Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Vittime innocenti. Maggio 1974-2020

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Il 1° maggio 1992 ad Acerra (NA) moriva Pasquale Auriemma, di soli 15 anni. Fu ammazzato dalla camorra insieme ad altri quattro innocenti, in un’antica corte contadina in cui il giovane si trovava perché ospite della famiglia. Nulla aveva a che fare con le bande criminali e con gli sporchi affari: fu un’uccisione di vendetta a causa di sottili legami di parentela con i camorristi.

Quel giorno era ospite in casa di Vincenzo Crimaldi, che, malauguratamente, aveva una parentela con il capo-zona dell'omonimo clan ed era in forza di ciò obiettivo di una vendetta trasversale.  Due killer a volto scoperto fecero irruzione nella modesta abitazione di campagna e a colpi di pistole e mitragliette massacrarono l'uomo, la moglie Emma Basile, il figlio Silvio e la figlia Livia, incinta al quinto mese di gravidanza. A cadere sotto i colpi dei killer anche il giovane innocente Pasquale. I responsabili vennero identificati.

Il 3 maggio 1982, a Reggio Calabria, veniva assassinato Gennaro Musella, ingegnere salernitano, vittima della criminalità organizzata.

Fu ucciso con un attentato dinamitardo: la sua auto venne fatta esplodere, dilaniandolo.

Un’esecuzione brutale, maturata per il suo coraggio nel denunciare irregolarità e interessi illeciti legati agli appalti per la costruzione del porto di Bagnara Calabra.

Gennaro Musella pagò con la vita la scelta di non voltarsi dall’altra parte. Le indagini, riaperte negli anni successivi, non hanno mai portato a un processo. Solo nel 2008 gli è stato riconosciuto ufficialmente lo status di vittima della ‘ndrangheta, dopo oltre vent’anni. Una ferita aperta, che richiama il tema della giustizia negata ma anche quello della memoria da custodire.

 

A mantenere vivo il suo ricordo è, da anni, l’impegno della figlia Adriana, che ha trasformato il dolore in testimonianza e azione contro ogni forma di cultura mafiosa.

Ricordare Gennaro Musella significa rendere omaggio a chi ha scelto la legalità anche quando aveva un costo altissimo.

Il 4 maggio del 1977 a Napoli durante una rapina venne ucciso il cameriere Pasquale Polverino, 23 anni.

Lavorava presso il ristorante "La Taverna del Ghiotto", al Corso Vittorio Emanuele. Quella sera stava mettendo a posto i tavoli, quando due uomini a volto scoperto entrarono nel ristorante per rapinare i clienti e il proprietario. I due malviventi minacciarono con un fucile a canne mozze sia Pasquale che il proprietario del locale e, proprio quando stavano avvicinandosi alla cassa per portare a termine la loro azione criminale, un complice fece irruzione nel locale invitando i due a scappare via velocemente perché stava arrivando qualcuno a disturbare la loro azione. Fu  in quel momento che dal fucile, puntato dietro la schiena di Pasquale, partì un colpo mortale.  

Pasquale Polverino lasciò la moglie e 2 figli in tenera età.

Dopo alcuni giorni vennero arrestati due uomini di 29 e 26 anni già noti alle forze dell'ordine. Il processo a loro carico si svolse rapidamente. I due vennero condannati in 1° grado a 31 anni di reclusione, condanna confermata anche in appello. Nel 1981, una donna si presentò dalla polizia e confessò di conoscere i veri colpevoli dell'omicidio Polverino, scagionando così i due uomini, ingiustamente incarcerati già da 5 anni. La donna, spinta da un sacerdote con il quale si era confessata, rivelò alla polizia che ad uccidere Pasquale era stato il genero di 26 anni, insieme a un uomo di 24 anni. Il primo era già in carcere per un altro reato, mentre il secondo si costituì spontaneamente alla polizia.

Il 5 maggio del 1990 a Casalnuovo fu ucciso Pasquale Feliciello.

Aveva fatto il barbiere, prima di riuscire a ottenere un impiego presso l’Azienda Sanitaria Locale di Napoli. Un lavoro che gli aveva consentito di coronare il suo unico sogno: dare ai figli una possibilità diversa da quella che aveva avuto lui.

