Eleonora de Fonseca Pimentel, ricordandoti

Ugo Cafiero e l’avventura tripolina

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Nato come capitolo di una più ampia ricerca dedicata al famoso giornalista stabiese e pubblicata anni or sono, Ugo Cafiero e l'avventura tripolina viene qui ripresa in forma autonoma per l'importanza del racconto e per la quantità di notizie ricavate dalle diverse fonti documentarie e giornalistiche, non ultime, dallo stesso quotidiano, La Nuova Italia, giornale pubblicato a Tripoli dal 1912 e da lui acquistato nel gennaio 1915.

Per comodità del lettore riassumiamo brevemente l'avventurosa biografia di Ugo Cafiero, ampiamente descritta nelle quattro precedenti pubblicazioni apparse sul Nuovo Monitore Napoletano e il sito Libero Ricercatore.1

Nato a Castellammare di Stabia nel 1866, sposò nel 1889 Giuseppina Denza, figlia di Ciro e nipote del celeberrimo musicista, Luigi Denza, autore di Funiculì funiculà. La moglie era amica di Gabriele D'Annunzio e ben presto Cafiero conquistò la sua amicizia, traendone beneficio. Grazie al sommo poeta, Cafiero trovò impiego come insegnante prima a Caserta e successivamente a Torre del Greco, dove nasceranno i suoi tre figli, Ugo, Viva e Maria. Nelle elezioni amministrative del 1896 fu eletto consigliere comunale e nominato assessore, poi all'inizio del nuovo secolo si trasferì a Roma dove trovò impiego come giornalista di diverse testate, approdando infine nella redazione romana de, Il Mattino, quotidiano di Napoli.

 

A Roma Cafiero diventò prima redattore, poi corrispondente parlamentare dello stesso giornale, infine amministratore. In breve tempo divenne «popolarissimo ed addentratissimo negli ambienti politici.»Talmente addentro che quando Giovanni Giolitti formò il suo secondo governo il 3 novembre 1903, il suo ministro della Finanze, il siciliano Angelo Majorana, nominato il 24 novembre 1904 in sostituzione di Luigi Luzzatti, chiamò nel suo Gabinetto, quale Segretario, lo stesso Cafiero.

Fu amico di Giolitti, di Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando. Il suo carattere irascibile lo portò ad affrontare diversi duelli, a farsi molti nemici, vivendo non poche disavventure.

Impegolatosi nell'affare Calabretta fu costretto a dare le dimissioni dal giornale, tornandosene nella sua città natia. E da qui possiamo cominciare a raccontare la sua più importante avventura.

Non era uomo da restare fermo Cafiero, né di accontentarsi di vivere di lezioni private. Dopo aver vissuto per tanti anni a Roma, la piccola città nella quale era nato e cresciuto gli andava stretta. Lo sfortunato giornalista stabiese avvertiva la necessità di inventarsi altro per uscire dalla maledizione che lo perseguitava. Non si perse d'animo e rientrato a Roma fondò una piccola agenzia di informazioni denominata, Agenzia delle Notizie, probabilmente sufficiente a garantirgli una vita tranquilla, ma ancora non gli sembrò abbastanza. Cos'altro fare se non cavalcare l’onda dell’entusiasmo per la vittoriosa avventura libica, esaltato dal suo amico D’Annunzio e dalla sua retorica patriottica? 

L'occasione gli fu proposta dal suo collega di giornalismo, il deputato, Enrico Buonanno, nativo di Capua, così, pur tra mille dubbi e titubanze, verso la fine di febbraio del 1915, acquistò il primo ed unico quotidiano pubblicato a Tripoli, anzi, secondo la pubblicità dello stesso, l'unico dell'intera Libia, La Nuova Italia.

Il giornale, dopo aver cambiato due assetti societari in un triennio, il primo miseramente fallito, il secondo travolto dai debiti, il 12 dicembre 1914 era finito sotto il diretto controllo di Buonanno, che gli aveva dato vita, a sua volta costretto a liberarsene dopo meno di tre mesi, consegnandolo nelle mani del giornalista stabiese, non sappiamo a quale prezzo. Il quotidiano, sorto il 26 agosto 1912 con grandi speranze, ambiziosi progetti e baldanzose velleità, non aveva avuto molta fortuna, fallendo dopo soli quattordici mesi, lasciando debiti per trecentomila lire e sperperando oltre un milione di lire dell'epoca. Anche il politico fu costretto a liberarsene definitivamente anche, o forse soprattutto a causa delle varie intemperie giudiziarie e politiche che lo videro poi decadere dal Parlamento.2

Nato a Capua, provincia di Caserta, nel 1872, giovane corrispondente del Don Marzio, poi cronista della Tribuna ed infine giornalista dell'antico quotidiano romano, Il Popolo di Roma, Segretario della Associazione Stampa Romana nel 1904, poi consigliere della Federazione Nazionale nel 1908, monarchico convinto, Buonanno era stato eletto deputato nel 1909 sconfiggendo il suo più famoso conterraneo, il pubblicista e avvocato, Michele Verzillo e riuscendo ad essere riconfermato nel 1913.

Il personaggio non godeva di buona fama. Già diffamatore di Felice Cavallotti, il generoso guascone radicale, morto in seguito ad uno sciagurato duello nel 1898, era stato coinvolto in diversi intrallazzi e in altri sarebbe incappato negli anni successivi e, non a caso, la sua seconda elezione fu annullata dopo aver perduta l'ennesima causa, stavolta contro Il Mattino di Napoli, da lui querelato «per le accuse di ordine morale» rivoltegli dal giornale in campagna elettorale.3

Il quotidiano di Tripoli, città dove risiedevano circa ottomila italiani, era stato, infine, acquistato da Cafiero, non si sa bene con quali capitali e finanziato da chi. Mistero ad oggi mai chiarito. Forse ad aiutarlo fu lo stesso D'Annunzio, forse un altro dei suoi grandi protettori ed amico, Francesco Saverio Nitti, già potente ministro del Governo di Giovanni Giolitti e futuro Presidente del Consiglio.4

L'acquisto arrivò quando ormai era quasi certa l'entrata in guerra dell'Italia nel conflitto che si apprestava a diventare mondiale e con un governo interessato ad allargare i confini dell'Italia oltre la quarta sponda, per dimenticare le precedenti, sfortunate spedizioni africane, non accontentandosi ora della Tripolitania e della Cirenaica, territori le cui orgogliose popolazioni, tra l'altro, non erano ancora definitivamente controllate, cosa che avverrà soltanto nel gennaio del 1932 a seguito di una politica di dura repressione e di feroci esecuzioni sommarie.

Lo stesso Cafiero ricordò come il giornale nacque nel 1912, quando il governo sentiva il bisogno di un bollettino quotidiano con inserzioni in italiano e in arabo per far conoscere al pubblico le iniziative governative per la Tripolitania. A maggior ragione alla vigilia di una guerra terrificante, mai conosciuta in precedenza dall'umanità.

La battaglia politica apertasi nel Paese vide contrapposti numerosi interessi e ambizioni personali, mentre le piazze ribollivano divise tra interventisti e neutralisti, questi ultimi trascinati dai socialisti e avere un giornale amico, seppure in una terra lontana, la cui colonizzazione era appena agli inizi, poteva tornare utile a chi nutriva sete di potere e aspirava a poltrone e prestigi.

Tra l'altro l'acquisto fu fatto senza che il giornalista stabiese fosse mai sbarcato a Tripoli per capire e rendersi conto a cosa andava incontro, fidandosi di delegati locali o forse dello stesso Buonanno. Il deputato, non ancora decaduto, ma già pericolante, gli aveva proposto l'affare, magari offrendogli un prezzo di favore in nome dell'antica amicizia.

Tra il parlamentare e Cafiero vi era una lunga conoscenza risalente ai primi anni del Novecento, quando lo stabiese approdò nella città eterna, prima al Giornale d'Italia, poi corrispondente per qualche tempo del quotidiano torinese, La Stampa, ed infine quale redattore della sede romana del Mattino. Non a caso nel settembre 1909 il deputato era intervenuto, facendo da paciere, per interrompere un duello tra lo stabiese e il napoletano Alberto Giannini, affermato giornalista del quotidiano milanese, Il Secolo.5

Un’amicizia, stando a una dichiarazione dello stesso Buonanno, ormai ex deputato decaduto il 13 dicembre 1915, rilasciata in Tribunale nel gennaio 1919, su domanda del giudice istruttore che lo interrogava, interrotta proprio in virtù della vendita del giornale.6

L'affermazione lascia intendere che fra i due vi doveva essere sulla vendita una intesa, forse legata alla gestione del quotidiano, all'impostazione politica non mantenuta, sicuramente più democraticamente filo araba di Cafiero. Purtroppo allo stato non ci è dato sapere.

