Antonio Corbisiero resta senza colpevoli.

Una ferita aperta per la sua famiglia e per l’intera comunità. Perché quando la giustizia non riesce a individuare i responsabili, il dovere della memoria diventa ancora più importante.

Ricordare Antonio Corbisiero significa ricordare tutte le vittime innocenti della criminalità organizzata e continuare a chiedere verità e giustizia.

Il 5 giugno del 1989 a Portici venne ucciso l’agente di custodia Agostino Battaglia, 35 anni. 

Giovanissimo si era arruolato nel Corpo degli Agenti di Custodia. Alla fine dell’addestramento, fu assegnato alla Casa Circondariale di Napoli. Agostino venne ucciso da una serie di colpi di arma da fuoco sparati da tre killer mentre si trovava all’interno di un negozio per acquistare della merce a Portici.

L’omicidio si consumò nell’ambito delle faide tra gruppi opposti della camorra che, anche all’interno del carcere partenopeo, si contendevano il dominio del territorio. Gli inquirenti ritennero fin da subito che i colpevoli dell’omicidio fossero legati al clan Giuliano di Forcella. Vennero accusati Luigi Giuliano, ritenuto il mandante, e Gaetano Guida, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio. Il processo di 1° grado si concluse nel 1987 con l’assoluzione dei due accusati per insufficienza di prove.

Agostino Battagli è stato riconosciuto “Vittima del Dovere” ai sensi della Legge 466/1980 dal Ministero dell’Interno.

Il 6 giugno 2005 a Casapesenna, veniva ferito mortalmente Nicola Sammarco, guardia giurata di 59 anni. Colpito alle spalle da una raffica di proiettili al termine del suo turno di lavoro, riuscì ancora a lanciare l'allarme ai colleghi prima di essere trasportato d'urgenza in ospedale. Nonostante il tentativo disperato dei medici, morì poche ore dopo.

Solo due settimane prima era già stato vittima di una violenta rapina durante la quale gli erano stati sottratti l'auto e l'arma di servizio. Gli investigatori non esclusero il collegamento tra i due episodi e la possibile matrice criminale dell'agguato.

A distanza di anni, restano il dolore per una vita spezzata e le domande che attendono ancora piena giustizia. Ricordare Nicola Sammarco significa non voltarsi dall'altra parte davanti alla violenza che ha insanguinato i nostri territori.

Il 6 giugno del 2008 a Nocera Inferiore (SA) fu ucciso il Tenente dei Carabinieri di 33 anni Marco Pittoni.

Lavorava a Pagani. Il giorno in cui fu ucciso era in servizio in borghese con un collega, quando l’ufficio postale di Pagani fu preso d’assalto da due rapinatori mentre un terzo lo aspettava fuori con un’auto. Pittoni non estrasse l’arma di servizio perché l’ufficio postale era gremito di clienti, ma riuscì ad intimare l’alt ai banditi, i quali, per facilitare la fuga, spararono due colpi, uno dei quali colpì il tenente alla gola. Questi fu trasportato all’ospedale di Nocera Inferiore, dove morì nel corso di un delicato intervento.

A sparare i colpi mortali fu Carmine Maresca, appena sedicenne, figlio di Luigi, esponente di spicco del clan Gionta. Tutti gli autori della rapina furono individuali e arrestati nel giro di pochi giorni. L'ultimo ad essere arrestato, il 12 giugno, fu il giovane Maresca, che si trovava a Sabaudia, dove la famiglia lo aveva fatto trasferire per la latitanza. Un anno prima, a soli 15 anni, Maresca aveva già partecipato a un altro omicidio: un'esecuzione camorristica commessa per conto dei Gionta.

Il 14 maggio 2009 al tenente Marco Pittoni fu conferita postuma la Medaglia d'oro al valor militare. 

Il 7 giugno 2016 a Napoli venne ucciso il 19enne Ciro Colonna.