Quel 5 maggio Pasquale aveva scelto di raggiungere il circolo “Rinascita”. Intorno alle 18 uscì e si trattenne sul marciapiede per aspettare suo nipote che avrebbe dovuto riaccompagnarlo a casa in auto. Nelle sue vicinanze c’era Gennaro Raimondi, un pregiudicato quarantaquattrenne ritenuto affiliato al clan dei Nuzzo. All’improvviso si sentì il rombo del motore di una moto che si avvicinava. A bordo c’erano due persone, entrambe con il volto coperto da un casco. Una di loro aveva in mano una pistola. Sparò all’impazzata verso il circolo. Pasquale si volse di scatto e, un attimo dopo, era riverso a terra, colpito al volto e alla testa da due proiettili. Morì sul colpo. 

Pasquale Feliciello venne ucciso per scambio di persona. Infatti, i due delinquenti, accorgendosi di aver colpito un innocente, rincorsero l'uomo in fuga, il vero obiettivo dell'agguato, e fecero nuovamente fuoco. 

Nel 2003 la prima sezione della Corte d'Assise di Napoli stabilì per i responsabili dell'omicidio le seguenti condanne: per i mandanti dell'agguato una condanna all'ergastolo e una condanna a 12 anni di reclusione. Per colui considerato esecutore materiale del delitto, una condanna a undici anni di reclusione. Due persone, ritenute appartenenti al gruppo omicidiario, decedettero prima del processo. 

Pasquale Feliciello è stato riconosciuto nel 2015 dal Ministero dell'Interno vittima innocente di criminalità organizzata.

Il 6 maggio 2016, a Montalto di Limbadi, scompariva Maria Chindamo, 44 anni, imprenditrice agricola e madre di tre figli.

Fu aggredita davanti al cancello della sua azienda, in pieno giorno, e fatta sparire.

Di lei rimasero solo tracce di sangue e un silenzio che ancora oggi pesa come una condanna.

Una vicenda che, negli anni, ha assunto i contorni di un delitto di ‘ndrangheta, legato a interessi economici e a dinamiche di controllo del territorio, ma anche a un contesto culturale segnato da violenza e sopraffazione.

Maria Chindamo aveva scelto di restare nella sua terra e di lavorare, costruendo autonomamente il proprio futuro.

Una scelta di libertà che, secondo le ricostruzioni investigative, potrebbe aver determinato la sua tragica fine.

A distanza di anni, la sua scomparsa resta una ferita aperta per la Calabria e per l’intero Paese. Ricordare Maria Chindamo significa ribadire che nessuna donna deve pagare con la vita il diritto di essere libera.

Il 7 maggio del 1990 scomparve a Marcianise (CE) il piccolo Pasqualino Porfidia di 8 anni

Pasqualino, terzo figlio di una famiglia umile, padre muratore e madre casalinga, scomparve in un caldo lunedì mattina mentre si trova a giocare con gli amici. Il bambino venne visto l’ultima volta seduto su una panchina verso le 11.30 del 7 maggio 1990.

La madre lo attendeva a casa per il pranzo ma, non vedendolo rientrare, diede l’allarme. Le ricerche scattarono solo nel pomeriggio proseguendo tutta la notte e i giorni successivi senza trovare alcuna traccia del bambino. Ventiquattro anni, nel 2014, la Procura della Repubblica di S. Maria C.V. riapriva il caso. Alla base della decisione della Procura vi fu anche il ritrovamento di una lettera scritta da un uomo originario di Marcianise, morto suicida a Milano. Nella lettera l’uomo raccontava di aver subito vari abusi sessuali da bambino nello stesso quartiere frequentato da Pasqualino. La confessione fornì agli inquirenti una nuova pista da seguire. La svolta nelle indagini, rispetto al ritrovamento di frammenti di ossa in un fabbricato ubicato poco distante dal luogo in cui fu visto l’ultima volta Pasqualino, non produsse però risultati. Non erano ossa umane, e dunque non appartenevano al bambino.

L’8 maggio 1998, a Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, venivano uccisi Mariangela Anzalone, 9 anni, e il nonno Giuseppe Bicchieri, 54 anni, vittime innocenti della violenza mafiosa.

Furono colpiti mentre si trovavano in auto con la famiglia, di ritorno verso casa. In quel momento, poco distante, si era appena consumato un duplice omicidio legato alla faida che stava insanguinando il territorio.

I killer, scambiando la loro automobile per quella di familiari delle vittime dell’agguato, aprirono il fuoco senza esitazione.

Mariangela e il nonno morirono sul colpo. Gli altri familiari rimasero gravemente feriti.