Fin dall'autunno del 1917, Buonanno, Adolfo Brunicardi, Luigi Dini, Filippo Cavallini, tutti ex deputati e una altra decina di persone erano state indagate e successivamente arrestate, accusate di spionaggio a favore della Germania, complici dell'ambiguo imprenditore, faccendiere e agente segreto francese, il rinnegato Bolo Pascià.

Questi era stato il primo ad essere indagato a Parigi fin dall'estate 1917, facendo poi esplodere il caso anche in Italia, dove aveva creato, grazie al massone Filippo Cavallini, la sua fitta rete di complici nei più disparati ambienti. Bolo e Cavallini furono processati in Francia, con la sentenza di condanna a morte eseguita per il francese, fucilato a Parigi il 17 aprile 1918, mentre l'italiano processato in contumacia riuscì a salvarsi solo perché si trovava già in galera in Italia fin dal 20 novembre, il primo ad essere arrestato tra i numerosi indagati italiani, con la grave accusa di «intelligenza col nemico.»7

A tirare in ballo Cafiero, seppure indirettamente, era stato il quotidiano romano, L'Idea Nazionale, in un articolo dell'8 dicembre 1917 per la sua stretta amicizia con l'ex deputato e per alcuni interessi economici in comune.

«L'On. Enrico Buonanno (…) fondò a Tripoli il giornale, La Nuova Italia, con un sontuoso ufficio di corrispondenza dalla capitale. Lasciò poi la direzione del giornale al comm. Ugo Cafiero, Fu anche magna pars di una agenzia di pubblicità. La sua attività giornalistica propriamente detta fu molto modesta rimanendo solo corrispondente di piccoli giornali di provincia.»8

Assente da Roma da molto tempo - stava ritemprandosi il fisico e lo spirito sulle alture di Agerola - Cafiero venne a conoscenza della velenosa maldicenza con notevole ritardo, ma non per questo fu meno dura l'articolata risposta del direttore della Nuova Italia pubblicata il 3 febbraio 1918. Se ne riporta qui uno stralcio:

«Perciò alcuni elementi giornalistici di Roma, con la solita fanfaroneria che li distingue in tutti gli argomenti, per rapporti di collegamento che un giornalista aveva con tutti i giornalisti e uomini di Governo di Roma e per simili rapporti con l'ex deputato Buonanno, prima della guerra, mentre i cittadini di Tripoli ricordano che il Direttore di questo giornale, prima della guerra, appunto, brutalmente escluse dal giornale il Buonanno, subito che venne a prenderne possesso a Tripoli, in queste circostanze, ripetiamo, alcuni elementi giornalistici di Roma credettero di pubblicare che il Direttore dell'Agenzia delle Notizie l'avesse fondata in comune con detto giornalista e che avesse anche qualche interesse in comune con Buonanno.»9

Il processo contro Cavallini, Buonanno e gli altri imputati finì con un nulla di fatto, tutti assolti per mancanza di prove, nel giugno 1920.

Noi non sappiamo se Buonanno avesse o meno qualche rapporto con la fondazione dell'Agenzia delle Notizie di Cafiero, ma di certo appena il deputato acquisì interamente il controllo del quotidiano libico, il 12 dicembre 1914 e nominatosi direttore il primo gennaio 1915, contemporaneamente iniziarono a pubblicarsi i dispacci inviati da quella Agenzia, assenti in precedenza, affidati interamente alla più importante, nazionale e autorevole, Agenzia Stefani.10

Da un articolo dell'Avanti! del 5 luglio 1913, apprendiamo che il Buonanno aveva impiantato nella capitale «una piccola agenzia di pubblicità, ad organizzare alcuni servizi di corrispondenza.»11

L'Agenzia era già operativa da diversi mesi, almeno fin d'aprile. Era la stessa di Cafiero? Lo stabiese l'aveva forse rilevata, così come farà successivamente con il quotidiano di Tripoli? Il dubbio allo stato non trova risposta.

La nuova collaborazione non durò molto, soltanto un mese e infatti fin dai primi giorni di febbraio le notizie fornite dalla Agenzia di Cafiero scomparvero, ridando voce alla Stefani, mentre lo stesso Buonanno si defilò dal giornale, lasciando la responsabilità, a termini di legge, fin dal sei febbraio, al solo Edmondo Scifoni, un giovane poco meno che trentenne e da lui nominato in quel ruolo il primo gennaio 1915, in concomitanza con la sua direzione.

Scifoni non era un giornalista ma un tipografo, tra l'altro capo sindacale dei tipografi tripolini, associazione fondata nel 1914. Probabilmente fin da quei primi giorni di febbraio erano già iniziate le trattative per cedere allo stabiese la proprietà della Nuova Italia.

Perché Buonanno si liberò del quotidiano? Il giornale aveva più volte pubblicato che le vendite si erano praticamente decuplicate fin dai primissimi giorni e che tutto andava nel migliore dei modi, anche se altrettanto non si poteva dire nella vita spericolata del deputato, condannato pochi mesi prima in una causa per diffamazione intentata contro Il Mattino di Napoli e malamente persa, trovandosi coinvolto in un caso acclarato di corruzione, a suo tempo denunciato dal quotidiano napoletano. Fatto per il quale erano state chieste le sue dimissioni dalla Camera, pur senza ottenerle.12

Il 6 marzo successivo, Cafiero pubblicò il suo primo editoriale in cui confessava di essere diventato «involontariamente editore di questo giornale»,e si dichiarava dispiaciuto di non potersi stabilire a Tripoli,«ma impegni precedenti glielo hanno impedito, ed avendo trovato in Tripoli dei suoi valorosi antichi colleghi, ha affidato loro la redazione del giornale.»13

Scifoni e il direttore amministrativo, Mario Meneghini, rimasero al loro posto, probabilmente per una fase di transizione dovuta alle modalità dell'acquisto che, possiamo ipotizzare, non avvenne in contanti ma rateizzata nel tempo. Questo spiegherebbe perché solo cinque mesi dopo, il 22 luglio 1915, Cafiero ne assunse la piena guida, quando sbarcò a Tripoli dalla nave Etruria, pochi giorni dopo l'arrivo del nuovo Governatore delle Colonie riunite della Tripolitania e della Cirenaica, il generale palermitana, Giovanni Ameglio. Intanto l'otto luglio, senza ulteriori spiegazioni, aveva già deciso di assumere la direzione del giornale, pur senza muoversi da Roma, fino a prenderne direttamente la guida, quale Responsabile Unico, con l'inizio di settembre.

In questa prima fase Cafiero si astenne, apparentemente, da ogni altra iniziativa personale. Non a caso l'editoriale del 6 marzo fu il suo primo intervento scritto.

Il quotidiano fin dall'esordio, pur nei vari cambi societari mantenne una linea filo governativa e Cafiero fece altrettanto. Stranamente anche con la conduzione di Cafiero il giornale non si avvalse, almeno inizialmente, dei dispacci della Agenzia delle Notizie, se non raramente. Questi ricominciarono a ridiventare frequenti solo dopo la fine della guerra vittoriosa contro l'Austria.

Furono mesi febbrili per Cafiero che riuscì comunque a rilanciare il giornale trasferendolo in una nuova sede al centro della città. Manterrà formalmente la direzione della Nuova Italia fino al 19 luglio 1919, quando, malauguratamente per lui, affiderà il giornale a Vincenzo Serio (1883 - 1955), giovane, rampante giornalista napoletano, ma già ricco di esperienza e in Tripolitania dal 5 ottobre 1911, dove era giunto al seguito delle truppe coloniali italiane quale corrispondente locale del Giornale d'Italia, importante quotidiano di Roma.14

Serio già in passato aveva collaborato col quotidiano di Cafiero, pubblicando diversi articoli fin dal primo gennaio 1916 e l'ultimo, l'otto ottobre 1917, quando commemorò la prematura scomparsa di Edoardo Scarfoglio, vecchio direttore del quotidiano napoletano, Il Mattino.

Un nuovo articolo di fondo, Cafiero lo aveva scritto il 24 luglio 1915, in onore del nuovo governatore, arrivato a Tripoli per prendere possesso della prestigiosa carica, qualche giorno prima del suo arrivo. Probabilmente per lo stabiese fu la sua prima visita nella capitale libica.15

Sicuramente suo anche un articolo non firmato del giorno dopo, ancora una volta sulle prime iniziative di Ameglio.16

Altri, senza firma, seguiranno nei giorni successivi. Suoi sembrerebbero articoli redazionali come quello del 3 settembre, Ideale incrollabile, dove dà conto del notevole miglioramento del giornale con nuovi e più moderni macchinari, più notizie e rubriche, come, presumibilmente suo, firmato, La Nuova Italia, è l'articolo di fondo dell'8 settembre: Chiarimenti.17

Bisognerà attendere il 2 settembre per trovare un nuovo articolo a firma Cafiero. Il suo era più che altro un necrologio in ricordo della scomparsa del conte Francesco Guicciardini, un importante liberale riformista, deputato fiorentino del collegio di San Miniato, morto il giorno prima.