Non sapeva niente di camorra e il suo sogno era andare all’estero e trovare “un lavoro onesto” con il suo diploma di ragioniere. Il pomeriggio del 7 giugno 2016 una serie di sfortunate coincidenze hanno legato il suo nome a quello di Raffaele Cepparulo, all’epoca dei fatti piccolo boss del rione Sanità ucciso in un circolo ricreativo di Ponticelli, dove si trovava anche il povero Ciro.

Arrivarono i due killer e spararono all’impazzata uccidendo chi dovevano uccidere (Raffaele Cepparulo, ndr) e gridando agli altri di rimanere immobili. Quando andarono via scapparono tutti, Ciro si mosse e gli caddero gli occhiali da vista: si chinò per raccoglierli e il killer sparò. Non lo prese a un braccio o a un fianco. No, quel proiettile gli entrò in pieno petto uccidendolo.

Nel mese di dicembre del 2020 la quinta sezione della Corte di Assise di Appello ha confermato la sentenza di primo grado per 6 ergastoli, assolto uno degli imputati e ridotto la pena dall'ergastolo a 20 anni per una delle imputate. Il 5 maggio 2022 la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi e confermato le condanne stabilite in Appello.

L'8 giugno 1994 a Cosenza, Francesco Bruno, imprenditore di 50 anni, venne assassinato davanti alla sua abitazione da due sicari della criminalità organizzata.

Gestiva con il fratello lo storico mulino di famiglia e aveva scelto di non piegarsi alle richieste estorsive della 'ndrangheta. Disse no al pizzo, difendendo il proprio lavoro e la propria dignità.

I killer volevano "gambizzarlo" per intimidirlo, colpendolo alle gambe e a un gomito. Uno dei proiettili recise però l'arteria femorale, provocandone la morte poco dopo il ricovero in ospedale.

Lo Stato lo ha riconosciuto come vittima innocente di mafia.

La sua storia dimostra che il racket non è un semplice reato economico: è uno strumento di violenza che soffoca la libertà d'impresa e tenta di sottomettere intere comunità.

Ricordare Francesco Bruno significa ribadire che chi sceglie la legalità non deve mai essere lasciato solo e che la lotta contro le mafie passa anche dal sostegno concreto a chi denuncia e resiste. La memoria è un dovere civile. Il silenzio, invece, è il miglior alleato delle organizzazioni criminali.

Il 9 giugno del 2000 a Napoli moriva, dopo diversi giorni di agonia, Maurizio Cernacchiaro, 38 anni. Il tentativo dell’Alleanza di Secondigliano di espandere la sua egemonia su tutto il territorio metropolitano ruppe i delicati equilibri tra clan, provocando una ferocissima faida che vide dieci morti in dodici giorni. Il 28 maggio 2000, nell’agguato contro Ciro Velardi, affiliato dei Sarno, venne colpito per errore un passante del rione don Guanella, Maurizio,38 anni, incensurato. Fu ricoverato nell’ospedale San Giovanni Bosco, ma morì qualche giorno dopo.

Il 10 Giugno 1924 Giacomo Matteotti fu rapito e assassinato da una squadra fascista capeggiata da Amerigo Dumini, a causa delle sue denunce dei brogli elettorali e del clima di violenza messi in atto dalla nascente dittatura nelle elezioni del 6 aprile 1924 e delle sue indagini sulla corruzione del governo, in particolare sulla vicenda delle tangenti della concessione petrolifera alla Sinclair Oil. Questi sono gli italiani che non dovremo mai smettere di ricordare e onorare.

Il 10 giugno del 1984 a Marano (NA) venne ucciso Salvatore Squillace, imbianchino di 28 anni.

Fu ucciso da proiettili vaganti, dopo l’uccisione del boss di Marano Ciro Nuvoletta. 

Gli assassini di Nuvoletta, per inquinare le possibili piste, spararono all’impazzata e poi fuggirono. Intercettati da una macchina con all’interno persone sconosciute, furono coinvolti in un conflitto a fuoco nel quale il povero Squillace, incensurato, che stava parlando con un amico al bar, restò vittima. Venne soccorso e trasportato all’Ospedale Cardarelli di Napoli. Le sue condizioni erano gravissime perché una pallottola gli spappolò il cervello. Dopo un importante intervento chirurgico, morì.

