Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Le rivoluzioni e la loro difficoltà ad essere attuate

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Una rivoluzione di carattere politico e culturale, prendendo in prestito un assunto di Albert Camus, ha il suo obiettivo di plasmare o creare una nuova natura antropologica e dare vita a un nuovo sviluppo storico.

Ma di fatto questi ideali assoluti sono molto difficili da attuare per una serie di cause che possono essere ricercate nelle contingenze, nel contesto sociale, culturale ed anche economico, determinate a loro volta da una serie di fattori storici di carattere antropologici, come il comportamento degli esseri umani che a sua volta è storicamente prodotto dal senso comune di tipo irrazionale, innestato in ogni singola società in modo e con tempistiche differenti.

Ogni nuovo afflato culturale si va quindi a inserire in una data società in maniera problematica e non strutturale.

A titolo esemplifico già Francesco Guicciardini, nel libello Considerazioni sui Discorsi di Machiavelli, scriveva che l'instaurazione di una tirannide in una città che aveva conosciuto la libertà era improponibile rispetto ad una città che politicamente era abituata ad essere assoggettata ad una qualsiasi forma di tirannia. Le analisi di Guicciardini, oltre che politiche, lasciavano trasparire le differenze culturali e antropologiche tra le diverse città Stato nella Penisola italiana della prima metà del XVI secolo.

 

Appurato ciò, rimane molto difficile attuare una teoria filosofica esogena in una data comunità per i fattori di cui sopra.

Vincenzo Cuoco, sulla scia dei riformatori illuministi napoletani come Filangeri, con pugnace realismo, nel Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli diede una fotografia di carattere sociologico sulla Rivoluzione napoletana che si svolse tra il gennaio e giugno del 1799 di cui fu partecipe, seppur in una posizione marginale.

Cuoco espresse un giudizio caustico sugli esiti della rivoluzione, dove i repubblicani napoletani, coloro che cercavano di mettere in atto gli ideali illuministi in maniera precipua, venivano tacciati di non fare un'apposita valutazione oggettiva sulle condizioni della cultura popolare, contrassegnata da antichi pregiudizi di carattere religioso e dai contrasti sociali presenti nel Regno di Napoli, oltre che imitare in maniera pedissequa le condizioni che si erano determinate in Francia per lo sviluppo della Rivoluzione francese.

La stessa élite rivoluzionaria, inoltre venne tacciata nel non aver saputo adattare e coinvolgere l'opinione pubblica popolare negli ideali illuministici.

Dello stesso avviso di Cuoco fu anche la fondatrice della rivista che ospita questo contributo. Nel numero 5 del Monitore Napoletano del 16 febbraio del 1799, Eleonora de Fonseca Pimentel aveva dedotto che la rivoluzione non poteva innestarsi se non farsi pragmatica, che consisteva nel far conoscere le sue motivazioni anche alle classi cosiddette subalterne, che erano quelle contadine analfabete devote, per un'etica della convinzione, al sovrano Borbonico e alla Chiesa.

Questo obiettivo si sarebbe dovuto perseguire solamente con il mettere a conoscenza queste masse tramite l’utilizzo dei proclami in merito ai presupposti politici e le motivazioni culturali che si celavano dietro l’instaurazione della Repubblica napoletana.

Questo concetto teorico della rivoluzione fu difficile da applicare anche nella forma marxista.

Karl Marx era riuscito a portare l'elemento utopico all’interno di quello scientifico. La scientificità era legata alle condizioni materiali contingenti quando Marx scrisse il I libro del Capitale.

Lenin in un articolo sulla Pravda del 1913, I destini storici della dottrina di Marx, assurse la teoria marxista all'interno della rivoluzione russa del 1905.

Da quell’articolo Marx venne attaccato dal movimento rivoluzionario leninista in Russia. 

Diversi decenni dopo, Salvatore Aponte, corrispondente per Il Corriere della Sera dal 1926 al 1929 a Mosca, con i suoi articoli fornì una descrizione alquanto oggettiva della lotta all'interno del Partito bolscevico dopo la morte di Lenin e i successivi sviluppi del moto rivoluzionario e dei suoi problemi a praticare il dettame marxista-leninista.

Nell'articolo intitolato Consolidamento della dittatura? pubblicato il 3 gennaio del 1928 nella rubrica Lettere dalla Russia, articolo molto lungo che nel linguaggio pubblicistico verrebbe denominato “long form”, Aponte si concentrò sulla personalità psicologica e intellettuale di coloro che ambivano a guidare il Partito e di conseguenza l’Urss.

Stalin, in modo particolare, veniva descritto come un “rozzo, testardo, autoritario...” ma mise in luce anche le sue qualità, come quelle pragmatiche e decisioniste.  Quest'ultima, secondo l'inviato del giornale di via Solferino, era una caratteristica fondamentale per quel contesto politico, contrassegnato dal caos e dal blocco dei principi rivoluzionari.

Gli altri esponenti del partito in lotta con Stalin, come Trockij, Radek e Zinoviev vennero tacciati di essere troppo astratti e di non essere in grado di affrontare le problematiche concrete. Sempre nel medesimo articolo, venne analizzato il fallimento teorico del marxismo in Russia.

In quel frangente storico la Russia si trovava in uno stato di profonda arretratezza economica e sociale perché il socialismo si potesse realizzare, dato che necessitava di un sistema capitalistico molto avanzato, tematica tra l'altro già affrontata molti anni prima in una corrispondenza tra Marx e Vera Zasulic.

Nessuno dei valori ritenuti falsamente universali di matrice moderna, come l’economia, le religioni monoteiste e il diritto morale occidentale sembrano in grado di essere egemonici ed ecumenici.

La costruzione di una nuova civiltà e cultura richiede un tempo illimitato e condizioni di vario tipo che non possono essere predeterminate a prescindere.

 

Lorenzo Bravi

 

 

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