Non è chiaro chi, dopo la sua partenza per l'Italia, il 9 dicembre, abbia materialmente assunto la direzione del giornale a Tripoli, curandone l'impostazione, rispondendo alle lettere dei lettori in questi anni, tra il 1915 e il 1918.

Cafiero era rientrato a Roma senza cedere la firma di direttore ad altri. Forse lo stesso Scifoni, ma, come abbiamo ricordato, costui non era un giornalista professionista e il dubbio è concreto. Più probabile una responsabilità collettiva dell'intera redazione Si può ipotizzare che a curarlo fossero le diverse firme apparse sui numerosi articoli.

Il giornale si avvaleva di firme molto qualificate, alcune nascoste da pseudonimi. Tra le firme ricordiamo G. D'Arbia, pseudonimo di Gualtiero Merlotti, un dirigente delle Ferrovie dello Stato, impiegato a Tripoli nella prima metà degli anni Dieci, amante di sonetti e canzoni, fino a pubblicarne alcune; molto presente era anche la firma di Franco Sabelli, Capo dell'Ufficio di Corrispondenza della Nuova Italia da Roma, prolifico giornalista, il fiorentino Emanuele Orazio Fenzi, appassionato di botanica e orticoltura, autore di libri e di numerosi articoli, Aldo Blessich, professore del Regio Istituto Superiore di Studi Commerciali, il toscano Mario Appelius poi celebre corrispondente del Popolo d'Italia, fascista convinto e Angelo Fani, figlio del patriota garibaldino, avvocato e eminente uomo politico, Cesare Fani. Tra i pseudonimi, rimasti sconosciuti, Il libico di Roma e L'Osservatore.

Forse lo stesso Cafiero fece uso di qualche pseudonimo, chi scrive ha ritenuto, probabilmente sbagliando, che gli articoli a firma, L'Ultimo Venuto, apparsi dopo la sua partenza da Tripoli, siano suoi. Potrebbe essere suo anche l'articolo del 28 luglio, seppure firmato dallo pseudonimo, L'ultimo arrivato.18

È pur vero che telefono e telegrafo avevano ormai annullato le distanze e reso veloci, se non immediate le corrispondenze, ma questo significava comunque un grande carico di lavoro e l'impossibilita materiale di controllare il lavoro dei dipendenti, considerando la loro minore o nulla esperienza di direzione.

Forse Cafiero fu presente a Tripoli più spesso di quanto non sia dato sapere. Sicuramente vi rimase per cinque mesi, dal 22 luglio al 9 dicembre 1915, lasciando l'impronta duratura della sua presenza di lavoratore propositivo e instancabile, scrivendo articoli importanti, non servili e perciò inimicandosi non poco gli italiani animati da un nazionalismo crescente e poco favorevoli a guardare gli indigeni come loro pari.

Lasciò Tripoli dopo aver completato il suo lavoro di ammodernamento del giornale, realizzando una nuova, efficiente sede, di lavoro e di rappresentanza e una tipografia completa di macchinari di ultima generazione. Il tutto «fatto con sforzi, stenti, sacrifici non proporzionati alle condizioni di ambiente e industriali della Colonia.»19.

Dal 22 luglio, giorno del suo arrivo a Tripoli, Cafiero, oltre ad impegnarsi nelle necessarie migliorie della tipografia e della stessa sede, affinò, da ottimo ed esperto giornalista, le conoscenze con l'ambiente e con i vari poteri locali, notabili, politici, amministrativi e intellettuali, sia italiani, sia libici. Non a caso sul giornale non mancarono articoli di varia natura di noti esponenti del mondo musulmano.

Il lavoro svolto a Tripoli da Cafiero, a favore del mondo musulmano, con generosità e abnegazione, fu riconosciuto dallo stesso Cadì di Tripoli, Abd El Raman El Busaîri in un articolo da questi scritto per lo stesso giornale.20

Dalla capitale libica ripartirà, infine, il 9 dicembre, facendo ritorno a Roma, «per svolgere con maggiore attività l'opera dell'Agenzia delle Notizie, di cui egli è proprietario.»21

I mesi trascorsi a Tripoli, la lunga conoscenza della Libia acquisita grazie al giornale di cui era proprietario ormai da due anni, lo portarono a partecipare al Convegno Nazionale Coloniale, su iniziativa della Società Africana d'Italia, tenutosi a Napoli dal 26 al 28 aprile 1917.

Al convegno Cafiero intervenne con alcune proposte, non dimenticando di tessere gli elogi del Governatore Ameglio, a sua volta presente per il rituale saluto di apertura. Non solo, «in chiusura del congresso propose di inviare un telegramma di plauso alla valida opera del Tenente Generale, senatore Giovanni Ameglio, Governatore della Libia.» Una proposta ovviamente accolta con una triplice ovazione.

«Un coloniale entusiasta e fattivo, il dottor Ugo Cafiero, che dirige a Tripoli il nostro quotidiano bilingue, La Nuova Italia, nel recente congresso di Napoli della Società Africana d'Italia, volle ricordare i tristi giorni, ormai tanto lontani del luglio 1915, quando per varie deficienze di uomini la nostra Colonia del Nord Africa parve quasi ridotta all'estremo pericolo,, mentre bastò poi l'assunzione del Generale Ameglio a Governatore per allontanare ogni preoccupazione dal cuore degli amici, per far cadere ogni piano maligno.»22

Dopo una lunga assenza, Cafiero tornò improvvisamente a scrivere una serie di articoli, improntati in qualche modo al dopoguerra, intendendo con questa non solo la fine delle ostilità libiche ma della Grande Guerra, destinata a scompaginare gli assetti europei, e alla sicura, necessaria ripresa economica, valutando le diverse opportunità offerte dalla Libia a chi sapeva investire, sottolineando come questo dovesse avvenire con capitali privati. Lo fece utilizzando gli argomenti delle numerose relazioni presentate al Congresso di Napoli e la cui importanza era data dalla pubblicazione dei testi in volume.

Iniziò con il secolare problema dell'acqua, dramma comune all'intera Africa del Nord, per avviare una discussione su un argomento di vitale importanza per un territorio in larga misura deserto, assetata e bisognosa di irrigazione per la sua agricoltura e i bisogni umani.23

Così come tornerà sul convegno napoletano per affrontare un altro tema largamente discusso in quella sede, l'utilizzo dello sparto, pianta largamente diffusa in Libia e dalla quale si ricavava carta, cordame, cordicelle, stuoie, reti per la pesca e via discorrendo, invitando gli imprenditori italiani ad investire in macchinari per la trasformazione di questa preziosa fibra. Non mancò di notare come nessuno della colonia libica avesse partecipato e come la Nuova Italia vi avesse inviato il suo corrispondente da Roma, Il libico romano.24

Forse a stimolare questa serie di articoli, scritti fra agosto e ottobre 1917, prima di rientrare in un nuovo silenzio, fu lo sbarco a Tripoli, l'undici agosto del 1917, del suo giovane figlio, Ugo Cafiero Junior, Tenente d'Artiglieria proveniente dal fronte carsico e ora destinato a far parte delle truppe coloniali.25

Della permanenza in Tripolitania di Cafiero Junior non si hanno altre notizie, né se la sua permanenza coincise con il congedo a fine guerra. Di lui, di quello che ha eventualmente scritto rimangono solo tre articoli pubblicati sulla Nuova Italia, il primo datato 10 dicembre 1918, una corrispondenza da Torino sugli scaglioni libici in Italia, a testimonianza della sua presenza nel capoluogo piemontese, almeno in quei giorni; gli altri due pubblicati nel giugno 1919 da Parigi, dove aveva probabilmente preso residenza dopo essere stato congedato.

Al suo cognome paterno, firmando gli articoli, aggiungeva quello della madre, Denza, per evitare confusioni con quello, sicuramente più famoso, del padre.26

Il giovane Cafiero aveva lasciato Tripoli nella seconda metà di febbraio 1919 e destinato per ragioni militari a Pesaro, dove probabilmente fu congedato qualche mese dopo.