Una tragedia assurda, generata da una spirale di violenza criminale che non risparmia innocenti e distrugge intere famiglie.

Ricordare Mariangela Anzalone e Giuseppe Bicchieri significa ribadire che ogni vita spezzata dalla mafia rappresenta una ferita per tutta la società civile.

La memoria resta uno strumento indispensabile contro l’indifferenza.

Il 9 maggio del 1978 venne ucciso a Cinisi (PA) il giornalista ed attivista Peppino Impastato.

Nato a Cinisi da una famiglia mafiosa, è stato un giornalista, attivista e poeta italiano, noto per le sue denunce contro le attività di Cosa Nostra. Nel 1976 fondò Radio Aut, radio libera autofinanziata con cui denunciava i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini ed in particolar modo del capomafia Gaetano Badalamenti che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di droga.

Nel 1978 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Venne assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 nel corso della campagna elettorale con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Pochi giorni dopo, gli elettori di Cinisi votarono il suo nome, riuscendo ad eleggerlo, simbolicamente, al Consiglio comunale. Il 5 marzo 2001 la Corte d’assise riconobbe Vito Palazzolo colpevole e lo condannò a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.

Il 12 maggio 1982 moriva a Roma l’appuntato della Polfer Giuseppe Rapesta, vittima del terrorismo.

Originario di Vico Equense, aveva 57 anni ed era ormai prossimo alla pensione. Il 6 maggio precedente si trovava da solo nell’ufficio della Polfer della stazione Roma San Pietro quando un gruppo di terroristi dei Nuclei Armati Rivoluzionari fece irruzione aggredendolo brutalmente. Rapesta tentò di reagire, ma venne colpito alla nuca con un colpo di pistola.

Trasportato d’urgenza in ospedale e sottoposto a un delicato intervento chirurgico, lottò tra la vita e la morte per giorni, fino al 12 maggio, quando i medici ne constatarono la morte cerebrale.

L’attentato fu rivendicato dai NAR come rappresaglia dopo la morte del terrorista Giorgio Vale.

Giuseppe Rapesta lasciò la moglie e tre figli.

Nel 2014, a distanza di anni, la Polizia di Stato lo ha ricordato con una cerimonia commemorativa presso la stazione Roma San Pietro, luogo dell’agguato.

Il suo sacrificio resta una testimonianza di servizio e dedizione dello Stato contro ogni forma di violenza e terrorismo.

Il 13 maggio del 1986 a Palermo venne ucciso l’imprenditore edile Francesco Paolo Semilia, 47 anni. 

Quel giorno giunse in cantiere verso le 15,30. Dietro di lui scesero da una Ritmo Bianca due giovani che gli domandarono: “È lei il signor Semilia?”. Ottenuta la risposta affermativa, uno dei due estrasse la pistola e cominciò a sparare. Schivato il primo proiettile, l’imprenditore tentò di fuggire, ma venne raggiunto alle spalle da altre due pallottole. I killer gli si avvicinarono esplodendo da distanza ravvicinata alla testa il colpo di grazia.

Gli operai del cantiere assistettero terrorizzati all’esecuzione. Non si è mai celebrato un processo.

Un altro imprenditore di Palermo assassinato dalla mafia delle tangenti. I Semilia hanno innalzato numerosi tra i più eleganti e vasti edifici della città in quasi 40 anni di un’attività che mai ha dato adito a dubbi ed insinuazioni.

Il 14 maggio 1977, a Milano, veniva colpito a morte il vicebrigadiere di Polizia Antonio Custra, 25 anni, vittima del terrorismo negli anni di piombo.

Durante una manifestazione organizzata da gruppi della sinistra extraparlamentare, in via De Amicis, Antonio Custra era schierato con il suo reparto quando venne raggiunto da un colpo d’arma da fuoco esploso durante gli scontri.

Trasportato d’urgenza in ospedale, morì il giorno successivo a causa delle gravi ferite riportate.

Antonio lasciò una giovane moglie e una figlia nata pochi mesi dopo la sua morte.

La sua vicenda è rimasta simbolo di una delle pagine più drammatiche della storia italiana, segnata dalla violenza politica e dal terrorismo.

Negli anni successivi, la figlia Antonia Custra trasformò il dolore in testimonianza civile, portando nelle scuole un messaggio contro l’odio e la violenza.

Parole che ancora oggi restano attuali: “Lasciate perdere l’odio, perché vi rovina la vita.”