L’11 giungo 1990 a Partanna, in provincia di Trapani, venne assassinato Rosario Sciacca, 37 anni, vittima innocente della mafia.

Rosario non aveva alcun legame con la criminalità organizzata. Si trovava semplicemente accanto a quello che era il vero obiettivo dei killer, Giuseppe Piazza, quando un commando armato aprì il fuoco in pieno centro cittadino, seminando morte e terrore tra la folla.

Morì così un uomo onesto, un padre di famiglia, travolto dalla ferocia di una guerra di mafia che insanguinava la Valle del Belice e che avrebbe poi visto tra i suoi protagonisti anche Matteo Messina Denaro.

La sua unica colpa fu quella di trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Anni dopo, la moglie Giovanna Ragolia e la figlia Rosa hanno continuato a custodirne la memoria, ricordando come la lotta alle mafie non possa fermarsi all'arresto dei boss, ma debba diventare un impegno quotidiano contro ogni cultura dell'illegalità e dell'omertà. Ricordare Rosario Sciacca significa dare un nome e un volto a tutte le vittime innocenti che hanno pagato con la vita la violenza mafiosa.

Perché la memoria è il primo passo verso la giustizia.

L'11 giugno 1997 a Napoli perdeva la vita Silvia Ruotolo, 39 anni, maestra, moglie e madre di due bambini, vittima innocente della camorra.

Stava tornando a casa dopo aver accompagnato il figlio di cinque anni all'ultimo giorno di asilo. Lo teneva per mano quando un commando aprì il fuoco per colpire un affiliato di clan rivali. Silvia fece l'unica cosa che una madre avrebbe fatto: protesse suo figlio con il proprio corpo.

Un proiettile la raggiunse alla tempia, uccidendola sul colpo sotto gli occhi dei suoi figli.

La sua morte sconvolse Napoli e l'intero Paese, mostrando ancora una volta come la camorra non colpisca solo chi ne fa parte, ma travolga vite innocenti e distrugga famiglie.

Grazie alle indagini e alle successive condanne all'ergastolo dei responsabili, è stata fatta giustizia sul piano processuale. Ma nessuna sentenza potrà restituire una madre ai suoi figli.

La memoria di Silvia Ruotolo continua oggi attraverso l'impegno della sua famiglia e della Fondazione che porta il suo nome, impegnata nella diffusione della cultura della legalità e dell'educazione antimafia.

Ricordarla significa ribadire con forza che non può esistere alcuna convivenza con la criminalità organizzata. Ogni vittima innocente rappresenta una ferita per l'intera comunità e un motivo in più per continuare a contrastare mafie e camorra senza arretrare di un passo. Perché la memoria non è solo ricordo: è responsabilità civile.

Il 12 giugno 1981 veniva assassinato a Palermo Giuseppe Inzerillo, appena 16 anni.

Era il figlio del boss Salvatore Inzerillo, ucciso poche settimane prima durante la seconda guerra di mafia. Al funerale del padre, il ragazzo pronunciò parole di vendetta. Quelle frasi, in un contesto dominato dalla logica criminale di Cosa Nostra, segnarono il suo destino.

Fu rapito dai Corleonesi, sottoposto a torture di inaudita crudeltà e poi ucciso. Il suo corpo venne fatto sparire per cancellarne ogni traccia.

La sua vicenda racconta una verità che troppo spesso viene nascosta o minimizzata: la mafia non ha mai avuto regole né codici d'onore. Ha sempre ucciso anche donne e bambini quando lo riteneva utile ai propri interessi.

La favola secondo cui esisterebbe una mafia che "non tocca gli innocenti" è soltanto propaganda costruita per alimentare un'immagine falsa di un'organizzazione che, nella sua storia, ha sterminato intere famiglie, eliminato figli, mogli e parenti dei propri nemici, pur di affermare il proprio potere.