Forse Cafiero tornò a Tripoli verso fine giugno del 1918, quando, intenzionato a rafforzare la presenza del giornale, migliorarne la qualità e ad aumentare la diffusione, il primo luglio, con atto rogato costituì in Tripoli una nuova Società Anonima denominata, Nuove Arti Grafiche, «Per l'industria tipografica editrice e il commercio di articoli di cartoleria e di cancelleria»,andandosi ad allocare in un altro padiglione, in sostituzione del precedente, a sua volte più volte ristrutturato e ammodernato dalla vecchia proprietà e considerato il più grande della Libia, almeno stando alle pagine pubblicitarie dello stesso giornale.27

Nel Consiglio d'Amministrazione, composto di cinque persone, inserì il giovane figlio, il primogenito Ugo, disgraziatamente destinato a morire un anno e mezzo dopo, in un tragico incidente a Parigi.

La presenza del giornalista stabiese a Tripoli potrebbe essere dimostrata da suo nominativo nel Comitato nato per rendere omaggio al Governatore Ameglio «In occasione del terzo anniversario del suo saggio governo di Libia».

Una commissione della quale faceva parte lo stesso Cafiero fu ricevuta dall'alto dirigente, consegnandogli in omaggio una sostanziosa somma raccolta attraverso una sottoscrizione per acquistare una scultura intagliata da realizzare presso un artista di Siena. Il Governatore, pur apprezzando l'omaggio, chiese di devolvere l'intera somma a favore della «Sala Ameglio, che raccoglie i poveri bambini lattanti della Colonia italiana e indigeni.»28

Naturalmente il Cafiero della Commissione potrebbe essere il figlio, ancora militare in Tripolitania e da poco nominato amministratore delle Nuove Arti Grafiche.

Dopo la morte del figlio, Cafiero, se si esclude un articolo di saluto al nuovo anno del 3 gennaio 1920, per molto tempo non scrisse più nulla sul suo quotidiano, lasciando a un non identificato Vice di continuare le sue settimanali, Note romane. Fino a quando, improvvisamente, non riapparve a Tripoli, in concomitanza, non sappiamo se per semplice casualità, con l'arrivo del nuovo Governatore, il romagnolo, Luigi Mercatelli.29

Nel salutare il 25 agosto l'arrivo del proprietario del giornale, Serio non poteva immaginare che questo coincideva con il suo licenziamento in tronco effettuato qualche giorno dopo. Già il giorno successivo al suo arrivo pubblicò un articolo di fondo, Solidarietà, annotando come gli italiani di Tripoli fossero divisi tra loro, come lo erano gli arabi. «Sono divisi in due parti avverse -  scriveva - pieni di diffidenza e abbondanti di acre parole», aprendo un nuovo fronte polemico. Il 27 nuovo articolo in cui incensava il Governatore, ricordando gli esordi giornalistici di questi, antico reporter de, La Tribuna.

«Le sue corrispondenze su la guerra d'Africa son divenute storiche e qualcuna è un vero gioiello d'arte (…). Il principe della prosa giornalistica moderna, Edoardo Scarfoglio, lo volle socio nella fondazione del Mattino e corrispondente politico da Roma.»30 

Intanto, senza ulteriori preamboli Cafiero assunse tre giorni dopo, il 28, la direzione del quotidiano, dando vita all'ennesima sventura della quale pareva non poteva rimanere lontano per troppo tempo. Non sappiamo a quali attività si dedicò Serio dopo il licenziamento, probabilmente rimase nell'ambito giornalistico, collaborando con altre testate giornalistiche presenti a Tripoli, come dimostrerebbe la sua presenza, in qualità di pubblicista a varie cerimonie e manifestazioni pubbliche, così come faceva parte di diverse associazioni e comitati, tra cui una nominata, Napoli a Tripoli, costituita con lo scopo di realizzare una Festa di Piedigrotta nella capitale libica, sulla scia di quella celeberrima del capoluogo campano.

Sicuramente non rimase con la mani in mano, se giusto un anno dopo lo ritroviamo, chissà con quali mezzi finanziari, proprietario e direttore di un nuovo giornale quotidiano sorto nei primi giorni di settembre, più probabilmente nell'ultima decade di agosto del 1921, Il Corriere di Tripoli, definitosi giornale indipendente ed iniziando da subito una dura guerra a colpi di feroci attacchi giornalistici, con insulti e illazioni di ogni tipo, puntualmente, puntigliosamente risposto da Cafiero con altrettanti piccati articoli, firmati in prima persona, dai vari direttori che nel tempo lo sostituirono. Il primo costretto a fronteggiare il rancoroso e vendicativo Serio fu l'avvocato Ernesto Guttieres, quando Cafiero decise di rientrare in Italia, subentrandogli nel settembre 1920.31

Serio aveva ampiamente dimostrato di essere un giornalista sicuro di sé, delle sue grandi capacità professionali, ambizioso e smisuratamente egocentrico, non a caso si considerava l'unico vero giornalista di tutta la Tripolitania e per questo ironicamente preso in giro dalla concorrenza, incline alla polemica, finanche alla calunnia e probabilmente corrotto al punto da essere licenziato anni prima dal Giornale d'Italia.

Cafiero, pur a conoscenza del suo passato e dei motivi del licenziamento, ma convinto delle sue grandi capacità, non aveva esitato ad assumerlo alla guida del suo giornale,salvo licenziarlo tredici mesi dopo, per gli stessi motivi.

Per giusta annotazione sembra che i primi articoli di Cafiero agitassero da subito le acque cittadine, al punto da indurre alcuni a raccogliere firme contro la sua presenza a Tripoli.32

Non a caso uno dei suoi articoli, Quanti partiti, pubblicato il 30 agosto, provocò la pronta reazione del segretario della locale sezione del Partito Popolare, con un articolo ospitato dallo stesso giornale il 5 settembre.

Il giorno dopo arrivò, in replica al suo articolo del 26 agosto, il durissimo attacco di Edoardo Vacca Maggiolini, che lo accusò, in premessa, di aver defenestrato Vincenzo Serio per non essersi prostrato al socialismo tripolino e successivamente di aver criticato la sua associazione di combattenti, nascondendo di essere in realtà dei nazionalisti. Cafiero non escludeva, come scrisse il 7 settembre in risposta alle varie critiche piovutegli addosso, che a fomentare gli animi fosse, senza nominarlo, lo stesso Serio, definito “spirito maligno”.33

Forse fu anche a causa delle troppe polemiche da lui suscitate, dei troppi nemici coalizzatosi contro la sua presenza a Tripoli, a fargli decidere di lasciare la direzione all'avvocato Ernesto Guttieres e tornarsene in Italia nella seconda settimana di settembre. Purtroppo mancano i numeri del giornale dal 10 settembre al sette ottobre e non ci è dato di approfondire la vicenda.

Nel corso del suo mandato il nuovo direttore si ritrovò a fronteggiare una vertenza sindacale con un linotipista che si riteneva sfruttato dal giornale e una sfida a duello con un giornalista del periodico dell'Associazione Combattenti di Tripoli, Il Rinnovamento, reo di aver scritto un articolo pubblicato il 16 dicembre 1920, intitolato, Il circolo vizioso della Nuova Italia, da lui ritenuto offensivo della sua persona. Il giornalista, corrispondente del Secolo e del Messaggero, Giovanni De Meo, non solo non ritirò le accuse, da lui ritenute incontrovertibili, ma rifiutò, altresì, il duello con la spada proposto dall'offeso.34

Contro la Nuova Italia ci si era messo anche il governatore Mercatelli, censurando a più riprese vari articoli, mutilandoli non poco, in maniera arbitraria, fino a quando non fu richiamato in Patria, a seguito di una dura campagna giornalistica da parte della grande stampa italiana per non avere ottenuta i risultati sperati nella conduzione della Colonia.35

Per l'intero mandato di Guttieres, Cafiero non scrisse una sola riga, come se si fosse completamente disinteressato del giornale, ma non per questo vennero meno le provocazioni velenose di Serio, né mancarono gli attacchi da parte del Fascio locale. Non a caso il condirettore, Cesare Muzzioli, si era ritrovato a querelare il loro organo locale, Il Fascio, nella persona del gerente, Oscar Carucci, per gli attacchi personali di cui era oggetto in vari articoli del periodico fascista.36

Qualche anno dopo, Muzzioli, colonnello ormai in pensione, assunse, senza porsi nessun problema, la presidenza del locale Fascio, abbracciando la fede fascista.