Antonio Custra è stato insignito della Medaglia d’Oro al Merito Civile alla memoria.

Ricordarlo significa custodire la memoria di tutte le vittime degli anni di piombo e difendere i valori democratici contro ogni forma di estremismo.

Il 15 maggio 2004 a Sant’Antimo (NA) venne uccisa la 17enne Vincenza Visone.

Era in macchina con la madre quando venne raggiunta da diversi colpi da arma da fuoco esplosi contro la vettura. Vincenza Visone e la madre Rosa Russo di 46 anni vennero prontamente soccorse e trasportate all’ospedale. Successivamente la ragazza venne trasferita al nosocomio di Frattamaggiore ma non riuscì a sopravvivere: morì dopo poco il trasferimento. Il presunto omicida fu arrestato a S. Marcellino (Ce), dove si nascondeva nell’officina meccanica di alcuni amici. Si trattava di Raffaele Bonanno, 22 anni, l’uomo che aveva avuto da Vincenza un bambino ed ex fidanzato della ragazza.

Il 17 maggio del 1993 venne ucciso a Napoli il 23enne Maurizio Estate per aver sventato uno scippo nell’autolavaggio, in Via Vetreria a Chiaia, dove lavorava. Giuseppe Estate, suo padre e titolare dell’attività, notò l’arrivo di due ragazzi su una Vespa: si accorse subito delle cattive intenzioni e mentre loro si lanciarono sull’orologio della “vittima designata”, lui cominciò a urlare mettendo i ladri in fuga. Maurizio li rincorse riuscendo a vederne uno in viso e la cosa fu reciproca. Dopo nemmeno mezz’ora scattò la vendetta: all’autolavaggio si presentò un giovane con un giubbotto blu, impugnava una pistola, si diresse verso Maurizio e fece fuoco. Un solo colpo che raggiunge il ragazzo al petto.

Dopo una notte di latitanza si costituì per l'omicidio del giovane Maurizio Estate un giovane di 17 anni. Nel maggio 1994 venne condannato a 21 anni di reclusione. 

Il 17 giugno 2014 presso l'aula Consiliare dell'Auditorium di Scampia si è svolta un'iniziativa in memoria di Maurizio Estate. L'aula è stata dedicata alla sua memoria. 

Il 18 maggio 1990, venne ucciso a Napoli Nunzio Pandolfi, un bambino di appena 18 mesi. Trovò la morte tra le braccia del padre, Gennaro Pandolfi, il vero bersaglio dell’agguato di cui il bimbo fu vittima. Il piccolo si trovava a casa della nonna insieme al padre quando due uomini a volto coperto fecero irruzione ed iniziarono a sparare sui presenti. I sicari avevano come obiettivo Gennaro perché era persona di fiducia di Luigi Giuliano, il boss di Forcella. Nonostante la vittima prestabilita tenesse in mano il figlio, i due, senza scrupolo alcuno, spararono all’uomo. Gennaro e Nunzio morirono, quattro loro familiari rimasero feriti.

Il 18 maggio 2021, a Casoria, Gianluca Coppola, venne ucciso dall’ex della fidanzata per motivi di gelosia. Gravemente ferito a colpi di pistola in strada l’8 aprile, il giovane morì in ospedale dopo oltre un mese, nella notte del 18 maggio. L'uomo che uccise Gianluca, Antonio Felli, dopo 40 giorni di latitanza, venne arrestato. Nel maggio 2024 la Cassazione ha confermato la condanna a 19 anni di reclusione.

Il 19 maggio 1980, nei pressi di Grottaglie, persero la vita Pompea Argentiero, 16 anni, Lucia Altavilla, 17 anni, e Donata Lombardi, 23 anni.

Le tre giovani donne di Ceglie Messapica morirono in un tragico incidente stradale mentre venivano trasportate nei campi per la raccolta delle fragole.

Viaggiavano su un furgone Ford Transit omologato per 9 posti, ma a bordo erano stipate in almeno 16 persone, reclutate fuori dal collocamento attraverso il sistema del caporalato.

Erano sedute le une sulle gambe delle altre, senza sicurezza, senza tutele, senza diritti.

Lo schianto sulla superstrada Taranto-Brindisi pose fine alle loro vite e rese evidente una realtà fatta di sfruttamento e condizioni disumane per tanti lavoratori agricoli.

Pompea, Lucia e Donata erano ragazze semplici, partite per lavorare. Non tornarono più a casa.