Ricordare Giuseppe Inzerillo non significa assolvere il contesto familiare da cui proveniva, ma ricordare fino a dove può spingersi la barbarie mafiosa, capace di divorare anche i propri figli. Perché la mafia non conosce onore, rispetto o pietà. Conosce soltanto il potere e la violenza.

Il 13 giugno del 1983 a Palermo vennero uccisi Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici. Capitano e carabinieri di 29, 31 e 27 anni.

Il capitano Mario D’Aleo e i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici morirono nell’agguato mafioso di Via Scobar. Il ventinovenne capitano, coadiuvato dai suoi uomini, conduceva indagini sul territorio, senza risparmiare nessuno mettendo in pericolo la latitanza di boss del calibro di Riina e Brusca. Furono proprio queste le motivazioni che portarono “Cosa Nostra” a decretare la condanna a morte dei tre carabinieri.

Il capitano D’Aleo riprese in mano documenti e faldoni per continuare il lavoro del predecessore. Iniziò a collegare informazioni e a ricostruire trame. Indagava su appalti, riciclaggio, traffico di eroina. Cominciò a dare fastidio alle cosche. Mise anche le mani sulla famiglia Brusca (il boss Bernardo, allora latitante, la moglie Antonina, i figli Emanuele e Giovanni), padrona dei traffici criminali della zona. Interrogato in caserma, Giovanni Brusca minacciò con arroganza l’ufficiale: «Attento, capitano, stia molto attento». Un ulteriore avvertimento, che si sommò a quelli giunti nei mesi precedenti.  La condanna di Mario era così già stata firmata.

Il 13 giugno 1992 veniva assassinato a Napoli Domenico Palladino, 57 anni, vittima innocente della criminalità.

Impiegato dell'Agenzia delle Entrate, imprenditore e fondatore del centro sportivo Sant'Antonio di Piscinola, aveva dedicato la propria vita al lavoro e ai giovani del quartiere, trasformando lo sport in un presidio di legalità e aggregazione.

Ma c'era una cosa che non accettava: vedere gli spacciatori avvicinare i ragazzi della sua scuola calcio. Più volte li aveva allontanati, opponendosi con coraggio alla presenza della criminalità sul territorio.

Quella scelta gli costò la vita. Fu ucciso all'interno del centro sportivo che aveva costruito con sacrificio e passione, lasciando la moglie e due figli.

La sua storia racconta che difendere la legalità significa spesso esporsi in prima persona contro chi vuole imporre violenza e paura. Domenico Palladino pagò con la vita il suo rifiuto di piegarsi ai clan e la volontà di offrire ai giovani un'alternativa fatta di sport, educazione e rispetto delle regole.

Ricordarlo oggi significa rendere omaggio a un cittadino che ha scelto di stare dalla parte giusta, trasformando il proprio impegno quotidiano in un esempio di coraggio civile che Napoli non deve dimenticare.

Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 veniva assassinato a Ugento, in provincia di Lecce, Peppino Basile, consigliere comunale di 61 anni impegnato in numerose battaglie per la tutela dell'ambiente, della legalità e della trasparenza amministrativa.

Per anni aveva denunciato pubblicamente anomalie nella gestione dei rifiuti, della discarica Burgesi e di opere pubbliche mai completate o rimaste inutilizzate. Era una voce libera e scomoda, convinta che il ruolo di un amministratore fosse quello di difendere gli interessi dei cittadini.

Fu ucciso con estrema ferocia davanti alla sua abitazione, colpito da numerose coltellate dopo aver tentato disperatamente di chiedere aiuto.

A distanza di tanti anni il suo omicidio resta senza colpevoli e senza una verità giudiziaria. Un vuoto che pesa sulla coscienza del Paese e che alimenta il bisogno di continuare a cercare giustizia.

Ricordare Peppino Basile significa ricordare tutti gli amministratori, gli attivisti e i cittadini che hanno pagato un prezzo altissimo per aver difeso il proprio territorio e per non essersi piegati agli interessi criminali.

La memoria non può fermarsi alle commemorazioni: deve trasformarsi in impegno quotidiano per la verità, la legalità e la tutela di chi denuncia.