Non tutto è chiaro nella feroce diatriba tra i due duellanti, tra Serio che aveva accusato il colpo dell'improvviso e inaspettato licenziamento e Cafiero costretto a difendersi, con non meno orgoglio e perspicacia, a colpi di articoli al curaro e querele. Cafiero non aveva mai pubblicamente esplicitato il motivo della cacciata di Serio, fino a quando non scagliò il suo ultimo velenoso attacco il 13 gennaio 1922 con un articolo in cui lo accusava senza mezzi termini di essere un vigliacco e una spia:

«Quando licenziai Vincenzo Serio dal mio giornale perché venni a conoscenza di...quel che Serio sa, egli si guardò bene dal domandare indennità, tra la meraviglia dei suoi amici di Tripoli, perché sapeva di non avere diritto di stare in un giornale onesto, come non aveva potuto restare nel Giornale d'Italia, e fu licenziato senza indennità. Ma non feci sapere nulla a nessuno, pensando che ogni uomo di cuore non deve uccidere il suo simile se non per propria legittima difesa. Il Serio con incredibile incoscienza ha dimenticato questa sua incredibile posizione e non solo ha cercato di danneggiarmi, ma di lontano mi ingiuria e mi provoca. Allora non sono io; costretto a troncare la polemica dichiaro che il Maggiore Cavalier Vincenzo Serio è una spia e un vigliacco.»37

Vincenzo Serio in un primo momento sfidò a duello Cafiero, ricevendone un drastico rifiuto. Nella sua vita di duelli il giornalista stabiese ne aveva fatti fin troppi negli anni in cui era corrispondente romano del quotidiano napoletano, Il Mattino e quindi la querela arrivò inevitabile con la denuncia al Tribunale Regionale di Tripoli per ingiuria, diffamazione e calunnia.38

Per rincarare la dose Serio arrivò ad accusarlo di seguire una politica antitaliana per loschi interessi personali, in combutta con deputati socialisti non meglio identificati. Il processo iniziò l'undici gennaio 1923 e si intrecciò con altre due cause: Serio oltre a querelare Cafiero per l'articolo del 13 gennaio, ritenendolo diffamatorio, aveva querelato anche Giovanni Felicetti per uno schiaffo ricevuto da quest'ultimo l'undici febbraio 1922. A sua volta Felicetti denunciò Serio per essere stato da lui provocato.39

Contro il direttore del Corriere di Tripoli vi fu invece la denuncia del traduttore, Mohammed Alì Dafer per averlo accusato di avere svolto opera antitaliana nella Nuova Italia, alla quale collaborava come redattore della parte araba. Avendo un'unica radice, il giudice decise alfine di unificarli. «I tre processi avendo affinità tra di loro saranno fusi in uno solo.»40

Purtroppo la Nuova Italia, dalla quale abbiamo attinto la notizia dell'inizio del processo, non riporta le conclusioni processuali e siamo dunque costretti a fidarci del biografo di Cafiero, il già citato Padre Anselmo, che ci fa sapere della condanna del giornalista stabiese, sentenza arrivata implacabile il 12 gennaio 1923.

Se nulla sappiamo sull'andamento del primo processo, maggiori e più utili informazioni ci vengono dalla sentenza in Appello il cui esito fu pubblicato dalla Nuova Italia il 16 giugno 1923. Dall'articolo veniamo a conoscenza della precedente condanna ad un anno di reclusione emessa a gennaio nei confronti di Cafiero. Felicetti fu invece assolto grazie al ritiro della querela da parte di Serio nei suoi confronti.

L'ira del direttore del Corriere di Tripoli era tutta indirizzata contro il suo ex datore di lavoro, ma se voleva raggiungere il suo intentò sbagliò nell'essere indulgente nei confronti del Maestro d'Armi, consentendo a Cafiero di appellarsi e di vincere, venendo assolto il 15 giugno, su richiesta del Procuratore Generale: «Per il motivo che la remissione di querela fatta in primo grado dal cav. Serio a favore del professor Felicetti è operativa anche in confronto del Cafiero ai sensi dell'art. 88, Codice Penale.»

Inutilmente l'avvocato di parte civile chiese la inapplicabilità nei confronti di Cafiero, la Corte diede ragione al Procuratore «assolvendo l'appellante dalle imputazioni ascrittegli per estinzione dell'azione penale a seguito di remissione di querela fatta dal cav. Serio a favore dell'altro correo, Giovanni Felicetti.»41

Il giornalista stabiese non si era presentato in Appello, così come non era stato presente nel corso del primo processo, venendo condannato e successivamente assolto in contumacia. La sua casa a Tripoli, stando al racconto del suo biografo, il francescano Padre Anselmo Paribello, e la stessa tipografia furono incendiate e distrutte e quindi ancora una volta uscì comunque sconfitto e senza prospettiva alcuna.

In realtà la devastazione della tipografia era avvenuta ad opera di un raid squadristico quando Cafiero aveva già ceduto la proprietà del giornale ad un gruppo editoriale che si richiamava chiaramente al fascismo. Il giornalista stabiese, inoltre da tempo aveva lasciato Tripoli dopo le aspre polemiche con il gruppo di nazionalisti formatosi nella capitale libica nel 1920, capeggiato da Edoardo Vacca Maggiolini, accusandolo di fomentare odi razziali con le popolazioni locali, mentre contro Cafiero l'accusa era di disfattismo coloniale, di anti italianità.

Le polemiche avevano trovato ampio spazio sulla Nuova Italia, iniziate con l'articolo di fondo del 26 agosto 1920, che innescò una nuova pericolosa miccia. Nei sette anni di vita della sua gestione nella capitale libica, Cafiero aveva affidato a vari direttori la conduzione del giornale, non disdegnando di riprendersi a più riprese la direzione, seppure solo per pochi mesi, se non addirittura per qualche settimana.

Da Vincenzo Serio a Ernesto Guttieres, fino a Michelangelo Canofari, approdato alla condirezione del giornale il 15 gennaio 1922, ma già antico, prezioso collaboratore del quotidiano e a sua volta oggetto di feroci attacchi da parte del direttore del Corriere di Tripoli per presunti conflitti d'interesse con la sua professione di avvocato.

In uno dei suoi ultimi articoli contro le astiose e velenose polemiche, Canofari scriveva: 

«Nessuno ha il diritto di confondere me e la mia opera giornalistica con la persona e l'opera del proprietario de La Nuova Italia. Tra quest'ultimo e il signor Serio è in corso una vertenza giudiziaria e solo dall'esito di questo il signor Serio potrà negare le accuse esplicite che gli vengono battute in viso.»42

Vincenzo Serio aveva perso ogni ritegno fin dall'indomani del terribile J'accuse di Cafiero del 13 gennaio 1922, utilizzando ogni occasione, anche quella inesistente, per provocare in ogni modo La Nuova Italia e la sua redazione, finanche accusando il quotidiano di essere l'organo del locale Partito Popolare per non averlo mai attaccato, né criticato il suo gruppo dirigente, il cui segretario politico era F. M. Rossi, già collaboratore dello stesso giornale e corrispondente dell'Unione di Tunisi.

Non a caso già il successivo 16 marzo, Canofari era stato costretto a scrivere:

«Si agita contro di noi il fantasma del Cafiero pur sapendo da tutti che il medesimo non ha assolutamente alcuna influenza politica nel giornale. Ci si accusa di antitalianità, di tresca coi nostri nemici, frasi queste veramente fatte, delle quali gli scrittori stessi conoscono l'inconsistenza.»43 

Ancora più furioso fu il suo attacco contro il Corriere di Tripoli e il suo direttore il primo luglio:«S'hanno da combattere il Comm. Cafiero e il suo giornale? Si faccia pure, ma non si cerchi di coprire colla maschera del sentimento lo scopo esclusivamente bottegaio della lotta.»44

Come se non fossero sufficienti le astiose e velenose polemiche con il Corriere di Tripoli e il suo direttore, a far divampare il fuoco della diatriba intervenne anche il segretario del locale circolo del PNF, Bruno Castiglioni chiedendo un chiarimento a Ugo Cafiero, reo di aver chiesto un rinvio del processo penale in corso tra lui e Serio ad un altro Tribunale «che non sia quello di Tripoli, per il clima poco disteso a causa di un Partito Fascista propugnatore di una politica di armi e di sangue in Tripolitania.»

L'istanza era stata pubblicato il giorno prima dal Corriere di Tripoli.45

Cafiero, evidentemente consapevole del clima politico a lui avverso, aveva tentato di far trasferire il procedimento giudiziario in una sede diversa e più neutra, temendo un processo e una sentenza a lui non favorevole, sprezzante non diede loro soddisfazione, evitando di rispondere, probabilmente per evitare ulteriori, inutili, defatiganti scontri e per non aggravare la sua già labile posizione.