Ricordarle oggi significa continuare a denunciare ogni forma di sfruttamento del lavoro e di caporalato che ancora oggi colpisce migliaia di persone.

Il 19 maggio 1980, a Napoli, veniva assassinato Pino Amato, assessore al Bilancio della Regione Campania, vittima del terrorismo brigatista.

L’agguato avvenne in vicolo Alabardieri.

L’auto sulla quale viaggiava venne bloccata da un commando composto da tre uomini e una donna armati.

I terroristi aprirono il fuoco uccidendo l’assessore.

L’autista e addetto alla scorta, Ciro Esposito, reagì sparando contro gli assalitori e riuscendo a ferirne uno durante la fuga.

Dopo un inseguimento della polizia in via Santa Lucia, il commando venne arrestato.

L’attentato fu rivendicato dalle Brigate Rosse, che definirono l’omicidio come un passaggio decisivo verso il sovvertimento dello Stato.

Per quell’assassinio vennero condannati all’ergastolo Bruno Seghetti, Maria Teresa Romeo, Luca Nicoletti e Salvatore Colonna.

Pino Amato fu una delle tante vittime degli anni di piombo, un periodo segnato da odio politico, violenza armata e terrorismo.

Ricordarlo significa mantenere viva la memoria di chi perse la vita in una stagione drammatica della storia italiana.

Il 21 maggio 1991 venne ucciso a Napoli Vincenzo Ummarino, comandante di marina in pensione, 64 anni.

Fu ucciso per errore con un colpo alla nuca durante una sparatoria nei Quartieri Spagnoli. Tre killer spararono su un'auto in sosta ma gli occupanti risposero al fuoco. Il povero Vincenzo Ummarino si trovava nella scia dei colpi e cadde al suolo in una pozza di sangue. Morì poco dopo il ricovero in ospedale.

I carabinieri accorsi sul posto riuscirono a bloccare i killer che stavano provando a scappare. Gli arrestati risultarono essere affiliati al clan Mariano, al centro di varie guerre di potere tra ex affiliati e altre famiglie criminali per il controllo degli affari nella zona.

Il 23 maggio del 1992 avvenne la Strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

Giovanni chiese all’ autista, Giuseppe Costanza, di poter guidare lui. L’autista giudiziario acconsentì. Il programma era quello di lasciare l’aeroporto di Punta Raisi, percorrendo l’autostrada Palermo-Mazzara del Vallo, per raggiungere casa Falcone e lasciare li Francesca Morvillo, anch’ella magistrato e moglie di Giovanni, per poi fare delle commissioni. 

Costanza allora ricordava a Falcone che appena avessero concluso tutto il programma gli doveva restituire le chiavi dell’auto in modo che egli potesse il lunedì successivo, riprenderla e tornare in servizio. 

Il giudice anti-mafia, però, in quei giorni era concentrato su ben altro. Era preoccupato e distratto. Così alla richiesta di Costanza girò le chiavi nel quadro accensione e fece per toglierle spegnendo per un attimo il motore. “Dottore ma cosa fa? Così ci ammazziamo” - lo ammonì l’autista. Falcone riemerse dai propri pensieri, chiese scusa e riaccese il motore.

Un gesto, quello di Falcone, che creò un attimo di esitazione in Giovanni Brusca- che vide la Croma bianca rallentare per un attimo- ingaggiato appositamente da Riina per l’occasione ed appostato in una strada di campagna parallela all’autostrada, pronto a fare click sul telecomando che doveva fare esplodere una carica di 500 kg di tritolo. 

Un’esitazione che salvò la vita di Costanza. Giovanni e Francesca morirono, invece, poco dopo in ospedale. 

Erano le 17,56. Un boato squarciò le coscienze e quel tratto di autostrada. La Croma marrone, quella con gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, che precedeva l’auto con Falcone, che si schiantò contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, venne investita in pieno dall'esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi ad alcune decine di metri di distanza. Nessuno scampo per i tre agenti. Rimasero feriti ma vivi gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella Croma azzurra.

Il 24 maggio 1991, a Lamezia Terme, vennero uccisi Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, due operatori ecologici vittime innocenti della ’ndrangheta. Erano lavoratori onesti.

Due uomini semplici che ogni giorno si occupavano di pulire le strade della città. Francesco Tramonte aveva 40 anni. Era  marito e padre di tre figlie, che adorava sopra ogni cosa. Pasquale Cristiano ne aveva 28.

