Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Conoscenza limitata

Condividi

Risulta plausibile ammettere che chiunque abbia un’esperienza della realtà sostanzialmente differente dalla nostra è, per forza di cose, portato a concepire la realtà in modo diverso. Possiamo quindi immaginare esseri intelligenti la cui cornice concettuale e categoriale conduce ad una visione del mondo che ha ben poco a che fare con la nostra.

Gli oggetti e gli eventi presenti nel loro modo di esperire il mondo circostante potrebbero differire da quelli per noi usuali in misura tale che i loro predicati avrebbero domini non paragonabili ai nostri.

La razionalità umana è - anche se non soltanto - capacità di idealizzare, di trascendere i meri dati empirici. Occorre senz’altro riconoscere le nostre origini naturali e la componente biologica del nostro percorso evolutivo ma, nel far questo, non si deve trascurare la necessità di spiegare l’unicità degli esseri umani. Soltanto essi sono in grado di costruire una dimensione ideale della realtà e di staccarsi dal mondo così come è percepito dai sensi.

La razionalità è dunque caratterizzabile come capacità di vedere non solo come le cose attualmente sono, ma anche come potrebbero essere state e come potrebbero essere in futuro se decidessimo di agire in un modo piuttosto che in un altro.

 

La dimensione del possibile svolge dunque una funzione essenziale anche sul piano pratico: ad esempio nelle decisioni concernenti le alternative che abbiamo di fronte e nella pianificazione delle azioni, in quanto, a ben vedere, siamo sempre impegnati a prevenire delle possibilità oppure a realizzarne altre.

A questo punto è arduo sottrarsi alla constatazione che la dimensione del possibile deve comunque fare riferimento a un qualche tipo di agente. Siamo praticamente costretti ad adottare questo approccio perché esso è il solo che ci consenta di accedere alla realtà.

Nessuno oserebbe negare i vantaggi derivanti dall’eventuale trascendimento del nostro apparato concettuale al fine di gettare lo sguardo su come il mondo è, indipendentemente dal modo in cui noi lo interpretiamo. Tuttavia questa non è una delle opzioni che abbiamo a disposizione.

Occorre comunque rilevare che il riconoscimento di questa situazione non spinge necessariamente verso l’idealismo, verso una posizione che sostenga che il mondo dei concetti è l’unico che esista, attribuendo quindi a quello naturale uno statuto di apparenza o di illusione.

Si può riconoscere che non creiamo il mondo naturale specificando al contempo che gli esseri umani vi accedono mediante il loro apparato concettuale inteso, anch’esso, come prodotto di un’evoluzione che in questo caso è culturale ancor prima di essere biologica (e spogliando così l’apparato concettuale dei caratteri piuttosto inesplicabili e misteriosi che una parte della filosofia occidentale gli ha attribuito).

Si noti che la radicale contingenza dei nostri schemi concettuali investe anche, e in modo diretto, il cosiddetto “senso comune”, nozione cui alcuni pensatori dei nostri giorni attribuiscono grande importanza contrapponendolo, in alcuni casi, alla visione del mondo fornitaci dalla scienza.

In filosofia, notò ancora una volta James, usare il senso comune significa adoperare certe “forme intellettuali” o “categorie di pensiero”.

Tuttavia, aggiungeva subito dopo il filosofo americano, «Se fossimo stati aragoste o api, potrebbe darsi che la nostra organizzazione ci avrebbe condotto a impiegare metodi alquanto differenti per capire le nostre esperienze. Potrebbe anche darsi (non si può negarlo in modo dogmatico) che tali categorie, inimmaginabili per noi oggi, si sarebbero dimostrate utili, tanto quanto quelle che usiamo attualmente. Tutte le nostre concezioni sono ciò che i tedeschi chiamano strumenti di pensiero (Denkmittel) intendendo con ciò che possiamo operare sui fatti pensandoli. L’esperienza in se stessa non si dà etichettata e classificata, dobbiamo prima scoprire di cosa si tratta.»

Da questo quadro si ricava la tesi della “continuità” tra metafisica e scienza, tesi che ovviamente rappresenta un decisivo superamento dell’orizzonte neopositivista. La metafisica si differenzia dalla scienza semplicemente perché usa categorie più vaste e generali di quelle utilizzate in ambito scientifico, e gli schemi concettuali fanno comunque da filtro ai fini della nostra comprensione del mondo. Ne consegue che, prima di affrontare l’analisi metafisico-ontologica della realtà, dobbiamo in primo luogo affrontare l’analisi semantica, e in secondo luogo quella epistemologica, in quanto il filtro del linguaggio è pur sempre all’opera e non può essere trasceso.

È evidente che, procedendo lungo questo sentiero, una risposta definitiva ai quesiti metafisico-ontologici non può essere data. E ciò dipende dal fatto che noi, come affermò Otto Neurath, siamo sempre imbarcati su una sorta di “nave concettuale” e giudichiamo la realtà in base ad un particolare schema che ha, appunto, carattere concettuale.

Un filosofo di tendenze scientiste potrebbe essere indotto a sostenere la superiorità incondizionata dell’immagine scientifica del mondo, che è poi quella fornita dalla scienza dei nostri giorni, sull’immagine che Wilfrid Sellars definisce “manifesta”, e che è poi quella del senso comune condivisa - almeno nei tratti principali - da ciascuno di noi. Ma è davvero possibile affermare che alla scienza spetta il compito di valutare ogni tipo di schema concettuale mediante il quale la realtà viene categorizzata?