Il 15 agosto 1922 il professor Giorgio Saccal, un ex dipendente dello stesso giornale utilizzato come interprete per la versione in arabo degli articoli scritti in italiano, querelò il direttore della Nuova Italia, Michelangelo Canofari per diffamazione e di ingiuria continuata commessa a mezzo della stampa, costituendosi parte civile a seguito di una serie di articoli pubblicati tra luglio e primi di agosto, dopo una violenta polemica del Corriere di Tripoli sulla traduzione araba di una poesia. Saccal si era già dimesso da alcuni mesi per un disaccordo sullo stipendio ritenuto da lui troppo basso, ma era stato tirato in ballo da Canofari, accusandolo di aver tradotto male alcuni articoli.

Il giudizio presso il Tribunale Regionale di Tripoli si doveva tenere il 28 agosto 1922. Purtroppo non sappiamo come andò a finire: la collezione di giornali posseduta dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e dal Senato, da noi consultata è priva delle prime due settimane di settembre, così come mancano i giorni cruciali del 29 e 30 agosto. Di certo furono quelli giorni decisivi. Infatti già il 31 agosto alla guida del giornale ritroviamo quale nuovo Direttore Responsabile, Giovanni Felicetti46 un ex dalle molte professioni: Maestro d'Armi, direttore del Regio Ricreatorio inaugurato subito dopo l'occupazione del 1911, insegnante di educazione fisica, ufficiale col grado di capitano e da parecchi anni amministratore delle Nuove Arti Grafiche, la tipografia dove si stampava lo stesso quotidiano.

Già in passato aveva assunto più volte la reggenza della direzione del giornale in assenza dei direttori titolari, sia con Guttieres, sia con lo stesso Cafiero, ed ora la nuova proprietà lo chiamava a rivestire l'importante ruolo, che ricoprì solo pochi mesi, per poi passare la direzione a Vittorio Batacchi.

Canofari aveva lasciato la direzione del giornale all'indomani della sentenza del 28 agosto, non sappiamo se per aver perso la causa contro Saccal, oppure a seguito dalla cessione della proprietà del giornale consumatosi in quello stesso lasso di tempo, come scopriamo grazie ad un articolo del 5 ottobre, dove si annunciava trionfalmente: «Oggi il giornale compie un mese di vita, anzi di sua nuova vita.47

Dunque Cafiero, alla fine di quella tumultuosa estate si era infine deciso, stanco delle mille polemiche, dei troppi nemici visibili e non, stretto in un assedio non più sopportabile dalle nuove forze nazionaliste che si stavano amalgamando col fascismo trionfante, alla vigilia della farsesca marcia su Roma o forse, più semplicemente costretto, non sappiamo, a vendere la proprietà del giornale a un nuovo gruppo guidato da Luigi Bacci, dichiaratamente filo fascista, come si mostro fin dai primi numeri la Nuova Italia, trasformandolo in Politico Quotidiano, come recitava il suo nuovo sottotitolo.

Non casualmente scomparirono quasi tutte le vecchie firme giornalistiche, rimaneva Franco Sabelli, continuando a scrivere da Roma e rimaneva il colonnello in congedo, Cesare Muzzioli, già ex condirettore del giornale nominato da Cafiero; arrivavano nuove firme quale segno evidente di una diversa e più netta posizione politica. Lo stesso Bacci assunse la direzione politica il successivo nove dicembre.48

Nella stessa giornata ci fu l'assalto squadristico dei fascisti con la devastazione della Tipografia e del locale del giornale, il sequestro dell'intera tiratura del quotidiano, perfino un principio d'incendio. Forse la causa prima dell'assalto fascista fu dovuto ad un articolo a pagamento apparso il giorno prima dove l'ex direttore, l'avvocato Ernesto Guttieres, senza tanti preamboli attaccava il Fascio locale, chiudendo con la frase «Quanto al direttorio del Fascio, me ne rido.49

L'assalto e la devastazione stupirono non poco la nuova proprietà, cercando di darsi una spiegazione in un articolo del giorno dopo:

«Questa rappresaglia potrà effettivamente stupire – come stupì noi stessi – la parte maggiore della cittadinanza, tanto più che, non essendo abituata a veder commettere atti simili quando la Nuova Italia apparteneva al Commendator Cafiero e derideva e rimbeccava i Fascisti di Tripoli ad ogni occasione, si vede compiere invece oggi che La Nuova Italia appartiene ad un gruppo di purissimi italiani che la loro vita offersero alla Patria nell'ora del dovere e del sacrificio (…). La Nuova Italia di oggi – a giudicare dal gesto di ieri dei Fascisti – è dunque peggiore della Nuova Italia di ieri del Comm. Cafiero.»50 

Cafiero non fu mai simpatico ai fascisti, come dimostrerebbe un fatto avvenuto nell'aprile 1921 quando il fascista Ranieri Bastianini con una trentina di altri giovani bruciò pubblicamente alcune copie della Nuova Italia. Da un articolo di fondo del giorno dopo, non firmato, si chiarì che a farlo erano stati elementi di un nascente Fascio di Tripoli, «Cosa inopportuna, ridicola e inesplicabile, a meno che abbiano scopi reconditi e oscuri, ovvero troppo chiari.»

Lo stesso Bastianini scriverà alla Nuova Italia rivendicando l'azione a nome del neonato Fascio di Combattimento, «che dinanzi al nemico interno ha chiamato a raccolta tutte le forze sane del Paese.»51

La vendita del giornale e il definitivo abbandono di Tripoli da parte di Cafiero non acquietarono lo spirito di rivalsa di Vincenzo Serio, che continuò a citarlo come la summa di ogni male, attaccando a ogni piè sospinto, La Nuova Italia, costringendo il concorrente a piccate, ironiche e sua volta velenose risposte:

«Il signor Vincenzo Serio, direttore, proprietario, ecc, del Corriere di Tripoli nel suo capocronaca di ieri – con tanto di firma – (lusso questo, che naturalmente sanno permettersi solo i veri giornalisti!), trova che nel nostro giornale aleggia ancora “il torvo e velenoso spirito del sempre suo legittimo proprietario, Ugo Cafiero”.

Ah che malinconia e come e quanto sarebbe stato meglio pel Cav. Serio che così stessero le cose effettivamente. Si accorgerà presto – poveretto – o che è stato male informato o che...era assai meglio – ripetiamo, che quella sua affermazione del torvo e velenoso spirito, con quel che segue corrispondesse a realtà autentica.»52

In realtà non era il solo Serio a far rivivere l'ombra, sempre minacciosa, di Ugo Cafiero, lo facevano, talvolta, anche il Fascio locale e l'Associazione Combattenti, ricordando il nemico del colonialismo italiano e del fascismo e di come lo avevano combattuto e vinto.

Ora lasciamo al suo destino La Nuova Italia, soppresso, come gran parte degli altri giornali non graditi al regime, all'indomani dell'attentato al duce del 31 ottobre 1926 e occupiamoci di Cafiero, rientrato a Roma, dove, come abbiamo già ricordato, da diversi anni, forse sempre sollecitato dallo stesso D’Annunzio, suo benefico angelo custode e dall'amico giornalista, il deputato, Enrico Buonanno, aveva fondato, ancora prima della sua sfortunata avventura libica, una sua piccola agenzia giornalistica di informazioni, l'Agenzia di Notizie, non negandosi il ruolo di Direttore e di giornalista parlamentare, funzione nella quale meglio si riconosceva e s’identificava per le sue molte, altolocate amicizie politiche e istituzionali.

Non a caso, «se ne servirono largamente le personalità più spiccate della politica nazionale.» Ciononostante la piccola azienda giornalistica non ebbe, a sua volta, sfortunatamente per lui, una lunga durata e fu ben presto costretto a chiudere con l'avvento del fascismo, velocemente trasformato in dittatura a seguito del duro discorso del 3 gennaio 1925, con il quale Mussolini rivendicava, orgogliosamente, la responsabilità politica, morale e storica del delitto Matteotti e le successive leggi fascistissime, con la rigida censura sulla stampa, arresti di giornalisti e di militanti comunisti, chiusura di giornali, di Camere del Lavoro e scioglimento di associazioni ritenute covi di sovversivi a partire da Italia Libera, fino alla definitiva abolizione della stampa ritenuta, a torto o a ragione, antifascista.53

È doveroso chiudere la vicenda tripolina ricordando che intanto Vincenzo Serio, dopo la disfida a suon di carta bollata nell'aula del Tribunale Regionale della capitale libica, finita con una vittoria di Pirro su Cafiero, si era ripreso una sorta di rivincita.