Da poco era stato assunto dal Comune e aveva costruito con Francesco un rapporto di amicizia sincera. All’alba del 24 maggio i due si trovavano nella zona di contrada Miraglia, a Sambiase, durante il turno di lavoro. Fu lì che vennero travolti dalla violenza criminale. Secondo gli inquirenti, quell’azione era legata agli interessi della ’ndrangheta nel settore dei rifiuti, uno dei business più redditizi per le organizzazioni mafiose. Francesco e Pasquale non avevano alcuna colpa, erano semplicemente due lavoratori che cercavano di costruire una vita dignitosa attraverso il proprio lavoro.

Le loro storie ricordano quanto spesso la criminalità organizzata colpisca persone innocenti, spezzando famiglie e distruggendo vite lontane da ogni logica mafiosa. Ricordarli oggi significa dare valore alla memoria di chi ha perso la vita solo perché si trovava nel posto sbagliato, mentre svolgeva il proprio lavoro

Il 24 maggio 2007, a Frattaminore, venne ucciso Bernardo Salvato, 44 anni, vittima innocente della camorra.

Bernardo era un uomo incensurato. Gestiva da poco un bar e lavorava nei mercati per mantenere la sua famiglia. Quel giorno un commando armato fece irruzione nel locale dando vita ad un agguato di stampo camorristico. Nell’attacco perse la vita anche Vincenzo Castiello, imprenditore locale e candidato sindaco.

Secondo gli investigatori, il vero obiettivo della vendetta criminale era legato al fratello di Vincenzo, un carabiniere che aveva partecipato all’arresto di un boss latitante. Bernardo Salvato si trovò nel mezzo di quella violenza senza avere alcuna colpa.

Le indagini ipotizzarono che fosse stato ucciso perché ritenuto un testimone scomodo oppure colpito per errore durante la sparatoria.

Nel 2012 il caso venne archiviato per mancanza di prove. Il 31 maggio 2007, a Frattaminore, si svolse una fiaccolata in sua memoria. Ricordare Bernardo Salvato significa ricordare tutte quelle persone comuni travolte dalla violenza criminale mentre cercavano soltanto di vivere onestamente la propria vita.

Il 26 maggio del 2009 a Napoli venne ucciso Petru Birladeanu, 33 anni. Suonava la fisarmonica tra i vagoni che passano per la stazione della Cumana di Montesanto. Era conosciuto da tutti in zona, era una persona gentile che attraverso la sua musica cercava di guadagnarsi pochi spiccioli. Era solito farsi accompagnare dalla moglie, anche la sera del 26 maggio, quando alla stazione, Petru rimase ucciso per via di proiettili vaganti partiti da un commando di otto persone che si apprestava a una sparatoria tra i clan della zona. Morì tra le braccia della moglie agli ingressi dei tornelli della stazione tra l’indifferenza generale. 

Nella notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, alle ore 1.04, a Firenze, avvenne la strage di via dei Georgofili. Un attentato dinamitardo ad opera della mafia. Fu fatta deflagrare un’autobomba in un’antica via del centro storico, ai piedi della storica Torre del Pulci, sede dell’Accademia dei Georgofili.

Un Fiat Fiorino imbottito di 250 chilogrammi di una miscela esplosiva composta da tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina esplose provocando il crollo della Torre sede dell’Accademia dei Georgofili e la devastazione del tessuto urbano del centro storico per un’estensione di ben 12 ettari, con un impatto che è stato definito “bellico”.

Morirono Caterina Nencioni di 50 giorni, Nadia Nencioni di 9 anni, Angela Fiume di 36 anni, Fabrizio Nencioni di 39 anni, Dario Capolicchio di 22 anni. Angela, custode dell’Accademia dei Georgofili, risiedeva nella Torre con la sua famiglia. Molti edifici della zona come Palazzo Vecchio, la Chiesa di S. Stefano e Cecilia e il complesso artistico monumentale della Galleria degli Uffizi subirono gravi danni: si perdono per sempre capolavori e preziosi documenti, il 25% delle opere presenti in Galleria subisce danni ma soprattutto si perdono per sempre cinque vite umane.

Dopo un lungo iter processuale furono comminati 15 ergastoli, definitivamente attribuiti dalla Cassazione il 6 maggio 2002.

