Il Mezzogiorno: una questione italiana o ancora una questione meridionale?
Le stesse città metropolitane stanno diventando il centro di migrazione dalle aree rurali, mentre quelle interne si stanno svuotando con le periferie che sono costituite sempre più da una popolazione che vive ai margini della socialità, contraddistinta da illegalità e un profondo depauperamento culturale e materiale. Passando al secondo fattore, quello tecnologico, il sistema economico capitalistico ha mutato la sua forma dal sistema manifatturiero a quello digitale, che ha avuto l'effetto di frammentare il lavoro e ridurre le normali forme di partecipazione politica e sociale. Tenendo fermi questi due punti sopra esposti possiamo approcciare una lettura analitica sulle condizioni del Mezzogiorno italiano rispetto alla restante parte geografica del Paese. Per fare ciò è opportuno considerare i fattori endogeni, che storicamente sono radicati in determinate aree, oltre ai mutamenti esogeni che riguardano il contesto economico e tecnologico internazionale.
Dal punto di vista della demografia, secondo il report stilato da OpenCalabria, in Italia dal 2019 al 2024 vi è stata una riduzione di 845 mila unità. Ma il dato interessa le diverse parti del Paese in modo differenziato, delle venti regioni italiane prese in esame soltanto il Trentino-Alto Adige e la Lombardia risultano essere in lievissimo aumento, mentre il resto risulta essere in costante calo. Per quanto riguarda il Sud Italia, regioni quali Campania, Puglia, Sicilia e Calabria mostrano uno spopolamento del 50%, con l'intero Mezzogiorno che rappresenta il 66% della perdita complessiva nazionale. Un altro dato che emerge è che il calo demografico, in modo particolare per il Sud, si concentra su due fasce d'età: quella tra i 25 e i 34 anni e tra i 34 e i 49 anni, entrambe in piena età lavorativa. Inoltre, secondo il focus Censis-Confcooperative, intitolato non equivocamente Sud la grande fuga, nel 2022 ben 23 mila laureati originari dell’ex regno delle Due Sicilie hanno scelto le regioni centro-settentrionali come destinazione lavorativa, mentre nel 2024 13 mila persone provenienti dalle regioni meridionali hanno varcato i confini nazionali. Per lo Stato italiano ogni laureato rappresenta un investimento di 112.000 euro tra pubblico e privato, dall'asilo nido fino alla proclamazione. I 13 mila emigrati per l'estero nel 2024 equivalgono a 1,5 miliardi di euro persi. Dal punto di vista economico, secondo i dati dell'Istat, l'economia italiana risulta essere in stagnazione nel terzo trimestre del 2025 dopo il calo dello 0,11 % nel trimestre precedente. Il settore manifatturiero è in una fase di declino progressivo a livello nazionale. L'economia cresce solo sotto il punto di vista del terzo settore, ovvero il turismo, come attestano i dati Eurostat per il 2022 e 2023 sul Pil generato dalle diverse regioni di italiane, in cui si constata che la crescita del Pil reale in Sicilia è del 2,2%, in Calabria del 1,4% e Puglia del 1,2% rispetto all'anno precedente. Ma questi dati mettono in evidenza che invece vi è un netto ritardo nel settore ad alto livello intellettuale e tecnologico, dato che il settore del turismo non va a beneficiare sul lavoro intellettuale ad alta qualifica ma si avvale di personale di bassa qualifica come riporta il Rapporto 2025 Svimez. Infatti, gli stessi investimenti legati al Pnrr hanno sì avuto un effetto espansivo, tramite la creazione di 500 mila posti di lavoro tra il 2021 e il 2024 con 100 mila under 35, ma questi posti di lavoro sono stati ad appannaggio di profili meno qualificati che richiedono impiego di bassa qualifica intellettuale e che va a determinare anche una bassa remunerazione. Ne risulta che il reddito pro capite del Mezzogiorno delle regioni è tra i più bassi in Italia e in Europa, dove il pil equivale a quello delle regioni dei paesi dell'Est