Il 16 giugno 1982 a Palermo avvenne la Strage della Circonvallazione.

L’attentato mafioso era diretto contro il boss catanese Alfio Ferlito che veniva trasferito da Enna al carcere di Trapani e che morì nell’agguato insieme ai tre carabinieri della scorta, Salvatore Raiti, Silvano Franzolin e Luigi Di Barca, e al ventisettenne Giuseppe Di Lavore, autista della ditta privata che aveva in appalto il trasporto dei detenuti. Il mandante di questa strage fu Nitto Santapaola che da anni combatteva contro Ferlito una guerra per il predominio sul territorio.

La Mercedes W115  che portava il boss  stava per imboccare lo svincolo per l'autostrada Palermo-Mazara del Vallo, quando venne raggiunta da una BMW serie 5 e da un Alfetta 2000 i cui occupanti aprirono il fuoco con fucili AK-47 e calibro 12; l'autista Di Lavore rimase ucciso sul colpo e, per questo motivo, la Mercedes sbandò, andando ad invadere la corsia di marcia opposta e scontrandosi violentemente contro una Fiat 500 che passava di lì per caso, la cui occupante, Nunzia Pecorella, rimase ferita. Franzolin, seduto sul sedile anteriore (quale Capo Scorta), riuscì ad uscire dall'auto impugnando la pistola nel tentativo di rispondere al fuoco, ma venne freddato all'istante. I sicari si avvicinarono poi alla Mercedes sparando agli occupanti rimasti (compreso Ferlito), dandosi poi alla fuga.

Il 18 giugno del 2002 venne uccisa a San Severo (FG) la piccola Stella Costa. Aveva soltanto 12 anni.

Era in strada con la madre per buttare la spazzatura, stava salutando un’amichetta, insieme a tanta altra gente: era quasi mezzanotte, ma era una di quelle serate estive molto calde. Aveva appena attraversato la strada per salutare un’amica prima di tornare a casa e all’improvviso viene travolta dai proiettili volanti di una sparatoria.

Stella rimase uccisa per sbaglio a causa di un proiettile vagante. A sparare fu Giuseppe Anastasio alias “U’ Iatton”, per questioni sentimentali; il vero obiettivo dell’agguato, un giovane all’epoca 25enne, “rivale in amore” del killer, scampò alla morte. Anastasio è stato a sua volta ammazzato nel 2017 in via Taranto, sempre a San Severo. Ignoti sia il movente che l’assassino.

Il 18 giugno 1983 scomparve a Niscemi Patrizia Scifo, aveva appena 19 anni.

Era una giovane madre che aveva trovato il coraggio di denunciare i maltrattamenti e di lasciare una relazione segnata dalla violenza. Voleva soltanto costruire un futuro diverso per sé e per la sua bambina.

Dopo aver affidato la figlia alla madre, uscì di casa e non fece più ritorno. Per anni la sua famiglia l'ha cercata senza mai arrendersi.

Un mese dopo, il padre Vittorio Scifo, conosciuto come il "Mago di Tobruk", venne assassinato mentre cercava la verità sulla scomparsa della figlia. Gli inquirenti hanno poi ricostruito che Patrizia sarebbe stata uccisa il giorno stesso della sua scomparsa e il suo corpo fatto sparire. Non è mai stato ritrovato.

La sua storia racconta il volto più crudele della violenza mafiosa e di genere: una ragazza che aveva scelto di ribellarsi e una famiglia distrutta per aver cercato giustizia.

Ancora oggi la madre, la sorella e la figlia continuano a chiedere una sola cosa: poter riportare a casa Patrizia e darle una degna sepoltura.

Ricordarla significa stare dalla parte di chi ha avuto il coraggio di dire no alla violenza e all'omertà. Perché senza memoria non può esistere giustizia.

Il 21 giugno 1993 a Roma scomparve Domenico Nicitra di 11 anni.

