L’importanza dell’empatia
In sostanza si trattava, secondo il pensatore tedesco, di “mettere tutto tra parentesi”, silenziando convinzioni e pregiudizi con cui diamo forma al mondo affinché le cose potessero emergere come apparivano. Ed è solo seguendo tale cammino che si può comprendere qual è il vero nodo attorno al quale tutto resto gira, vale a dire la coscienza umana. Noi siamo abituati a pensare la nostra coscienza come qualcosa di ben definito e di statico, ma non è affatto così. La coscienza non è un centro autosufficiente e del tutto isolato dal mondo. Si tratta invece di un flusso continuo di esperienze e di “vissuti” in grado di porci in relazione con il mondo che ci ciconda, ivi inclusi gli altri esseri umani. Tra le prime a comprendere quest’ultimo elemento vi fu Edith Stein che, non a caso, scelse di scrivere la propria tesi di larea sull’empatia. Per accorgersi dell’errore è necessaria l’apertura empatica all’altro: attraverso un più profondo atto di empatia è possibile comprendere qualcosa che prima era sfuggito a causa delle attese o dei preconcetti. Stein divide il processo empatico in tre fasi. Emersione del vissuto, vale a dire lettura di un’espressione emotiva sul volto di qualcuno; esplicitazione riempiente: l’oggetto del vissuto è lo stato d'animo dell’altro con il quale vogliamo immedesimarci, accogliendolo quindi dentro di noi.
Oggettivazione comprensiva del vissuto esplicitato: l'attenzione è rivolta allo stato d'animo dell’altro, colto come vissuto altrui tramite una distanza arricchita dalla consapevolezza dello stato precedente. Perché ci sia davvero uno stato empatico dobbiamo far posto: dopo esserci immedesimati è necessario compiere un passo indietro e guardare quello stato d’animo come un oggetto. Le tesi di Edith Stein sull’empatia sono giustamente famose, anche se le sue richerche e la sua carriera universitaria si interruppero bruscamente nel 1942 all’età di 50 anni. Era di origini ebraiche e si convertì al cattolicesimo diventando suora. I nazisti la catturarono e la sua vita terminò per l’appunto nel 1942, nelle camere a gas del campo di concentramento di Auschwitz, ponendo da un lato termine a una carriera che prometteva di dare ancora risultati notevoli, ma consegnando dall’altro la sua figura alla storia della filosofia contemporanea.
Michele Marsonet |
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Notevole scalpore destarono, nel secolo scorso, le tesi del fondatore della fenomenologia Edmund Husserl, secondo il quale era necessario abbandonare la filosofia lontana dai problemi dell’esistenza per “tornare alla cose stesse”. Obiettivo indubbiamente affascinante, ma tutt’altro che facile da perseguire.