Europa. A suffragio della tale tesi su come il turismo sia diventato il settore trainante dell'economia del Sud è il reportage del The New York Times, intitolato The Spritzes and Carbonaras That Ate Italy, pubblicato il diciotto ottobre dello scorso anno che ha avuto un notevole risalto dal punto di vista mediatico. Nell'articolo viene messo in evidenza che le grandi città del bel paese sono diventate una sorta di expo permanente enogastronomica. Il reportage si è attenzionato in modo sul centro storico di Palermo, in particolare via Maqueda, contraddistinta da una enormità di ristoranti sulla via, ben 31, che propongono prodotti tipici come cannoli e arancine fritte per l'enorme flusso di turisti provenienti dai paesi occidentali. Fenomeno che da diversi anni contraddistingue tutte le città metropolitane italiane, ma in modo particolare quelle del Sud come Napoli, Bari e per l'appunto Palermo, dove il turismo rappresenta oramai il 13% del Pil italiano. In questo contesto non può non essere non analizzato il fattore dell’economia sommersa. Secondo l’ Istat, tra gli anni 2020 e 2023 l'economia “non osservata” in Italia equivale a un totale di 218 miliardi di euro, pari al 10% del Pil. Di questa, quasi la metà è radicata al Nord, mentre un terzo solamente al Sud. L'economia sommersa è un vero e proprio elefante nella stanza strutturale nella storia economica italiana. Tale fattore è determinato a caratteri culturali che sono orientati al non rispetto delle norme collettive e che spesso si accompagna ad un adattamento regressivo dove le condizioni di evasione, dal punto di vista fiscale, diventano strutturali. Nel Sud però vi è un'altro fattore che può deteriorare in modo particolare la sua economia rispetto a quella del Centro-Nord, quello del latente e strutturale fenomeno culturale della criminalità organizzata, che dal punto di vista economico condiziona le imprese con le richieste di pagamenti o l'imposizione di fornitori ad esse afferenti oppure assumendo direttamente l'iniziativa economica, in modo particolare ad aziende operanti nel settore turistico e alle sue attività afferenti. Non si può però non inserire anche fattori positivi dal punto di vista dell’economia nel Sud Italia, come lo sviluppo del porto di Gioia Tauro, evolutosi grazie sviluppo di articolate catene del valore globale, dove uno di questi domini è per l’appunto quello del trasporto marittimo via container. Alla fine del 2025 il porto di Gioia Tauro si è confermato come l’hub marittimo principale in Italia per volumi di traffico dei container, superando i 4 milioni di teu (unità di misura dei container) e posizionandosi davanti a porti come Genova, Napoli e Trieste. Il primato di Gioia Tauro è dovuto alla peculiarità del "transshipment" ovvero l'andirivieni di gigantesche navi che scaricano i container su unità più piccole le quali poi proseguono il tragitto verso scali di dimensioni minori. Hub che ha quindi un'importanza strategica dove vi approdano circa centocinquanta rotte dal Mediterraneo al Mar Nero. Questi numeri così elevati sono determinati da una condizione strutturale del porto, dove l’avere dei fondali che giungono fino a diciotto metri di profondità consentono l'attracco di navi mercantili larghe fino a quattrocento metri e capaci di portare più di venticinquemila container. Ma il vero vulnus delle regioni del Meridione d’Italia, in confronto a quelle del Nord e del Centro, è ad oggi la situazione del deficit sull'istruzione. Secondo il rapporto Istat Istruzione e formazione, la Calabria con il 20%, la Campania con il 17% e la Puglia hanno le più alte percentuali di abbandono scolastico. Inoltre, il 47,7% degli studenti delle regioni del Sud non raggiunge sufficienti livelli di alfabetizzazione, contro il 37,9% del Nord. La percentuale maggiore viene rilevata in Sicilia con il 53,3%, seguita dalla Calabria al 50,8% e poi dalla