Il piccolo, figlio del boss Salvatore detto “Totò”, uno degli ultimi capi della banda della Magliana, fu rapito nella tarda mattinata del 21 giugno del 1993 insieme allo zio Francesco, il fratello del padre, anche lui pregiudicato. Lo zio lo stava accompagnando in motorino, a comprare un giocattolo e da quel momento si persero le loro notizie.

Non diventò un simbolo come altri bambini vittime della criminalità e la vicenda venne progressivamente dimenticata quasi come se fosse lui a dover scontare le colpe dei suoi familiari. 

Il 22 giugno del 1980 a Cetraro (CS) venne ucciso l’assessore comunale Giovanni, detto Giannino, Losardo, di 54 anni. Fu assassinato perché si batteva strenuamente contro le cosche del Tirreno, come hanno rivelato molti pentiti di Ndrangheta. 

Erano da poco passate le 22 di quella sera di inizio estate, quando Giannino uscì da casa della mamma e si mise alla guida della sua “Fiat 126” azzurra per dirigersi verso la sua abitazione. Era felice, non vedeva l’ora di poter trascorrere un po' di tempo con la sua Rosina quando, all’improvviso, mentre si trovava in località Santa Maria di Mare nel comune di Cetraro, venne raggiunto da due uomini a bordo di una moto di grossa cilindrata. I due tirarono fuori una pistola calibro 9 e un fucile calibro 12 e iniziarono a sparare verso di lui. Giannino venne gravemente ferito, ma riuscì a uscire dalla macchina per tentare di salvarsi. Provò a scappare ma venne raggiunto da un altro colpo e si accasciò a terra. A nulla servì la disperata corsa verso l'Ospedale di Paola; Giannino morì poche ore dopo, all’età di 54 anni, non prima però di essere riuscito a pronunziare davanti agli inquirenti queste parole:  «Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato».

Per l'omicidio di Giannino venne accusato come mandante Francesco Muto, boss della ‘ndrina locale, mentre furono imputati come esecutori materiali dell’omicidio, Francesco Roveto, Franco Ruggiero, Antonio Pignataro e Leopoldo Pagano.

Il processo, tenuto presso la Corte d’Assise di Bari, si concluse nel marzo del 1986, ma gli imputati non furono condannati e il delitto é rimasto ancora oggi impunito.

Il 23 giugno 1967 a Locri (RC) venne ucciso Carmelo Siciliano, commerciante di 39 anni, nella strage al mercato di Locri.

Fu una strage ad opera della ‘ndrangheta durante una guerra tra i clan Cordì e Cataldo.

Morirono 3 persone e due restano gravemente ferite. Carmelo Siciliano, 39 anni, deve la sua morte ad una pura coincidenza. Il poveretto infatti si trovava al mercato per acquistare frutta ed ortaggi per conto di alcuni albergatori del centro termale di Antonimina e stava caricando alcuni cesti su un camion, quando venne raggiunto al petto e alla testa da quattro proiettili di mitra. (da La Stampa del 23.06.1967).

All’improvviso nella piazza irruppe un’automobile bianca con a bordo quattro persone. Fermò la sua corsa a pochi passi da Carmelo Siciliano e in un attimo scesero tre uomini, armati di mitra a canna corta, fucile caricato a lupara e pistola. Uno di loro indossava una tuta da meccanico e aveva un fazzoletto che gli copriva il viso. Si rivolse ai due uomini che erano accanto a Carmelo, gli ordinò di guardarsi. Poi sparò due colpi, a cui ne seguirono altri. Le persone presenti nella piazza, tra cui molti bambini, provarono a fuggire alla ricerca di un riparo. Carmelo venne centrato al petto e alla testa da quattro proiettili di mitra, l’altro uomo che gli stava vicino viene ferito gravemente. Gli autori di quella strage avevano scaricato una quarantina di colpi senza alcuno scrupolo, senza badare a niente e a nessuno.

Il 24 giugno del 2014 a Caivano venne uccisa la piccola Fortuna Loffredo, 6 anni, vittima innocente della criminalità, di un ambiente malato, violentata e poi gettata dal balcone del Parco Verde.