Quali sono le garanzie che essa è in grado di fornirci se abbandoniamo lo scientismo neopositivista per abbracciare una visione essenzialmente fallibilista della conoscenza scientifica? Indubbiamente il mondo reale contiene quelle entità che verrebbero ammesse dalla scienza in uno stato di “completezza ideale” simile a quello ipotizzato da Charles S. Peirce.

 In assenza di un simile stato ideale, tuttavia, altro non possiamo fare se non prendere in considerazione l’attuale visione scientifica del mondo, e cioé quella offertaci dalla scienza dei nostri giorni. Siamo insomma, ancora una volta, posti di fronte ad una nozione di verità che è essenzialmente relativa.

Adottando la terminologia della filosofia del linguaggio, possiamo considerare gli enunciati percettivi veri come delle mosse di apertura corrette in un gioco linguistico la cui funzione principale è la descrizione del mondo. Ma la validità di una tale descrizione è, per l’appunto, relativa. Per ottenere una verità definitiva, dovremmo avere a disposizione delle mosse corrette che ci consentissero di chiudere il gioco linguistico di cui sopra.

Tali mosse di chiusura corrette, tuttavia, dipendono necessariamente dalla presenza di quella che Peirce definiva comunità di ricercatori giunti allo stadio di completezza ideale della scienza, ed è ovvio che tale comunità non esiste qui ed ora. Non si può ovviamente escludere che essa esisterà in un futuro più o meno lontano, ma la storia della scienza non ci lascia molte speranze a questo riguardo.

Il relativismo diventa un inevitabile capolinea non appena si rammenti che la scienza è sempre il risultato dell’interazione tra mondo e soggetto che vuole conoscere il mondo. Dewey usa a tale proposito il termine transazione per denotare questo interscambio dove i contributi dell’osservatore e della realtà osservata non possono essere separati da una linea di confine rigida.

Ogni volta che ci vien fatto di chiedere quali siano le caratteristiche della realtà che possono essere scoperte, occorre sempre rammentare di aggiungere la domanda “scoperte da chi?”. Si può senz’altro sostenere che la natura presenti delle caratteristiche di regolarità indipendenti dal soggetto che desidera indagarla. Tuttavia l’evoluzione ci ha dotato di certe caratteristiche e non di altre, e ciò significa che siamo sensibili a certi parametri fisici e non ad altri.

È, questo, un dato di fatto su cui la filosofia non ha certamente riflettuto a sufficienza.

La scienza fornisce informazioni attendibili circa il mondo circostante, ma si tratta pur sempre di informazioni relative a una certa cornice concettuale che è la nostra. Non si deve tuttavia commettere l’errore di pensare che i limiti delle nostre capacità cognitive siano - o siano soltanto - limiti di tipo aprioristico. Siamo invece vincolati da limiti empirici assai evidenti, determinati dal fatto che noi indaghiamo la natura mediante un apparato sensoriale che risponde a certi stimoli, ma non ad altri. Siamo stati in grado di costruire valide teorie concernenti il fenomeno dell’elettromagnetismo perché, sul nostro pianeta, esso riveste grande importanza. Abbiamo un’avanzata cristallografia perché i cristalli fanno parte del nostro ambiente naturale, e il fatto che la luce sia così importante per noi spiega lo sviluppo dell’ottica.

Tuttavia, in altri mondi lo sviluppo della scienza potrebbe aver assunto caratteristiche diverse, ed è importante rammentare altresì che è proprio la scienza ad averci rivelato l’esistenza di altri corpi celesti in cui le caratteristiche naturali non sono paragonabili - o lo sono soltanto in misura limitata - a quelle riscontrabili sul nostro pianeta. A fronte di questi dati empirici, non occorre essere degli appassionati di fantascienza per giungere alla conclusione che delle ipotetiche civiltà extra-terrestri potrebbero aver sviluppato una conoscenza scientifica scarsamente - o per nulla - paragonabile alla nostra.

La nostra scienza è imperfetta proprio perché noi che la costruiamo siamo esseri imperfetti. Per ottenere risposte definitive e metafisicamente forti avremmo bisogno di staccarci dalla contingenza e dal flusso degli eventi, cosa che non possiamo mai fare. Anche se usando strumenti e formulando teorie riusciamo ad acquisire elementi di conoscenza circa l’ambiente naturale, la storia del mondo che si dipana di fronte ai nostri occhi è pur sempre una storia che fa riferimento a noi, in quanto essa viene esplicitata ricorrendo ai nostri schemi concettuali. Facendo ricorso alla capacità tipicamente umana di idealizzare e di percorrere i sentieri della possibilità, siamo in grado di immaginare un mondo in cui nessuno schema concettuale era all’opera. Ma, anche in questo caso, la categorizzazione svolge un ruolo chiave, facendoci capire che una verità relativa è l’obiettivo massimo cui possiamo aspirare.

 

Michele Marsonet

 

 

Statistiche

Utenti registrati
19
Articoli
3608
Web Links
6
Visite agli articoli
20574605

La registrazione degli utenti è riservata esclusivamente ai collaboratori interni.

Abbiamo 274 visitatori e nessun utente online