L'undici gennaio 1925 i due giornali, La Nuova Italia e Il Corriere di Tripoli, un tempo accaniti rivali, si erano fusi dando vita al nuovo quotidiano, La Nuova Italia Corriere di Tripoli, Quotidiani politici riuniti, e lui, il grande, odiato nemico dello stabiese, nuovo Direttore Responsabile, lo guidò fino alla sua soppressione, il 31 ottobre 1926.54

Nel corso della sua direzione, Vincenzo Serio diede fin da subito ampio sfogo alla sua antica vena letteraria pubblicando in appendice tre romanzi in successione, Il segreto del Gobbo, una sua vecchia pubblicazione, firmata sotto il pseudonimo di Tito Latino, già uscita a puntate anni prima sul quotidiano napoletano, Roma, giornale con il quale aveva iniziato la sua carriera di cronista; il romanzo breve, bruciato in appena 34 puntate, Le memorie di una canzonettista ed infine, Rita la figlia del Cenciaiuolo, rimasto incompleto dopo 189 puntate per la improvvisa cessazione del quotidiano. Tre romanzi dimenticati senza rimpianti.

Prima di Serio, l'ultimo direttore della vecchia gestione della Nuova Italia era stato, Filippo Anfuso (1901 - 1963), alla guida del giornale dal 20 ottobre 1923 al 10 gennaio 1925. Rientrato in Italia, Anfuso si avviò verso la carriera diplomatica. Nel secondo dopoguerra, nonostante il suo passato di gerarca fascista, considerato uno dei mandanti dell'assassinio dei fratelli Rosselli, volontario nella guerra civile spagnola nelle fila franchiste e l'adesione alla Repubblica Sociale di Salò, dove rivestì la carica di Sottosegretario al Ministero degli Affari Esteri. Candidato dal Movimento Sociale Italiano, fu eletto parlamentare per tre legislature, fra il 1953 e il 1963, anno della sua morte.

Sarà forse utile ricordare che Serio, abbandonata la Libia, si trasferì in Tunisia, dove trovò comodo, da buon camaleonte, dopo essere stato violentemente antisocialista, passare tranquillamente nelle fila dell'antifascismo di sinistra.

A Tunisi curò, con gli anarchici, Nicolò Coverti e Giulio Cesare Barresi una rubrica in lingua italiana, La voce degli italiani liberi, nella seconda pagina del quotidiano in lingua francese, Tunis socialiste. e fu nominato Segretario della sezione tunisina della LIDU, Lega Italiana dei Diritti dell'Uomo, organizzazione fondata il 1° maggio 1930 dallo stesso Barresi. Forte della sua esperienza, Serio assunse la direzione del primo giornale antifascista locale in italiano, il trisettimanale, La Voce Nuova, di cui era gerente Barresi. Il periodico chiuse nel 1933, stroncato dai debiti, nonostante la fusione con, L'Eco d'Italia, organo della sezione tunisina della Concentrazione Antifascista.55

Al fallimento non furono secondarie l'assalto fascista del luglio 1932 alla sede del giornale in cerca di informazioni sul suo direttore e il tradimento del sempre più ambiguo e voltagabbana, Vincenzo Serio, vendutosi al fascismo.56 Costui non era uomo di principi coerenti, come dimostravano l'intera sua esistenza professionale, passando da una idea a quella opposta con estrema facilità, assecondando i suoi tornaconto, non disdegnando la corruzione, cosicché ripassò dall'antifascismo alla fede fascista prima di partire verso una nuova meta, stavolta verso il Sudamerica, in Brasile e poi in Cile per dirigere giornali etnici italiani di chiara intonazione fascista. Espulso dal Cile morirà il 20 agosto 1955 a Rio de Janeiro, dove si era trasferito con la sua famiglia.57

 

Raffaele Scala

 

Note

1. Ugo Cafiero, un giornalista d'altri tempi; Un duello d'inizio secolo, Cafiero Ungaro; Cafiero e il caso Calabretta; Storia di villa Cafiero, tutti pubblicati tra il 2018 e il 2021.

Su Libero Ricercatore, è possibile completare le notizie su Cafiero con l'interessante articolo di Giuseppe Zingone, Ugo Cafiero e Piero Girace. Per chi fosse interessato alla più complessiva vicenda della stampa italiana nella Libia prefascista, con ampie notizie su Cafiero e sul suo quotidiano cfr. l'interessantissimo recente volume di Pantaleone Sergi, Colonia di carta, giornali e giornalismo italiano a Tripoli, Cosenza, Pellegrini Editore, 2026. 

2. Enrico Buonanno, secondo l'atto costitutivo della società editrice era comproprietario del giornale. Stando ad un articolo del 27 giugno 1913 della stessa Nuova Italia, Enrico Buonanno era Direttore politico da vecchia data. Cfr.  I deputati giornalisti della XXIII legislatura, La Nuova Italia, 27 giugno 1913.

3. L'onorevole Buonanno bollato da un'altra sentenza, Avanti! 1° novembre 1914.

4. Colgo l'occasione per ringraziare pubblicamente lo storico, giornalista e scrittore, Pantaleone Sergi per aver contribuito ad arricchire questo capitolo su Cafiero con le sue preziose informazioni, fornendomi generosamente preziosi consigli, indicazioni e utili articoli tratti dalla Nuova Italia, senza i quali sarebbe stato fatalmente monco e con alcune notizie errate.

5. Per maggiori particolari cfr R. Scala, Un duello d'inizio Novecento: Cafiero-Ungaro, pubblicato in www.liberoricercatore.it il 2 giugno 2020 e in NMN il successivo 10 giugno. 

6. Il processo Cavallini e compagni. Violenti incidenti fra la difesa e il Tribunale durante l'interrogatorio dell'onorevole Buonanno, Avanti! 30 gennaio 1919.

«Lei è amico del commendatore Ugo Cafiero?» gli chiese il giudice istruttore del processo, l'avvocato De Robertis. Buonanno rispose di essere stato di lui molto amico, ma interruppe i suoi rapporti per divergenze a proposito della Nuova Italia. Il De Robertis insistette: «Lei sa che il comm. Cafiero pubblica un’agenzia di informazioni nella quale dice sempre molto male dell'On. Sonnino?». E Buonanno rispose: «Lei queste cose vada a raccontarle al portiere di Regina Coeli.»

7. L'affare Cavallini si complica, Il Giornale d'Italia, 26 novembre 1917.

8. Gli ex deputati Bonanno (sic) e Brunicardi arrestati, L'Idea Nazionale, 8 dicembre 1917.

9. Accuse al Direttore de La Nuova Italia, articolo non firmato, ma sicuramente dettato da Cafiero, La Nuova Italia, 3 febbraio 1918.

10. Consiglio Superiore di Belle Arti, La Nuova Italia, 1° gennaio 1915. Il primo dispaccio della Agenzia delle Notizia inviato al quotidiano libico. Nello stesso numero l'editoriale di presentazione di Enrico Buonanno, quale nuovo direttore del giornale

11. Un altro deputato nel letamaio. Il Tribunale sentenzia che la prova è raggiunta contro l'on. Buonanno, articolo non firmato, in Avanti! 5 luglio 1913.

12. L'onorevole Buonanno bollato da un'altra sentenza, Avanti! 11 novembre 1914.

13. Editoriale senza titolo a firma di Ugo Cafiero. Seguiva il saluto del Comitato di Direzione formato dall'ingegnere Manlio Lega e dagli avvocati Mario Cartechini e Biagio Punzo, La Nuova Italia, 6 marzo 1915.

14. Pantaleone Sergi, Giornale e giornalismo degli italiani in Cile, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza, 2023. pp 87-91

15. Arrivando dall'Italia a Tripoli, La Nuova Italia, 23 luglio 1915.

16. Il Generale Ameglio fra le truppe, La Nuova Italia, 25 luglio 1915, La Nuova Italia, 25 luglio 1915.

17. Idea incrollabile, articolo firmato, l’ultimo Venuto, 8 settembre 1915; Chiarimenti, firmato La Nuova Italia, La Nuova Italia, 5 settembre 1915.

18. Perché la guerra dell'Italia è santa, La Nuova Italia, 28 luglio 1915, articolo firmato dallo pseudonimo “L’ultimo venuto”. Sul giornale, nei mesi successivi, appariranno altri articoli, firmati, “L'ultimo venuto”, che, pur in mancanza di prove, presumibilmente potrebbero essere suoi.  Cfr, uno su tutti, Fra Tripoli e Roma. Impressioni di viaggio, La Nuova Italia, 24 dicembre 1915.

19. Tripoli fa una dimostrazione di simpatia a La Nuova Italia. L'inaugurazione della sede del giornale, La Nuova Italia, 6 dicembre 1915.

20. La funzione del giornalismo e dei giornali nel pensiero del Cadì di Tripoli, La Nuova Italia, 13 dicembre 1915, articolo di Abd El Raman El Busaîri.