L’autopsia confermò abusi sessuali ripetuti. Per il suo omicidio e per gli abusi su altre bambine è stato condannato all'ergastolo un uomo del quartiere. La compagna, madre di una delle bambine molestate, ha avuto 10 anni per concorso in abusi. È la stessa donna indagata anche per la morte del figlio Antonio, caduto un anno prima dallo stesso palazzo.

Le lesioni interne causate dagli abusi “cronici” su Fortuna Loffredo, erano “visibili ad occhio nudo”. Così Giuseppe Saggese, ginecologo consulente della Procura, ha dichiarato durante la quarta udienza. Dall’esame dell’apparato anale della bimba, è bastato poco per capire che si trattava di abusi reiterati nel tempo o da almeno un anno e proprio a causa di queste violenze, Fortuna soffriva di incontinenza fecale. La bambina è stata crudelmente assassinata, buttata dall’ultimo piano di una palazzina perché si era opposta all’ennesima violenza sessuale.

Fortuna, detta Chicca, cercava amore e ascolto. I suoi disegni lo gridavano in silenzio.

Il 25 giugno 1994, a Licata, veniva assassinato l'imprenditore edile Salvatore Bennici.

Aveva 60 anni e aveva commesso una sola colpa agli occhi della mafia: rifiutarsi di pagare il pizzo.

Da tempo era sottoposto a intimidazioni e minacce: escavatori incendiati, telefonate anonime, pressioni continue. Eppure non aveva ceduto. Aveva denunciato tutto alle autorità, scegliendo la strada della legalità anziché quella del silenzio.

Quella mattina, mentre si recava al lavoro insieme al figlio Vincenzo, due killer incappucciati gli sbarrarono la strada.

Uno immobilizzò il giovane puntandogli una pistola alla tempia. L'altro fece fuoco contro Salvatore Bennici.

Fu un'esecuzione feroce, consumata davanti agli occhi del figlio, costretto ad assistere impotente all'omicidio del padre.

La mafia volle lanciare un messaggio: colpire chi si ribella e terrorizzare chi potrebbe seguire il suo esempio.

Ma il sacrificio di Salvatore Bennici ha lasciato un messaggio più forte di qualsiasi intimidazione.

La sua storia ci ricorda che la lotta contro il racket e contro le organizzazioni mafiose passa anche attraverso il coraggio di imprenditori, commercianti e cittadini che scelgono di non piegarsi.

Ricordare Salvatore Bennici significa rendere omaggio a un uomo che ha difeso la propria dignità fino all'ultimo giorno della sua vita e ribadire che chi si oppone alla criminalità organizzata non deve mai essere lasciato solo.

La memoria è il primo passo verso la giustizia.

Il 25 giugno 2009, a Crotone, Domenico Gabriele, per tutti Dodò, venne gravemente ferito durante un agguato di 'ndrangheta mentre giocava una partita di calcetto.

Aveva soltanto 11 anni.

Quella sera si trovava in un impianto sportivo di Contrada Margherita insieme al padre e a decine di altre persone. Un commando armato aprì il fuoco per colpire un esponente della criminalità locale. Tra i feriti vi fu anche il piccolo Domenico, raggiunto dai proiettili mentre inseguiva un pallone.

Trasportato d'urgenza in ospedale, lottò tra la vita e la morte per quasi tre mesi. Il 20 settembre 2009 il suo cuore smise di battere.

La sua vicenda rappresenta una delle pagine più dolorose della storia criminale del nostro Paese. Dodò non aveva alcun legame con le dinamiche mafiose che causarono la sua morte. Era un bambino, uno studente modello, un appassionato di calcio.

Ricordare Domenico Gabriele significa ribadire che le mafie colpiscono l'intera società e che le vittime innocenti meritano memoria, verità e giustizia.

Il suo nome continua a vivere attraverso l'impegno dei familiari e di quanti, ogni giorno, promuovono la cultura della legalità e il contrasto alla criminalità organizzata.