Sardegna al 49,1%. Al Sud vi è anche la quota di early leavers, i giovani tra i 18 e i 24 anni con al massimo la licenza media che non studia e non lavora, maggiore rispetto alla restante parte dell’Italia, con una media del 21,4%, con le isole che raggiungono il 15,0%, mentre al Nord è all'8,4%. Un altro dato importante da divulgare, emerso dal sondaggio dell’Istat, è quella relativa alla difficoltà di apprendimento della matematica da parte degli studenti del Mezzogiorno, dove ben il 55,3% non raggiunge la sufficienza in matematica a fronte del 37,6% nel Nord. Questi dati vanno inquadrati dal punto di vista storico. La letteratura storiografica ha appurato che dopo il 1861 il livello medio dell'alfabetizzazione nell'ex Regno delle Due Sicilie era dell’'86%, contro il 63% del Centro-Nord (a questi dati più dettagliati si rimandano ai saggi di: Carlo Ciccarelli e Jacob Weisdorf, Pioneering into the past: regional literacy developments in Italy before Italy, European Review of Economic History; Emanuele Felice, Perché il sud è rimasto indietro, Il Mulino). Problema che persistette anche dieci anni dopo, nel 1871 il Sud aveva una percentuale di alfabetizzati al 17%, mentre nella sola provincia di Torino aveva un 67% di popolazione che sapeva leggere e scrivere. Anche quando nel '77 il ministro della Pubblica Istruzione Michele Coppino rese gratuita, obbligatoria e confessionale l'istruzione elementare del primo biennio. Nel Mezzogiorno l'assenza di adeguate strutture ecclesiastiche e la mancanza di materiale didattico limitarono l'impatto positivo della norma. Il vulnus storico, che si portò dietro quel divario nell'Unità d'Italia tra un Mezzogiorno scolasticamente arretrato e un Nord avanzato, era legato alla tara storica che ha contrassegnato il Regno delle Due Sicilie, costituita da un'istituzione autocratica in cui non strutturalmente non veniva dato nessun incentivo alla scolarizzazione dei ceti popolari. Facendo un salto temporale di alcuni decenni, nel Secondo dopoguerra il vulnus dell’istruzione al Sud non mutò. La percentuale di analfabetismo era del 24,4%, mentre nel resto d'Italia era al 6,4%, nel 1961, in pieno boom economico, l'analfabetismo al Sud scese al 16%, ma che comunque si attestava al doppio rispetto quella nazionale. Senza voler fare un esercizio intellettuale di tipo schematico, da una parte l'analisi di un Mezzogiorno arretrato rispetto al Centro-Nord a causa di un "risorgimento senza eroi", oppure neanche riprendendo la teoria meridiana di Cassano di un "mezzogiorno senza meridionalismo" e neanche nel non voler richiamare la consuetudine culturale più longeva della storia d’Italia moderna e contemporanea ovvero la Questione meridionale, appaiono però evidenti che siano in essere degli squilibri strutturali che vanno ricercati dal punto di vista degli aspetti culturali, sociali e politici di lungo periodo, dove ad oggi l'unica soluzione per richiamare quanto esposto sopra è quella che deve prendere chi amministra il potere esecutivo, tramite i suoi relativi dicasteri di competenza, che consiste nello sviluppare un investimento strutturale nell’istruzione, coinvolgendo anche l’università, l’attività di ricerca di base e applicata. Come dimostra una vastissima e variegata letteratura scientifica, ad un alto livello di istruzione sono associati dei miglioramenti sullo stile di vita e dell'integrità etica della persona. Questo servirebbe a invertire quel trend contraddistinto da una decrescita infelice delle strutture intellettuali e materiali del Mezzogiorno e dell'intero paese.
Lorenzo Bravi |
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In Italia sono attualmente in corso due grandi trasformazioni: quella demografica e quella tecnologica. La prima dei due, quella demografica, ormai connota l’intera società italiana, quasi una provincia su tre ha più pensionati che popolazione attiva.