Il qāḍī (o kadı in lingua turca, italianizzato come cadì) era un magistrato musulmano di nomina politica cui si demandava in epoca classica l'amministrazione della giustizia ordinaria. Da Wikipedia.

21. La partenza del nostro Direttore, Comm. Cafiero, La Nuova Italia, 9 dicembre 1915.

22. Convegno nazionale Coloniale, La Nuova Italia, 14 aprile 1917; Il plauso del Congresso a S.E., G. Ameglio, 30 aprile 1917; Libia sotto il governo di S.E., G. Ameglio, 14 agosto 1917. Quest'ultimo riprende un articolo di Federico Giolli scritto per la rivista, L'Espansione Italiana, pubblicato nello stesso mese.

23. Il Convegno Nazionale Coloniale e la patriottica sua chiusura, La Nuova Italia, 30 aprile 1917; Le acque in Libia, 21 agosto 1917, articolo di U. Cafiero. Sul grave problema e sulla necessità di urgenti misure a sostegno di impianti capaci di canalizzare le acque, La Nuova Italia pubblicherà l'ordine del giorno presentato al Congresso di Napoli dal professor Cora, il più antico competente circa l'idraulica delle nostre colonie. Cfr. La Nuova Italia, 26 settembre 1917.

24. Lo sparto, La Nuova Italia, 25 agosto 1917; Imprese economiche coloniali del dopoguerra, 26 agosto 1917; Le grandi vie commerciali della Libia, 31 agosto; Napoli e l'ultimo congresso, 8 settembre; Pare un sogno coloniale,18 settembre; L’importanza del congresso coloniale di Napoli, 1° ottobre; Un altro bel porto della Libia già bell'e fatto, 4 ottobre; Dopoguerra coloniale ,9 ottobre; Le nostre ferrovie coloniali. L'avvenire di quelle eritree, 23 ottobre; articoli di U. Cafiero.

25. Arrivi, La Nuova Italia, 13 agosto 1917.

26. Gli scaglioni libici in Italia, La Nuova Italia, 10 dicembre 1918; La questione idraulica tunisina, 19 giugno; La questione idraulica tunisina, 25 giugno 1919, articoli di Ugo Cafiero Denza.

27. Nuove Arti Grafiche, Anonima, Sede in Tripoli. Capitale L. 200.000. Costituzione, La Nuova Italia, 19 luglio 1918.

28. Tripoli a S.E. Il Generale Giovanni Ameglio, La Nuova Italia, 28 luglio 1918.

29. L'arrivo di S.E. Luigi Mercatelli, La Nuova Italia, 25 agosto 1920. Nella stessa prima pagine, L'Arrivo del Comm. Ugo Cafiero.

30. Luigi Mercatelli, La Nuova Italia, 27 agosto 1920, art. di Ugo Cafiero.

Nella stessa pagina compare l'addio di Serio dalla direzione del giornale: «Poiché le mie idee e i miei convincimenti intorno alle questioni ed alle contingenze politiche locali dell'ora presente non corrispondono al nuovo indirizzo politico che il Comm. Ugo Cafiero intende dare a questo giornale, di cui è proprietario, comunico di aver rinunziato da oggi alla direzione de, La Nuova Italia.»

31. Le prime polemiche tra Il Corriere di Tripoli e La Nuova Italia iniziano nell'ottobre 1921. Cfr. La Nuova Italia del 12 ottobre, Un chiarimento, dove per la prima volta si cita il nuovo quotidiano rivale; il 13 ottobre, Ancora a proposito del Lazzaretto; dove tra, altro era direttore pro tempore Giovanni Felicetti, amministratore del giornale, in sostituzione di Guttieres in vacanza in Italia e rientrato soltanto il 22 ottobre.

Altra polemica il 24 ottobre, A proposito di un incidente...ingrossato, ripreso il 27 ottobre, Ancora per un incidente. Arrivò poi l'attacco diretto ed esplicito della Nuova Italia con l'articolo di fondo del 30 ottobre, senza firma, L'uomo che strappa i veli. E non si finì più.

32. Corriere Tripolino, La Nuova Italia, 3 settembre 1920, breve nota in prima pagina di Ugo Cafiero.

33. Polemica, La Nuova Italia, 6 settembre 1920, articolo di Edoardo Vacca Maggiolini. Il 7 settembre la replica di Cafiero, seppure firmata La Nuova Italia, Una volta per sempre.

34. I documenti di una vertenza, La Nuova Italia, 22 dicembre 1920.

35. Noi, e Mercatelli, La Nuova Italia, 13 luglio 1921.

36. Remissione di querela, La Nuova Italia, 8 aprile 1922.

37. Corriere Tripolino, articolo di Ugo Cafiero, La Nuova Italia, 13 gennaio 1922.

38. Per maggiori particolari sui duelli sostenuti da Cafiero, oltre quelli citati nel testo, cfr. R. Scala: Un duello d'inizio secolo, pubblicato in libero ricercatore.it e in NMN pubblicati il 2 e 10 giugno 2020.

39. Spiacevoli incidenti. Giovanni Felicetti schiaffeggia V. Serio, La Nuova Italia, 12 febbraio 1922; Comunicato. Giovanni Felicetti denuncia V. Serio alle Autorità Giudiziarie, 14 febbraio 1922.

40. Un importante processo, La Nuova Italia, 12 gennaio 1923.

41. Corriere giudiziario. Il processo Cafiero in appello, La Nuova Italia, 16 giugno 1923.

42. Sgonfiamo il pallone. La polemica col Corriere, articolo di Michelangelo Canofari, La Nuova Italia, 2 luglio 1922.

43. Il giuoco dei bussolotti, articolo non firmato ma di Michelangelo Canofari, La Nuova Italia, 16 marzo 1922.

44. Finiamola coll'ipocrisia, articolo di Michelangelo Canofari, La Nuova Italia, 1° luglio 1922.

45. Al Signor Ugo Cafiero, Roma, La Nuova Italia, 5 luglio 1922.

46. Trattenetevi le risa, La Nuova Italia, 4 agosto 1922; I sottoprodotti della sgonfiatura di Mohamed Abdo, 15 agosto 1922; Corriere giudiziario. La querela Saccal, 27 agosto 1922,

47. Cronaca di Tripoli. Il primo passo, La Nuova Italia, 5 ottobre 1922.

48. Qualche ulteriore informazione sulla vendita del giornale al nuovo gruppo, la troviamo su, Il Popolo d'Italia, nel suo numero del 3 dicembre 1922, La Nuova Italia di Tripoli: «Siamo in grado di assicurare che il quotidiano di Tripoli, La Nuova Italia, che aveva in questi ultimi tempi manifestato una certa direttiva antifascista è stato ceduto alla Società, Espansione Coloniale Italiana, di cui è amministratore delegato il professor Luigi Bacci. Il comm. Cafiero, infatti, che era proprietario della Nuova Italia ne ha ceduto l'esercizio assoluto alla SECI (…)».

49. Comunicato a La Nuova Italia, La Nuova Italia, 8 dicembre 1922; La Nuova Italia, 9 dicembre, 

50. Considerazioni, La Nuova Italia, 10 dicembre 1922, articolo non firmato ma probabilmente del suo nuovo Direttore Responsabile, Giovanni Felicetti.

51. Corriere Tripolino. Lettera aperta al signor Neri Bastianini ex combattente nella Fureria di Tripoli, La Nuova Italia, 25 aprile 1921, articolo di Edmondo Scifoni; Fascismo coloniale? 26 aprile, articolo non firmato, La polemica Bastianini-Scifoni, stessa data, lettera indirizzata a Scifoni, firmata da Ranieri Bastianini, pubblicata nelle pagine interne del giornale, con replica dello stesso Scifoni.

52. E allora ecco il primo morso!, La Nuova Italia, 16 settembre 1923.

53. ACS, CPC, Cafiero Ugo, nota del 10 marzo 1928 della Divisione Polizia Politica.

54. In seguito ad accordio intervenuto tra la Società Anonima, “Nuovi Arti Grafiche” e l'Amministrazione del “Corriere di Tripoli”, La Nuova Italia si fonde col Corriere di Tripoli. Da Domani la Nuova Italia continuerà le sue pubblicazioni con la nuova gestione, La Nuova Italia, 10 gennaio 1925.

55. P. Manduchi, Un militante antifascista in Tunisia: Velio Spano a Tunisi, in «Ammentu, Bollettino Storico e Archivistico del Mediterraneo e delle Americhe», n. 8, gennaio febbraio 2016.

56. L. El Houssi, L'urlo contro il regime. Gli antifascisti italiani in Tunisia tra le due guerre, Roma, Carrocci, 2014.

57. P. Sergi, Giornali e giornalismo, cit.

 

 

 

 

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