Il 26 giugno 1985, a Casapesenna (CE) venne ucciso Mario Diana, 49 anni. Era un contadino, come tradizione familiare, che si dette poi all’industria. Il suo rigore lo preservò da ogni tipo di compromessi facendogli conquistare la stima e la fiducia di tutti. La decisione di rifiutare contatti con la camorra insediata in quelle terre lo condannò a morte. Mario si trovava fuori al bar "Oreste", quando due uomini gli si avvicinarono e, dopo averlo chiamato per nome, gli sparano contro. L'uomo venne raggiunto da un primo colpo di fucile al torace: poi uno dei due killer gli si avvicinò e gli sparò un colpo alla tempia. Mario morì sul colpo lasciano la moglie Antonietta e 4 figli;

Il 26 giugno 2012, a Casoria (NA) venne ucciso Andrea Nollino, barista di 42 anni. Vittima innocente della camorra, fu assassinato fuori dal suo bar per uno scambio di persona.

27 giugno 1980. Una data che in Italia evoca dolore, memoria e riflessione: il DC-9 dell’Itavia, in volo da Bologna a Palermo, precipitava nel Mar Tirreno con 81 persone a bordo. Una tragedia mai del tutto chiarita, conosciuta come la strage di Ustica, che ancora oggi attende verità e giustizia.

Solo otto anni dopo, il 27 giugno 1988, un altro dramma colpiva Napoli: il crollo di Palazzo D’Amato portava via la vita a sei persone innocenti nel cuore della città.

In questa stessa data, ogni anno, si ricordano anche le vittime innocenti delle mafie, con iniziative in tutta Italia per onorare la loro memoria e riaffermare il valore della legalità.

Oggi più che mai, è importante non dimenticare.

Le vittime chiedono memoria. Il futuro pretende responsabilità.

Il 29 giugno del 1982 a Termini Imerese (PA) venne ucciso il vice-brigadiere Antonino Burrafato, 49 anni.

Era in servizio presso la Casa Circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese. Lavorava presso l’ufficio matricola del penitenziario dove c’era nel 1982 il boss Leoluca Bagarella, al quale era stato impedito di andare a Palermo, dove era appena mancato suo padre. Burrafato impedì a Bagarella di recarsi al funerale del padre. Il boss giurò di vendicarsi e, il 29 giugno, mentre il vice-brigadiere si stava apprestando ad andare al lavoro, un commando di quattro uomini lo uccise usando esclusivamente armi corte. Il vice-brigadiere morì pochi attimi dopo all’ospedale.

Nel luglio del 1996 il collaboratore di giustizia Salvatore Cocuzza si autoaccusa dell’omicidio e dichiara di essere stato uno dei componenti del commando di fuoco che aveva ucciso Burrafato, chiamando in correità Giuseppe Lucchese, Antonio Marchese e Pino Greco “Scarpuzzedda”. A decretare la morte del vicebrigadiere era stato direttamente Leoluca Bagarella, desideroso di vendetta per lo “sgarbo” ricevuto dall’irreprensibile agente di custodia.

Cocuzza venne condannato per questo delitto a 10 anni di carcere. La Corte di Assise di Palermo, Sezione Prima, all’udienza del 3 ottobre 2005 condannò all’ergastolo Marchese e Greco. I familiari si costituirono parte civile nel processo.

Il 30 giugno 1963. La strage di Ciaculli, una delle pagine più tragiche della storia italiana.

A Palermo, un'Alfa Romeo Giulietta imbottita di tritolo esplose, uccidendo 7 servitori dello Stato: 4 Carabinieri, 2 militari dell’Esercito e 1 sottufficiale di Polizia.

Fu un attentato di Cosa Nostra, nel pieno della prima guerra di mafia, e segnò uno spartiacque nella lotta alla criminalità organizzata.

La reazione dello Stato fu senza precedenti: 2.000 arresti, rastrellamenti, e la nascita della prima Commissione parlamentare antimafia.

Quel giorno si capì che la mafia non era solo “folklore”, bensì una minaccia armata contro le istituzioni. Non dimentichiamo i nomi di chi ha sacrificato la vita per tutti noi.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

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