Nel 2008 Gaetano Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e confermò le sue responsabilità nell'attentato. In particolare, Spatuzza dichiarò che la strage venne pianificata durante una riunione in cui erano presenti lui, Barranca e Giuliano insieme ai boss Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro e Francesco Tagliavia (capo della Famiglia di Corso dei Mille), i quali decisero l'obiettivo da colpire attraverso dépliant turistici; inoltre Tagliavia finanziò anche la "trasferta" a Firenze per compiere l'attentato.

Il 28 maggio 1974 a Brescia avvenne la Strage di Piazza della Loggia, un attentato terroristico di matrice neofascista con collaborazioni da parte di membri dello Stato italiano dell'epoca, servizi segreti ed altre organizzazioni.

Una bomba nascosta in un cestino portarifiuti fu fatta esplodere mentre era in corso una manifestazione contro il terrorismo neofascista, provocando la morte di otto persone e il ferimento di altre centodue. Un'altra persona morì’ in seguito alle ferite molto tempo dopo, portando a 9 il numero totale dei decessi.

Le vittime furono Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi e Vittorio Zambarda.

I responsabili di tale strage: Ordine Nuovo; come esecutori materiali: Carlo Digilio, Marcello Soffiati, Ermanno Buzzi, Marco Toffaloni e Maurizio Tramonte; mandante: Carlo Maria Maggi.

La motivazione è da ricercarsi in un’opera di intimidazione verso gli antifascisti- nel contesto della scarseggia della tensione- che manifestavano contro il terrorismo nero e contro il MSI.

Il 29 maggio del 1982 Cava de’ Tirreni (SA) venne uccisa dalla camorra la piccola Simonetta Lamberti di 11 anni.

Alfonso Lamberti, padre di Simonetta, all’epoca del tragico agguato aveva 45 anni ed era procuratore della Repubblica presso il tribunale di Sala Consilina e docente di Storia del Diritto Penale presso l’università di Salerno.

In quegli anni svolgeva il suo lavoro con determinazione e forza e indagava sui traffici della camorra legati in particolare alle ricostruzioni post terremoto dell’Irpinia. Ad Alfonso Lamberti venne assegnata un’auto blindata che però proprio quel sabato di maggio non aveva ritenuto opportuno utilizzare. Lamberti, infatti, nel trascorrere una mattinata al mare con la figlia non aveva fiutato alcun pericolo e aveva deciso di prendere la propria automobile. Alle 15,30 il commando accerchiò l’auto del magistrato e sparò una serie di proiettili in direzione della Bmw sulla quale viaggiavano Alfonso Lamberti e la figlia, poi gli assassini si diedero alla fuga. Dal raid il magistrato uscì ferito alla spalla e di striscio alla testa, ma un proiettile colpì Simonetta alla tempia, provocando la morte qualche ora dopo.

«Ho una sorella con cui non ho mai giocato, non ne conosco la voce, non ho nessun ricordo di me e lei. Solo la sua ombra. Che cerco inutilmente di afferrare ogni giorno.

Ricordo le sere di agosto, le rare sere in cui papà non lavorava ed era con noi in vacanza, in cui ero nel piccolo giardino all’ingresso della casa, dove c’era un tavolo bianco con due sedie e dove io e papà guardavamo il cielo cercando delle stelle cadenti. Chiedevo sempre a papà di farmi una grattatina sulla schiena, perché mi piaceva tantissimo. Appena smetteva, gli chiedevo di ricominciare ogni volta. E lui non poteva far altro che accontentarmi. È uno dei pochi ricordi dolci della mia infanzia difficile. All’epoca ancora non immaginavo né sapevo di aver perso una sorella a causa della camorra.» Serena Simonetta Lamberti - sorella di Simonetta.

Il 31 maggio 1972, a Peteano di Sagrado (GO), tre carabinieri persero la vita in un attentato terroristico di matrice neofascista: Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni. 

I militari vennero attirati con una telefonata anonima verso una Fiat 500 abbandonata lungo una strada isolata. Quando tentarono di aprire l’auto, l’esplosione dell’autobomba li travolse. Altri due carabinieri rimasero gravemente feriti.

La strage di Peteano rappresenta una delle pagine più oscure degli anni di piombo, segnata da depistaggi, false piste e verità nascoste per anni. Solo dopo lunghe indagini emersero le responsabilità dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo e dei tentativi di insabbiare la verità. Oggi ricordiamo il sacrificio di Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni.

 

Francesco Emilio Borrelli

 

 

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